E la sola strada che ti rimane per tornare a casa!
Caramon strinse il pugno, in preda a un’improvvisa collera, ma sapeva di non potersi in alcun modo ribellare a suo fratello. «Andremo a sud fino a Thorbardin,» disse aspro volgendo lo sguardo turbato sulla spada che stringeva in pugno. Poi sollevò la testa e guardò gli uomini che lo circondavano.
«Verrete con noi?»
Vi fu un attimo di esitazione. Parecchi uomini si fecero avanti per parlare al giovane nobile il quale adesso, a quanto pareva, era diventato il loro portavoce. Lui ascoltò, annuì, poi tornò a rivolgersi a Caramon.
«Ti seguiremmo senza esitazione, grande guerriero,» dichiarò il giovane, «ma cos’hai da spartire con questo stregone vestito di nero? Chi è, perché noi dobbiamo seguirlo?»
«Mi chiamo Raistlin,» rispose il mago. «Quest’uomo è la mia guardia del corpo.»
Non vi fu nessuna risposta, soltanto fronti che si corrugavano dubbiose e occhiate indecise.
«Sono la sua guardia del corpo, questo è vero,» confermò Caramon, con calma. «Ma il vero nome del mago è Fistandantilus.»
A quelle parole si udirono rauchi respiri fra gli uomini. I volti corrucciati divennero espressioni di rispetto, perfino di paura e sgomento.
«Mi chiamo Garic,» disse il giovane, rivolgendo un inchino all’arcimago con la cortesia di vecchio stampo dei Cavalieri di Solamnia. «Abbiamo sentito parlare di te, Grande mago. E malgrado le tue azioni siano tenebrose come le tue vesti, a quanto pare noi viviamo in un’epoca di azioni tenebrose. Seguiremo te e il grande guerriero che hai portato con te.»
Garic si fece avanti e depose la spada ai piedi di Caramon. Altri seguirono il suo esempio, qualcuno con entusiasmo, altri più guardinghi. Altri invece si ritrassero fra le ombre. Riconoscendo in loro quei furfanti codardi che erano, Caramon li lasciò andare.
Gli rimasero all’incirca trenta uomini, alcuni con lo stesso portamento nobile di Garic, ma la maggior parte di loro erano ladri e malandrini sporchi e cenciosi.
«Il mio esercito,» disse Caramon fra sé, quella sera, con un cupo sorriso, mentre stendeva il suo mantello nella capanna di Piedacciaio, che il mezz’orco aveva costruito per proprio uso. Poteva sentire Garic che, fuori della porta, stava parlando con l’altro uomo che Caramon aveva giudicato abbastanza degno di fiducia da metterlo di sentinella.
Caramon, con la stanchezza che si sentiva nelle ossa, aveva pensato che si sarebbe addormentato presto. Invece, si ritrovò disteso nel buio, sveglio, a pensare e a far progetti.
Come la maggior parte dei giovani soldati, Caramon aveva spesso sognato di diventare ufficiale.
Adesso, nella maniera più inaspettata, gli si presentava quella possibilità. Non era un gran comando, forse, ma pur sempre un inizio. Per la prima volta da quando erano arrivati in quel tempo dimenticato dagli dei, provava un barlume di piacere.
I progetti turbinavano l’uno sull’altro nella sua mente. L’addestramento, le strade migliori per il sud, gli approvvigionamenti, le scorte... Questi erano problemi nuovi e diversi per l’ex soldato mercenario. Perfino nella Guerra delle Lance, lui aveva quasi sempre seguito la guida di Tanis. Suo fratello non sapeva niente di quelle faccende; Raistlin aveva informato Caramon, con voce gelida, che avrebbe dovuto cavarsela da solo. Caramon la considerava una sfida e, stranamente, la trovava elettrizzante.
Quelli erano problemi concreti, da toccare con mano, che scacciavano dalla sua mente i problemi tenebrosi e ombrosi di suo fratello.
Riandando col pensiero al suo gemello, Caramon lanciò un’occhiata a Raistlin che giaceva rannicchiato accanto al fuoco che ancora avvampava nell’enorme camino di pietra. Nonostante l’intenso calore, era avvolto nel suo mantello e in tutte le coperte che Crysania era riuscita a trovare.
Caramon sentì il respiro che raschiava nei polmoni di suo fratello il quale, nel sonno, di tanto in tanto era scosso da un colpo di tosse.
Crysania dormiva sull’altro lato del fuoco. Malgrado fosse esausta, il suo sonno era tormentato e interrotto. Più di una volta gridò e balzò a sedere all’improvviso, pallida e tremante. Caramon sospirò. Gli sarebbe piaciuto confortarla, prenderla tra le braccia e cullarla fino a farla addormentare. In effetti, per la prima volta si rese conto di quanto gli sarebbe piaciuto farlo. Forse perché aveva detto agli uomini che lei era sua. Forse perché vedeva ancora le abominevoli mani del mezz’orco su di lei... Caramon rivisse lo stesso senso d’indignazione che aveva visto riflesso sulla faccia di suo fratello. Qualunque fosse la ragione, quella notte Caramon si sorprese a osservarla in maniera molto diversa da come l’aveva osservata prima, e nella mente gli vorticarono pensieri che gli fecero bruciare la pelle e accelerare il battito del polso.
Chiudendo gli occhi, s’impose di richiamare alla memoria immagini di Tika, sua moglie. Ma aveva bandito quei ricordi per così tanto tempo che li trovò insoddisfacenti. Tika era una figura nebulosa e sfocata ed era lontanissima. Crysania era in carne ed ossa e si trovava là! Era molto consapevole del suo respiro sommesso e costante...
Dannazione! Le donne! Irritato, Caramon si girò sullo stomaco, deciso, per così dire, a spazzare sotto il tappeto degli altri suoi problemi tutti i pensieri sulle femmine. Funzionò. Finalmente la stanchezza ebbe la meglio su di lui.
Mentre scivolava nel sonno una cosa lo turbava, ancora sospesa nei recessi della mente. Non erano problemi logistici o di guerriere dai capelli rossi, o anche di adorabili donne-chierico biancovestite.
Era soltanto un’occhiata, e nient’altro: la strana occhiata che Raistlin gli aveva scoccato quando aveva fatto il nome di «Fistandantilus».
Non era stata un’occhiata di rabbia o d’irritazione, come Caramon avrebbe potuto aspettarsi.
L’ultima cosa che Caramon vide prima che il sonno cancellasse il ricordo fu l’espressione di puro, abbietto terrore negli occhi di Raistlin.
Libro Secondo.
L’esercito di Fistandantilus.
Mentre la banda d’uomini agli ordini di Caramon viaggiava verso sud, verso il grande regno dei nani di Thorbardin, la loro fama crebbe e così il loro numero. La favoleggiata «ricchezza sotto le montagne» era da molto tempo divenuta leggenda fra le genti sventurate e semiaffamate di Solamnia. Quell’estate avevano visto appassire e morire la maggior parte delle messi nei campi.
Micidiali malattie infestavano il paese, più temute e mortifere perfino delle selvagge bande di goblin e di orchi che erano stati cacciati dalle loro antiche terre dalla fame.
Nonostante fosse ancora autunno, il gelo dell’imminente inverno gravava nell’aria della notte.
Davanti alla desolata prospettiva di vedere i loro bambini perire a causa delle carestie o del freddo o delle malattie che i chierici di questi nuovi dei non potevano guarire, gli uomini e le donne di Solamnia ritenevano di non aver nient’altro da perdere. Abbandonavano le loro case dopo aver infagottato i propri scarsi averi, e insieme alle loro famiglie si univano all’esercito in marcia verso sud.
Dopo essersi dovuto preoccupare di nutrire una trentina di uomini, Caramon si trovò all’improvviso responsabile di parecchie centinaia d’individui, oltre alle donne e ai bambini. E ogni giorno altri affluivano al campo. Alcuni erano cavalieri, addestrati all’uso della spada e della lancia; la nobiltà traspariva perfino attraverso i loro stracci. Altri erano contadini che impugnavano le spade, messe loro in mano da Caramon, come avrebbero potuto fare con le loro zappe. Ma anch’essi avevano una sorta di severa nobiltà. Dopo aver affrontato per anni la Carestia e l’Indigenza, prepararsi ad affrontare un nemico che poteva essere ucciso o conquistato era un pensiero stimolante.
Senza rendersi conto di come fosse accaduto, Caramon si ritrovò generale di quello che adesso veniva chiamato «l’Esercito di Fistandantilus».
All’inizio ebbe tutto quello che gli serviva per procurarsi il cibo sufficiente al grande numero di uomini e delle loro famiglie. Ma i ricordi dei giorni magri della sua vita di mercenario gli ritornarono alla memoria. Dopo aver scoperto quali fra i suoi uomini erano esperti cacciatori, li mandò subito in giro a cercare selvaggina. Le donne affumicavano la carne o la essiccavano, in modo che quella che non veniva consumata subito potesse essere immagazzinata.