Quando Kharas era tornato a casa aveva scoperto che la sua fama si era diffusa. Avrebbe potuto diventare il capo militare dei nani; anzi, avrebbe potuto diventare anche il loro re, ma non aveva nessuna ambizione del genere. Era stato uno dei più energici sostenitori di Duncan, e molti infatti erano convinti che Duncan dovesse a Kharas la sua ascesa al potere nel suo clan. Ma, se era così, questo fatto non aveva avvelenato il loro rapporto. Il nano più anziano e l’eroe più giovane erano diventati amici intimi: il senso pratico di Duncan, duro come la pietra, aveva tenuto saldamente ancorato a terra l’idealismo di Kharas.
E poi c’era stato il Cataclisma. In quei primi, terribili anni che avevano seguito la frantumazione del paese, il coraggio di Kharas aveva brillato come esempio per il suo popolo sventurato. Era stato suo il discorso che aveva indotto i thane ad unirsi e ad eleggere re Duncan. I Dewar si fidavano di Kharas pur non fidandosi di nessun altro. Grazie a quell’unificazione, i nani erano sopravvissuti ed erano perfino riusciti a prosperare.
Adesso Kharas era nel fiore della vita. Era stato sposato una volta, ma la sua amata moglie era perita durante il Cataclisma, e i nani, quando si sposavano, lo facevano una volta per tutta la vita.
Non ci sarebbero stati figli che avrebbero portato il suo nome, per la qual cosa Kharas, contemplando il cupo futuro che prevedeva per il mondo, provava quasi gratitudine.
«Reghar Fireforge, dei nani delle colline, e il suo seguito.»
L’araldo pronunciò il nome picchiando l’estremità della sua lancia da cerimonia sul duro pavimento di granito. I nani delle colline entrarono avanzando con passo orgoglioso fino al trono su cui sedeva Duncan, in quella che adesso veniva chiamata la Sala dei thane nella fortezza di Pax Tharkas.
Dietro di lui, su scranni più bassi, che erano stati trascinati là dentro in fretta e furia per la circostanza, sedevano i sei rappresentanti degli altri clan in funzione di testimoni per i loro thane.
Sarebbero stati soltanto testimoni incaricati di riferire ai loro thane quello che era stato detto o fatto.
Dal momento che era tempo di guerra, tutta l’autorità era affidata a Duncan. (Per lo meno, quel tanto che poteva rivendicare.)
In realtà, i testimoni non erano nulla di più che capitani delle loro rispettive divisioni. Anche se avrebbe dovuto essere una singola unità costituita collettivamente da tutti i nani di ogni singolo clan, l’esercito era, nondimeno, un coacervo dei vari clan: ogni clan forniva le proprie unità con i propri capi; il contingente di ogni clan viveva separato e in disparte dagli altri. I combattimenti fra i clan non erano insoliti, c’erano faide che duravano ormai da parecchie generazioni. Duncan aveva fatto del suo meglio per tener tappati i coperchi di quei calderoni in ebollizione ma, di tanto in tanto, la pressione aumentava troppo e qualche coperchio saltava via.
Però adesso, dovendo affrontare un nemico comune, i clan erano uniti. Perfino il rappresentante dei Dewar, un capitano dalla faccia sporca e i vestiti stracciati chiamato Argat che portava la barba intrecciata e annodata alla maniera dei barbari, e che durante tutta la procedura si divertì a lanciare abilmente in aria il pugnale e ad agguantarlo quando cadeva giù, ascoltò quanto venne detto con qualcosa di meno della solita aria di beffardo disprezzo.
Inoltre c’era il capitano di uno squadrone di nani dei fossi. Conosciuto col nome di Grangug, era là soltanto per la cortesia di Duncan. Il termine «gug» significava «privato» nella lingua dei nani dei fossi, e quel nano perciò non era altro che un «gran privato», un rango considerato risibile nel resto dell’esercito. Ma fra i nani dei fossi era considerato un grande onore, e il Grangug era assai riverito dalla maggior parte delle sue truppe. Duncan, nella sua sagacia, era sempre stato immancabilmente cortese nei confronti del Grangug e si era perciò conquistato la sua eterna fedeltà. Anche se c’erano molti che lo consideravano più un ostacolo che un aiuto, Duncan rispondeva che non si poteva mai sapere quando elementi del genere potevano diventare utili.
E così anche il Grangug si trovava in quel consesso, pur se era visibile a pochi. Gli era stata assegnata una sedia in un angolo buio e gli era stato detto di starsene seduto immobile senza parlare, istruzioni che aveva seguito alla lettera. Infatti, due giorni dopo, quando qualcuno si ricordò di lui e venne a toglierlo da lì, era ancora seduto su quella sedia.
«I nani sono nani» era un detto diffuso tra il popolino dell’intero Krynn, quando qualcuno tentava di far differenza tra i nani delle colline e quelli delle montagne.
Ma c’erano differenze, enormi differenze secondo la mentalità dei nani, anche se queste potevano non risaltare all’occhio d’un osservatore esterno. Cosa strana, ma né gli elfi né i nani lo avrebbero mai ammesso, i nani delle colline avevano lasciato l’antico regno di Thorbardin per molte delle stesse ragioni che avevano indotto gli elfi di Qualinesti a lasciare la loro tradizionale terra di Silvanesti. I nani di Thorbardin conducevano una vita rigida, altamente organizzata. Tutti, sia maschi che femmine, conoscevano il proprio posto nell’ambito del proprio clan. Il matrimonio fra membri di clan diversi era qualcosa d’inaudito; la fedeltà al clan era la forza che legava la vita di ogni nano. I contatti con il mondo esterno venivano evitati: la peggiore punizione che si poteva infliggere a un nano era l’esilio; perfino la condanna a morte veniva giudicata più misericordiosa. Il concetto di vita idilliaca per un nano consisteva nel nascere, crescere e morire senza mai ficcare una volta il proprio naso fuori dalle porte di Thorbardin.
Sfortunatamente questo era, o lo era stato in passato, soltanto un sogno. Chiamati in continuazione alle guerre per difendere i loro averi, i nani erano stati costretti a mescolarsi con il mondo esterno.
E, se non c’erano guerre, c’era sempre chi richiedeva l’abilità dei nani nelle opere di costruzione ed era disposto a pagare enormi somme pur di ottenerla. La bellissima città di Palanthas era stata costruita con grande amore da un vero e proprio esercito di nani, come lo erano state molte altre città di Krynn. Così era venuta a crearsi una razza di nani liberi, indipendenti e cosmopoliti. Questi parlavano di matrimoni misti fra i clan, parlavano con disinvoltura di rapporti commerciali con gli umani e con gli elfi. Ed esprimevano addirittura il desiderio di vivere all’aria aperta. E, cosa più orrenda di tutte, esprimevano la convinzione che altre cose nella vita potevano avere più importanza della lavorazione della pietra.
Ciò, naturalmente, era visto dai nani più rigorosi come una diretta minaccia alla società stessa dei nani, così, inevitabilmente, c’era stata una scissione. I nani indipendenti avevano lasciato le loro case sotto la montagna di Thorbardin. Il commiato non era avvenuto pacificamente. C’erano state parole dure da entrambe le parti. Allora erano cominciate faide che sarebbero durate centinaia d’anni. Quelli che se n’erano andati si erano rifugiati fra le colline dove, anche se la vita non era tutto quello che avevano sperato, per lo meno era libera: potevano sposare chi volevano, andare e venire come volevano, guadagnare i propri soldi. I nani rimasti a Thorbardin si limitarono semplicemente a serrare i ranghi e a diventare ancora più rigorosi, sempre che fosse possibile.
Adesso, mentre si valutavano a vicenda, i due nani che si fronteggiavano stavano pensando proprio a questo. E inoltre, forse pensavano che quello era un momento storico, la prima volta dopo secoli che le due parti s’incontravano.
Reghar Fireforge era il più vecchio dei due, uno dei membri al vertice del più forte clan dei nani delle colline. Malgrado fosse prossimo al suo Duecentesimo Anno del Dono della Vita, il vecchio nano era ancora robusto e vigoroso. Proveniva da un clan di antichissima data. Ma lo stesso non si poteva dire dei suoi figli. La loro madre era morta a causa di un cuore debole e la stessa malattia pareva perseguitare la famiglia. Reghar si era trovato a dover seppellire il proprio figlio più anziano e già poteva vedere i sintomi di una morte prematura in un altro suo figlio, adesso il maggiore, un giovane di settantacinque anni, sposatosi da poco.