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«Per la barba di Reorx, Kharas,» sbuffò rumorosamente, «cosa c’è?»

«Credo che dovresti incontrare Fireforge,» replicò Kharas, misurando le parole, gli occhi rivolti al cielo che adesso stava diventando d’un cupo purpureo. Molto in alto, una stella solitaria sfavillava nel buio.

«Non ho niente da dirgli,» dichiarò Duncan, secco.

«Il thane è saggio.» Kharas pronunciò le parole rituali con un inchino, ma l’accompagnò con un profondo sospiro, stringendo le mani dietro la schiena.

Duncan esplose. «Quello che vuoi dire è “Il thane è un somaro”!» Il re diede una gomitata nel braccio a Kharas. «Non è più vicino al segno?»

Kharas girò la testa, sorridendo, accarezzandosi le seriche trecce della lunga barba riccioluta che luccicava al bagliore delle torce appese alle pareti. Fece per rispondere, ma l’aria si riempì all’improvviso di rumori: tonfi di stivali, sbattere di piedi, un richiamo di voci, lo sferragliare delle asce contro l’acciaio. Il cambio della guardia. Capitani che urlavano ordini, uomini che lasciavano le loro posizioni, altri che prendevano il loro posto. Kharas, osservando tutto questo in silenzio, lo usò come un fondale significativo per la sua dichiarazione, quando alla fine parlò.

«Credo che dovresti ascoltare quello che deve dirti, thane Duncan,» disse Kharas in tutta semplicità.

«Corre voce che tu stia incitando i tuoi cugini alla guerra.»

«Io!» ruggì Duncan infuriato. «Io, incitarli alla guerra! Sono loro ad essersi messi in marcia: stanno sciamando fuori dalle loro colline come sorci! Sono stati loro a lasciare la montagna. Noi non gli abbiamo mai chiesto di lasciare la loro casa ancestrale! Ma no, nel loro orgoglio testardo...»

Continuò a bofonchiare, elencando una lunga storia di torti, sia veri sia immaginati. Kharas lo lasciò parlare, aspettando con pazienza fino a quando Duncan non ebbe sfogato la maggior parte della sua rabbia.

Poi il nano più alto disse con pazienza: «Non ti costerà niente ascoltare, thane, e col tempo potrebbe esserci di grande vantaggio. Altri occhi, diversi da quelli dei nostri cugini, ci stanno osservando, di questo puoi esser certo.»

Duncan ringhiò, ma rimase silenzioso, riflettendo. Contrariamente a ciò che aveva accusato Kharas di pensare, re Duncan non era un nano stupido. Né Kharas in verità lo giudicava tale. Al contrario.

Duncan era uno dei sette thane che regnavano sui sette clan del regno dei nani, ed era riuscito a far alleare gli altri thanati sotto la sua guida, dando ai nani di Thorbardin un re, per la prima volta dopo secoli. Perfino i Dewar avevano riconosciuto in Duncan il loro capo, seppure con riluttanza.

I Dewar, i cosiddetti «nani scuri», abitavano molto in profondità nel sottosuolo, in caverne fiocamente illuminate e fetide, nelle quali perfino i nani della montagna di Thorbardin, che passavano la maggior parte della loro vita sottoterra, esitavano ad entrare. Molto tempo addietro una traccia di follia si era manifestata in quel particolare clan, inducendo gli altri a tenersi lontani da loro. Adesso, dopo secoli di unioni fra consanguinei imposte loro dall’isolamento, la follia era più accentuata, e quei pochi giudicati sani costituivano un gruppo cupo e amareggiato.

Ma servivano anche loro. Facili alla rabbia, feroci uccisori che godevano nell’uccidere. Formavano una porzione preziosa dell’esercito del thane. Duncan li trattava bene proprio per questo motivo, e anche perché, in fondo, era un nano gentile e giusto. Ma era abbastanza intelligente da non voltar mai loro le spalle.

Allo stesso modo Duncan era abbastanza intelligente da saper apprezzare la saggezza delle parole di Kharas. «Altri occhi ci stanno osservando.» Questo era vero. Lanciò un’occhiata verso occidente.

Questa volta era un’occhiata piena di circospezione. Gli elfi non volevano nessun guaio, di questo si sentiva sicuro. Nondimeno, se gli elfi avessero pensato che i nani avevano in mente di provocare una guerra, avrebbero agito molto in fretta per proteggere la loro terra. Voltandosi, guardò verso nord. Correva voce che gli uomini delle pianure di Abanasinia stessero prendendo in considerazione un’alleanza con i nani delle colline, ai quali avevano permesso di accamparsi sulle loro terre. In effetti, per quello che Duncan ne sapeva, quell’alleanza poteva già essere stata conclusa. Se avesse parlato a questo nano delle colline, Fireforge, avrebbe quanto meno potuto scoprirlo.

E, per di più, c’erano voci ancora più tenebrose... voci di un esercito in marcia dalle terre devastate di Solamnia, un esercito condotto da un potente stregone vestito di nero...

«Molto bene!» Re Duncan ringhiò con malagrazia. «Hai vinto un’altra volta, Kharas. Di’ al nano delle colline che lo incontrerò nella Sala dei thane al prossimo turno di guardia. Vedi se riesci a pescare qualche rappresentante degli altri thane. Giocheremo a carte scoperte, come tu raccomandi di fare.»

Kharas s’inchinò sorridendo, la lunga barba quasi spazzò la punta dei suoi stivali. Duncan si girò con un cenno imbronciato del capo e scese di sotto con passo pesante, i tonfi dei suoi stivali sottolineavano la misura della sua scontentezza. Gli altri nani di sentinella lungo gli spalti s’inchinarono al passaggio del loro re ma tornarono quasi subito ai loro posti. I nani sono gente indipendente, fedeli per prima cosa al loro clan e poi a chiunque altro. Malgrado tutti rispettassero Duncan, non lo riverivano, e lui lo sapeva. Mantenere la sua posizione era una lotta quotidiana.

Le conversazioni, brevemente interrotte al passaggio del re, ripresero quasi subito. Quei nani sapevano che la guerra era imminente e in realtà erano impazienti di combatterla. Sentendo le loro voci profonde, ascoltando i loro discorsi di battaglie e di combattimenti, Kharas dette in un altro sospiro.

Voltandosi nella direzione opposta, si mosse per andare a cercare le delegazioni dei nani delle colline, con il cuore pesante quasi quanto l’enorme martello da guerra che portava con sé, un martello che pochissimi altri nani potevano anche soltanto sollevare. Anche Kharas sentiva che la guerra era imminente. Provava quello che aveva provato un tempo quando, da bambino, aveva viaggiato fino alla città di Tharsis e si era fermato sulla spiaggia a osservare con stupore le onde che si abbattevano sulla sponda. Che la guerra fosse imminente pareva inevitabile e inarrestabile come le onde medesime. Ma era deciso a fare quello che poteva per cercare d’impedirlo.

Kharas non faceva alcun segreto del suo odio per la guerra e sosteneva sempre con forza le ragioni della pace. Molti fra i nani trovavano la cosa molto strana, poiché Kharas era l’eroe riconosciuto della sua razza. Quand’era ancora un giovane nano, all’epoca che aveva preceduto il Cataclisma, era stato fra quelli che avevano combattuto le legioni dei goblin e degli orchi durante le Grandi Guerre dei Goblin fomentate dal Gran Sacerdote di Istar.

A quei tempi regnava ancora la fiducia reciproca fra le razze. I nani, alleati dei Cavalieri, erano andati in loro soccorso quando i goblin avevano invaso Solamnia. I nani e i Cavalieri avevano combattuto fianco a fianco, e il giovane Kharas era rimasto profondamente colpito dal Codice e dalla Misura cavallereschi. E i Cavalieri, a loro volta, erano rimasti colpiti dall’abilità di combattente del giovane nano.

Più alto e più forte di chiunque altro della sua razza, Kharas brandiva un enorme martello che si era fatto da sé (con l’aiuto del dio Reorx, diceva la leggenda) e innumerevoli volte aveva difeso da solo il campo di battaglia fino a quando i suoi non avevano potuto giungere in soccorso per cacciare gli invasori.

Per il suo valore i Cavalieri l’avevano premiato con il nome di «Kharas», che significava «cavaliere» nella loro lingua. Non c’era onore più grande che potessero conferire a un estraneo.