Molti degli uomini che si erano uniti a lui avevano portato con sé il grano e la frutta che erano riusciti a raccogliere. Caramon fece mettere insieme tutte queste provviste, ordinando che il grano venisse trasformato in farina, per poi cuocerlo e farne delle gallette, dure come la roccia ma nutrienti, che permettevano ad un esercito in marcia di sopravvivere per mesi. Perfino i bambini avevano i loro compiti, mandati a intrappolare o a cacciare con l’arco la piccola selvaggina, a pescare, ad attingere l’acqua, a tagliare la legna.
Poi Caramon dovette intraprendere l’addestramento delle reclute, insegnando loro l’uso della lancia, della spada e dello scudo... E alla fine dovette anche trovare le lance, le spade e gli scudi.
E a mano a mano che l’esercito si spostava verso sud, la voce della loro venuta si andava diffondendo.
Capitolo primo
Pax Tharkas, un monumento alla pace. Adesso era diventata un simbolo di guerra. La storia della grande fortezza di pietra di Pax Tharkas ha le sue radici in un’improbabile leggenda, la storia di una razza perduta di nani chiamata kal-thax.
Così come gli umani prediligono l’acciaio, la forgiatura di armi scintillanti, il luccichio delle monete sfavillanti; così come gli elfi prediligono i loro boschi, far sbocciare e dare alimento alla vita; così i nani prediligono la pietra, la modellatura delle ossa del mondo.
Prima dell’Era dei Sogni c’era stata l’Era del Crepuscolo quando la storia del mondo era avvolta nelle nebbie della sua alba. A quel tempo dimorava nelle grandi sale di Thorbardin una razza di nani la cui abilità nel lavorare la pietra era così perfetta e così straordinaria che il dio Reorx, Forgiatore del Mondo, la contemplò e se ne meravigliò. Sapendo nella sua saggezza che una volta raggiunta dai mortali una simile perfezione, non ci sarebbe stato null’altro nella vita per cui lottare, Reorx prese l’intera razza dei kal-thax e la portò a vivere con sé vicino alla forgia del cielo.
Rimangono pochi esempi dell’antica maestria dei kal-thax. Questi sono conservati all’interno del regno dei nani di Thorbardin, e sono stimati al di sopra di qualsiasi altra cosa. Passata l’epoca dei kal-thax, ogni nano aveva sempre coltivato per tutta la vita l’ambizione di raggiungere una simile perfezione nel lavorare la pietra, così da venir anche lui assunto in cielo e vivere accanto a Reorx.
Però, a mano a mano che il tempo passava, questo degno scopo finì per essere pervertito e contorto fino a diventare un’ossessione. Pensando e sognando soltanto la pietra, le vite dei nani erano diventate inflessibili e immutabili come la stessa materia prima della loro arte. Si rintanarono nelle profondità delle antiche gallerie sotto le montagne, evitando il mondo esterno. E il mondo esterno evitò loro.
Il tempo passò, e portò la tragica guerra fra gli elfi e gli uomini. Questa terminò con la firma del Papiro di Swordsheath e con l’esilio volontario di Kith-Kanan e dei suoi seguaci dall’antica terra natia degli elfi di Silvanesti. Secondo i termini del Papiro, agli elfi di Qualinesti (che significava «nazione libera») vennero assegnate le terre a ovest di Thorbardin perché vi fondassero la loro nuova patria.
Ciò andava bene sia agli umani che agli elfi. Sfortunatamente, per queste decisioni nessuno si era preoccupato di consultare i nani. Vedendo in quell’afflusso di elfi una minaccia al loro modo di vita sotto la montagna, i nani attaccarono. Kith-Kanan scoprì, con rincrescimento, di aver lasciato una guerra per trovarsi inguaiato subito dopo in un’altra.
Dopo molti, lunghi anni, il saggio re degli elfi riuscì a convincere gli ostinati nani che gli elfi non avevano nessun interesse per le loro pietre. Bramavano soltanto la bellezza vivente della loro selva.
Malgrado questo amore per qualcosa di mutevole e selvaggio fosse del tutto incomprensibile per i nani, alla fine essi giunsero ad accettare l’idea. Gli elfi non furono più considerati una minaccia. Le due razze, finalmente, poterono diventare amiche.
Per onorare questo accordo venne costruita Pax Tharkas. Posta a sorveglianza del passo montano fra Qualinesti e Thorbardin, la fortezza era stata eretta come un monumento alle diversità: un simbolo dell’unità e della differenza.
Nell’epoca precedente al Cataclisma, gli elfi e i nani avevano difeso insieme gli spalti di quella poderosa fortezza. Ma adesso soltanto i nani erano di sentinella sulle due alte torri, poiché quell’epoca malvagia aveva causato nuovamente una divisione fra le due razze.
Ritiratisi nelle loro terre di Qualinesti coperte di foreste, curando le ferite che li avevano spinti a cercare la solitudine, gli elfi avevano lasciato Pax Tharkas. Al sicuro dentro le loro selve, avevano chiuso i confini a tutti. Gli intrusi, che fossero umani o goblin, nani od orchi, venivano uccisi all’istante e senza domande. Duncan, re di Thorbardin, rifletteva su tutto questo mentre osservava il sole tramontare dietro le montagne, cadendo dal cielo dentro a Qualinesti. Ebbe un’improvvisa, grottesca visione degli elfi che attaccavano lo stesso sole perché aveva osato penetrare nella loro terra, e se ne uscì in una sbuffata di scherno. Be’, hanno buone ragioni per essere paranoici, si disse.
Hanno buone ragioni per tenere fuori della porta il mondo. Cos’ha fatto il mondo per loro? È entrato nelle loro terre, ha violentato le loro donne, ha assassinato i loro bambini, ha bruciato le loro case e li ha depredati delle loro provviste. E sono stati forse i goblin o gli orchi la stirpe del male? No! Duncan ringhiò selvaggiamente in mezzo alla sua barba. Erano stati quelli di cui si erano fidati, quelli che avevano accolto come amici: gli umani.
E adesso è il nostro turno, pensò Duncan, prendendo a camminare su e giù per lo spalto, con un occhio al sole al tramonto che aveva inondato il cielo di sangue. Tocca a noi adesso sbarrare le nostre porte e dire al mondo: che liberazione! Andate nell’Abisso a modo vostro, che noi ci andremo a modo nostro!
Smarrito nei suoi pensieri, divenne solo gradualmente consapevole che un’altra persona si era avvicinata e stava camminando su e giù insieme a lui; dei passi ferrati tenevano il tempo con i suoi.
Il nuovo nano era di una testa e di una spalla più alto di Duncan e, con le sue lunghe gambe, avrebbe potuto far un solo passo, invece dei due del suo re. Ma aveva, per rispetto, scorciato i suoi passi per uguagliare quelli del suo sovrano.
Duncan corrugò la fronte, sentendosi a disagio. In qualunque altro momento avrebbe accolto con gioia la compagnia di quella persona. Adesso, gli si manifestava invece come un cattivo presagio.
Proiettava un’ombra sui suoi pensieri, così come il sole calante faceva allungare le gelide ombre delle vette montagnose a stendere le loro dita verso Pax Tharkas.
«Proteggeranno bene la nostra frontiera occidentale,» disse Duncan, aprendo la conversazione, con lo sguardo alla frontiera con Qualinesti.
«Già, thane,» rispose l’altro nano, e Duncan gli lanciò un’occhiata tagliente da sotto le folte sopracciglia grigie. Malgrado il nano più alto avesse pronunciato quelle parole mostrandosi in accordo con il suo re, c’era stata una riservatezza e una freddezza, nella sua voce, che indicava la sua disapprovazione.
Sbuffando per l’irritazione, Duncan si girò di scatto interrompendo il suo andirivieni, e puntando nell’opposta direzione ebbe la divertita soddisfazione di cogliere di sorpresa il nano che l’affiancava.
Ma il nano più alto, invece d’inciampare o di voltarsi e raggiungere il suo re, si limitò semplicemente a fermarsi e rimase là a guardare con tristezza da sopra gli spalti di Pax Tharkas le oltrestanti terre degli elfi adesso in ombra.
Irritato, Duncan prima prese in considerazione la possibilità, semplicemente, di proseguire senza il suo compagno, poi si fermò per concedere al nano più alto la possibilità di raggiungerlo. Ma il nano più alto non fece nessun movimento, quindi, alla fine, con un’espressione esasperata, Duncan si girò e tornò indietro pestando i piedi.