Vestito di pellicce e di altre pelli di animale, con lo stesso aspetto barbaro (anche se più pulito) del Dewar, Reghar si teneva eretto con i piedi ampiamente discosti e teneva fissi su Duncan i suoi occhi duri come la roccia che luccicavano da sotto un paio di sopracciglia così folte che erano in molti a chiedersi come il vecchio nano riuscisse ancora a vedere. I suoi capelli erano grigi come il ferro, e così la barba che portava intrecciata, pettinata e rimboccata dentro la cintura alla maniera dei nani delle colline. Fiancheggiato da una scorta dei nani delle colline, tutti vestiti pressoché alla stessa maniera, il vecchio nano faceva un notevole effetto.
Re Duncan replicò allo sguardo di Reghar senza titubare: quel duello di sguardi era un’antica pratica dei nani e, se i contendenti erano particolarmente cocciuti, poteva perfino accadere che entrambi i nani finissero per crollare a terra esausti a meno che un terzo partito neutrale non intervenisse a farli smettere.
Duncan, mentre fissava Reghar con espressione cupa, cominciò ad accarezzarsi la serica barba riccioluta che gli scorreva libera sull’ampio stomaco. Era un segno di disprezzo, e Reghar, accorgendosene senza ammettere di essersene accorto, s’imporporò per la collera.
I sei membri dei clan sedevano stoicamente sui loro scranni, pronti a una lunga seduta. Quelli della scorta di Reghar allargarono le gambe e appuntarono gli sguardi sul nulla. Il Dewar continuò a lanciare in aria il suo coltello, con fastidio di tutti. Il Grangug sedeva nel suo angolo, del tutto dimenticato se non per il suo fetore di nano dei fossi che pervadeva il gelo della stanza. Pareva probabile, a giudicare dalla situazione, che Pax Tharkas si sarebbe sbriciolata per l’età intorno a loro prima che qualcuno dicesse anche una sola parola. Alla fine, con un sospiro, Kharas venne avanti fermandosi fra Reghar e Duncan. Adesso che la loro linea visuale era stata interrotta, ognuno dei due contendenti poteva abbassare lo sguardo senza perdere la propria dignità.
Dopo aver rivolto un inchino al proprio re, Kharas si voltò e, con profondo rispetto, fece altrettanto con Reghar. Poi si ritirò. Adesso entrambe le parti erano libere di parlare da eguali, anche se ciascuna parte aveva, in privato, la propria idea su quella che era l’uguaglianza.
«Ti ho concesso udienza,» dichiarò Duncan, dando inizio al colloquio con quella formale cortesia che, fra i nani, non durava mai a lungo, «Reghar Fireforge, per ascoltare cosa abbia indotto i nostri affini a intraprendere un viaggio fino a un regno che hanno scelto di abbandonare tanto tempo fa.»
«Ed è stato un bel giorno quello in cui ci siamo tolti dai piedi la polvere di questa antica tomba ammuffita,» ringhiò Reghar, «per vivere all’aperto come persone oneste, invece di stare nascosti sotto la roccia come le lucertole.»
Reghar si accarezzò la barba intrecciata, Duncan fece altrettanto con la propria. Entrambi si fissarono incolleriti. Quelli della scorta di Reghar mossero la testa, pensando che il loro capo se l’era cavata meglio in quel primo scontro verbale.
«Allora perché mai degli uomini onesti sono tornati all’antica tomba ammuffita, se non per venirvi come ladri di tombe?» chiese Duncan in tono secco, lasciandosi andare contro lo schienale con aria compiaciuta.
Un mormorio di approvazione si levò dai sei nani delle montagne. Era chiaro che pensavano che il loro thane avesse segnato un punto a suo favore.
Reghar arrossì. «L’uomo che si riprende ciò che prima gli è stato rubato è forse un ladro?» volle sapere.
«Non riesco a capire il motivo della tua domanda,» replicò Duncan con calma, «dal momento che non avete nulla di prezioso che qualcuno possa volervi rubare. Corre voce che perfino i kender evitino la vostra terra.»
Una risata di apprezzamento si levò dai nani della montagna, mentre quelli delle colline fremettero letteralmente di rabbia poiché quello era stato un insulto mortale. Kharas sospirò.
«Ti dirò io cosa vuol dire rubare!» ringhiò Reghar, con la barba che gli tremava per il furore. «I contratti, ecco cosa avete rubato! Facendo prezzi inferiori ai nostri, lavorando in perdita per toglierci il pane di bocca! E ci sono state incursioni nelle nostre terre, per rubarci il grano e il bestiame! Abbiamo sentito le storie sulle ricchezze che avete ammassato e siamo venuti a rivendicare ciò che ci appartiene di diritto! Niente di più, niente di meno!»
«Menzogne!» gridò Duncan, balzando in piedi in preda al furore. «Tutte menzogne! Qualunque ricchezza si trovi sotto la montagna, abbiamo lavorato col nostro onesto sudore per guadagnarcela! E voi tornate qui come ragazzini spendaccioni, piagnucolando, dicendo che avete la pancia vuota dopo aver sprecato le vostre giornate a divertirvi quando avreste dovuto lavorare!» Fece un gesto insultante. «Avete perfino l’aspetto dei mendicanti!»
«Mendicanti, vero?» ruggì Reghar a sua volta, la sua faccia era diventata d’un purpureo ancora più scuro. «No, per la barba di Reorx! Se stessi morendo di fame e tu mi offrissi una crosta di pane, ti sputerei sulle scarpe! Prova a negare che state fortificando questo posto, praticamente sui nostri confini! Prova a negare che avete aizzato gli elfi contro di noi, inducendoli a interrompere i loro commerci! Mendicanti? No! Per la barba di Reorx, la sua forgia e il suo maglio, torneremo, ma quando lo faremo sarà da conquistatori! Avremo ciò che ci appartiene di diritto e vi daremo una bella lezione, per giunta!»
«Verrete, da quei codardi e frignoni che siete,» rispose Duncan, sarcastico, «nascondendovi dietro le sottane di uno stregone dalle Vesti Nere e agli scudi sfolgoranti dei guerrieri umani bramosi di bottino! Vi pugnaleranno alla schiena e poi spoglieranno i vostri cadaveri!»
«Dovresti intendertene più di chiunque altro, quando si tratta di spogliare i cadaveri!» urlò Reghar.
«Avete spogliato i nostri per anni!»
I sei membri dei clan balzarono fuori dalle loro sedie, e la scorta di Reghar scattò in avanti. La risata acuta del Dewar si levò al di sopra di quel tuonare di urla e di minacce. Il Grangug era rannicchiato nel suo angolo con la bocca spalancata.
La guerra avrebbe potuto cominciare in quello stesso istante se Kharas non si fosse precipitato fra le due parti, con la sua alta figura che torreggiava su tutti. A gomitate e a spintoni costrinse le due parti ad arretrare. Però, anche dopo che i due gruppi furono separati, continuarono a levarsi grida di derisione e qualche occasionale insulto. Ma, ad una severa occhiata di Kharas, questi cessarono e ben presto tutti piombarono in un silenzio scontroso e imbronciato.
Kharas parlò. La sua voce profonda suonò burbera e colma di tristezza. «Molto tempo addietro, ho pregato gli dei di concedermi la forza di combattere l’ingiustizia e il male che infestano il mondo. Reorx rispose alle mie preghiere concedendomi il permesso di usare la sua forgia e là, sulla forgia del dio medesimo, feci questo martello. Da allora, il mio martello ha sfolgorato in battaglia lottando contro le creature malvagie di questo mondo e proteggendo la mia patria, la patria della mia gente. Adesso, tu, mio re, mi chiedi di scendere in guerra contro i miei consanguinei? E voi, miei consanguinei, minaccereste di portare la guerra nella nostra terra? E a questo che vi stanno conducendo le vostre parole... che io debba usare questo martello contro il mio stesso sangue?»
Nessuna delle due parti parlò. I componenti di entrambe si guardarono con ferocia da sotto le sopracciglia cespugliose, e tutte e due le parti parvero vergognarsi un po’. Il sincero discorso di Kharas aveva toccato il cuore di molti. Soltanto due l’avevano ascoltato impassibili. Entrambi erano vecchi, entrambi avevano perduto da molto tempo ogni illusione, entrambi sapevano che quella spaccatura era diventata troppo ampia per venir colmata dalle parole. Ma il gesto era stato fatto.
«Ecco la mia offerta, Duncan, re di Thorbardin,» disse Reghar, respirando affannosamente. «Ritira i tuoi uomini da questa fortezza. Consegna a noi e ai nostri alleati umani Pax Tharkas e le terre che la circondano. Dà a noi metà del tesoro sotto la montagna, la metà che ci appartiene di diritto, e permetti a quelli di noi che dovessero scegliere di farlo di tornare alla sicurezza della montagna, se il male dovesse diffondersi in queste terre. Persuadi gli elfi a togliere le loro barriere commerciali, e dividi con noi al cinquanta per cento tutti i contratti per i lavori di costruzione.