Per ora, ognuna si accontentava di sorvegliare l’altra.
Se l’una o l’altra divinità avesse casualmente abbassato lo sguardo, lui o lei si sarebbero forse divertiti nel vedere quelli che sembravano i flebili tentativi dell’umanità di imitare la loro gloria celeste. Sulle pianure di Solamnia, fuori della città-fortezza montana di Garnet, i fuochi dei bivacchi punteggiavano la piatta prateria, rischiarando la notte sottostante, allo stesso modo in cui le stelle illuminavano quella sovrastante.
L’esercito di Fistandantilus.
Le fiamme dei bivacchi si riflettevano sugli scudi e sui pettorali, danzavano sulle lame delle spade e lampeggiavano sulle punte delle lance. Le fiamme traevano luccichii dai volti fulgidi di speranza e di ritrovato orgoglio, ardevano negli occhi scuri della gente al seguito e guizzavano alte illuminando i giochi giulivi dei bambini.
Intorno ai bivacchi c’erano gruppi di uomini in piedi o seduti, che parlavano e ridevano, mangiavano e bevevano, lustrando e controllando le proprie attrezzature. L’aria della notte era piena di battute e imprecazioni e storie stravaganti. Qua e là gli uomini si sfregavano spalle e braccia doloranti a causa degli inusitati allenamenti, dando in gemiti di dolore. Mani callose per aver maneggiato zappe e vanghe per una vita intera erano adesso coperte di vesciche dopo aver impugnato lance. Ma queste vesciche venivano accettate con una benevola scrollata di spalle.
Questi uomini potevano vedere i loro bambini giocare intorno ai fuochi dei bivacchi, sapendo che quella sera avevano mangiato, se non bene, per lo meno in quantità adeguata. Potevano guardare in faccia la propria moglie con orgoglio. Per la prima volta dopo molti anni, quegli uomini avevano una meta, uno scopo, nella loro vita.
Alcuni sapevano che quella meta avrebbe potuto benissimo essere la morte, ma quelli che lo sapevano, accettavano questo fatto e lo capivano, e decidevano comunque di continuare in quell’impresa.
«Dopotutto,» si disse Garic, quando il suo sostituto venne a dargli il cambio al posto di guardia, «la morte arriva per tutti. È meglio che un uomo la incontri alla sfolgorante luce del sole, con in pugno la spada balenante, piuttosto che lasciarsi sorprendere da essa durante la notte, oppure soffocare sotto la stretta delle sue mani immonde e malefiche.»
Il giovane - adesso era fuori servizio - tornò al suo bivacco e recuperò un folto mantello dal suo sacco a pelo. Dopo aver mandato giù in fretta e furia una scodella di stufato di coniglio s’incamminò in mezzo ai fuochi dei bivacchi.
Diretto alla periferia del campo, camminava con passo deciso, ignorando numerosi inviti ad unirsi agli amici intorno ai falò. Rifiutò con cortesia e proseguì per la sua strada.
Pochi ci fecero caso. Molti, infatti, evitavano i falò durante la notte. Le ombre erano riscaldate dai sospiri sommessi, dai mormorii e dalle dolci risate.
Garic aveva un appuntamento in mezzo alle ombre, ma non con un’amante, anche se parecchie giovani donne al campo sarebbero state più che felici di condividere la notte con quel giovane e aitante nobiluomo. Arrivato a un grosso macigno, lontano dal campo e da altre compagnie, Garic si avvolse nel mantello, si sedette e aspettò.
Non aspettò a lungo.
«Garic?» chiese una voce esitante.
«Michael!» gridò Garic, con calore, balzando in piedi. I due uomini si strinsero la mano e poi, sopraffatti dall’emozione, si abbracciarono con trasporto.
«Cugino, quest’oggi, quando ti ho visto entrare nell’accampamento in sella al tuo destriero, non riuscivo a credere ai miei occhi!» continuò Garic, stringendo energicamente la mano dell’altro giovane, timoroso che potesse svanire nel buio.
«Né io ai miei,» dichiarò Michael, senza liberarsi dalla stretta del consanguineo, e cercando di sgombrare la sua gola da un’improvvisa nota rauca. Tossendo, si sedette sul macigno e Garic fece altrettanto. Entrambi rimasero in silenzio per qualche istante, mentre si schiarivano la gola e si sforzavano di essere duri e militareschi.
«Ho quasi creduto che tu fossi un fantasma,» disse Michael, facendo un vano tentativo di ridere.
«Ci avevano detto che eri morto...» La sua voce si spense e tossì di nuovo. «Questo maledetto clima umido,» borbottò. «Ti entra in gola...»
«Sono riuscito a fuggire,» disse Garic con voce sommessa. «Ma mio padre, mia madre e mia sorella non hanno avuto altrettanta fortuna.»
«Anne?» mormorò Michael con voce addolorata.
«È morta in fretta,» spiegò Garic, quasi sussurrando, «come mia madre. Ci ha pensato mio padre, prima che la folla lo massacrasse. La cosa li ha fatti inferocire. Hanno mutilato il suo corpo...»
La voce di Garic soffocò. Michael gli strinse il braccio, partecipando al dolore del cugino. «Era un uomo di nobili sentimenti, tuo padre. E morto come un vero cavaliere, difendendo la sua casa. Una morte migliore di quella che altri dovranno affrontare,» aggiunse, cupo, inducendo Garic a scoccargli un’occhiata penetrante. «Ma qual è la tua storia? Come hai fatto a sfuggire alla plebaglia? Dove sei stato durante quest’ultimo anno?»
«Non sono fuggito,» dichiarò Garic con amarezza. «Sono arrivato quando ormai era tutto finito. Dove mi trovassi non ha importanza.» Il giovane arrossì. «Ma avrei dovuto essere con loro, per morire con loro!»
«No, tuo padre non l’avrebbe voluto.» Michael scosse la testa. «Tu sei vivo. Porterai avanti il nome.»
Garic corrugò la fronte. I suoi occhi scintillarono tenebrosi. «Forse. Anche se da allora non ho più giaciuto con nessuna donna...» Scosse la testa. «In questo caso ho potuto fare per loro soltanto quello che ho potuto. Ho incendiato il castello...»
Il respiro di Michael si fece rapido, ma Garic continuò, come se non l’avesse notato:
«In modo che la marmaglia non potesse occuparlo. Le ceneri della mia famiglia rimangono là fra le pietre annerite del maniero edificato dal mio trisavolo. Poi per un po’ ho vagato senza una meta, senza che nulla m’importasse di quello che poteva capitarmi. Alla fine ho incontrato un gruppo di uomini, molti come me, cacciati dalle loro case per varie ragioni.
«Non mi fecero nessuna domanda. Non gl’importava nulla di me, salvo il fatto che sapevo maneggiare una spada con destrezza. Mi unii a loro. E siamo vissuti di espedienti.»
«Banditi?» chiese Michael, cercando di celare una nota di sorpresa nella voce, ma a quanto pare senza riuscirci, poiché Garic gli lanciò un’occhiata tenebrosa.
«Sì, banditi,» replicò il giovane con freddezza. «La cosa ti sconvolge? Che un Cavaliere di Solamnia debba talmente dimenticarsi del Codice e della Misura al punto di unirsi a dei banditi? Ti chiedo una cosa, Michaeclass="underline" dov’erano il Codice e la Misura quando hanno assassinato mio padre, tuo zio? Dove sono mai, in questo disgraziato paese?»
«In nessun luogo, forse,» rispose Michael, con voce ferma, «salvo che nei nostri cuori.»
Garic rimase silenzioso. Poi cominciò a piangere, aspri singhiozzi che gli squassavano il corpo. Suo cugino lo prese tra le braccia, tenendolo stretto a sé. Garic dette in un sospiro tremante e si asciugò gli occhi col dorso della mano.
«Non ho pianto una sola volta da quando li ho incontrati,» disse con voce soffocata. «E hai ragione, cugino. Vivendo con dei furfanti, ero affondato in un baratro dal quale forse non sarei mai riuscito a fuggire, se non fosse stato per il generale...»
«Questo Caramon?»
Garic annuì. «Una notte abbiamo teso un’imboscata a lui e ai suoi. E questo mi ha aperto gli occhi.
Prima avevo sempre derubato la gente senza pensarci troppo e, talvolta, ne avevo addirittura tratto piacere. Mi dicevo che erano dei cani come quelli che avevano assassinato mio padre. Ma in quel gruppo c’erano una donna e un fruitore di magia. Lo stregone era malato. L’ho colpito e al mio tocco si è accasciato come una bambola spezzata. E la donna, sapevo cosa le avrebbero fatto e il pensiero mi disgustava. Ma avevo paura del capo, Piedacciaio lo chiamavano. Era una bestia! Un mezz’orco.