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La pelle di Crysania era fresca al suo tocco febbricitante, le sue labbra come acqua vivicatrice per un uomo che stesse morendo di sete. Si arrese alla luce, chiudendo gli occhi per proteggersi. E poi, l’ombra d’una faccia comparve nella sua mente, una dea: con i capelli scuri, gli occhi scuri, esultante, vittoriosa, che rideva...

***

«No!» gridò Raistlin. «No!» urlò con voce semistrozzata mentre scostava da sé Crysania con violenza. Tremante e stordito, si alzò in piedi barcollando. Alla luce del sole gli occhi gli bruciavano. Il calore sulle sue vesti era soffocante, e si sentì rantolare nel tentativo di respirare.

Riabbassandosi il cappuccio nero sulla testa, rimase là in piedi, tremante, cercando di recuperare la sua compostezza, il suo controllo.

«Raistlin!» gridò Crysania, aggrappandosi alla sua mano. La sua voce era calda di passione. Il nuovo contatto con lei peggiorò il dolore, proprio mentre prometteva di alleviarlo. La sua risolutezza cominciò a frantumarsi, il dolore lo lacerava...

Furioso, Raistlin liberò la mano con uno scatto. Poi, il volto cupo, allungò il braccio e afferrò il fragile tessuto bianco delle sue vesti. Con uno strattone glielo lacerò, strappandolo via dalle spalle, mentre con l’altra mano spingeva giù il suo corpo seminudo tra le foglie.

«È questo che vuoi?» chiese, con voce tesa per la rabbia. «Se è così, rimani qui ad aspettare mio fratello. Dovrebbe arrivare presto!»

S’interruppe, lottando per respirare.

Giacendo sulle foglie, vedendo la sua nudità riflessa in quegli occhi simili a specchi, Crysania si strinse al petto il tessuto strappato e lo fissò muta.

«È per ottenere questo che siamo venuti?» continuò Raistlin, spietato. «Pensavo che il tuo scopo fosse più elevato, Reverenda Figlia! Ti vanti di Paladine, ti vanti dei tuoi poteri. Pensavi che potesse essere questa la risposta alle tue preghiere? Che io sarei caduto vittima del tuo fascino?»

Quella frecciata colpì il segno. La vide sussultare, vide il suo sguardo esitare. Crysania chiuse gli occhi, e si gettò dall’altra parte, singhiozzando per l’angoscia, stringendo la veste stracciata al proprio corpo. I capelli neri le ricaddero sulle spalle nude, la pelle della sua schiena era bianca, morbida e liscia...

Raistlin si voltò di scatto e si allontanò. Camminò con passo veloce, e mentre camminava sentì tornargli la calma. Il dolore della passione si attenuò, consentendogli ancora una volta di pensare con chiarezza.

I suoi occhi intravidero un movimento, il lampeggiare di un’armatura. Il suo sorriso si contorse in una risata beffarda. Come aveva previsto, Caramon stava arrivando, lanciato alla ricerca di Crysania. Be’, erano ambedue i benvenuti a questo loro incontro. A lui, cosa importava?

Raggiunta la tenda, Raistlin entrò nei suoi bui, tenebrosi confini. La risata beffarda gli arricciava ancora le labbra ma, ricordando la sua debolezza, ricordando come avesse sfiorato il fallimento, ricordando - contro la sua volontà - le labbra calde e morbide di lei, si dissolse.

Tremando crollò su una sedia e affondò la testa tra le mani.

Ma il sorriso gli tornò mezz’ora più tardi, quando Caramon irruppe nella sua tenda. Il volto dell’omone era imporporato, gli occhi dilatati, la mano sull’elsa della spada.

«Dovrei ammazzarti, dannato bastardo!» ringhiò, con voce soffocata.

«E per cosa mai, questa volta, fratello mio?» chiese Raistlin con voce irritata, continuando a leggere il libro degli incantesimi che stava studiando. «Ho assassinato un altro dei tuoi beneamati kender?»

«Tu sai maledettamente bene per che cosa,» ruggì Caramon, con un’imprecazione. Avanzò a passi barcollanti, afferrò il libro degli incantesimi e lo chiuse con un tonfo. Le dita gli bruciarono quando toccò la sua rilegatura color azzurro notte, ma non sentì neppure il dolore. «Ho trovato Dama Crysania nel bosco, con la veste stracciata, che piangeva in modo straziante. Quei segni sul suo viso...»

«Sono stati fatti dalle mie mani. Non ti ha detto cos’è successo?» lo interruppe Raistlin.

«Sì, ma...»

«Non ti ha detto che si è offerta a me?»

«Non credo...»

«E che io l’ho respinta?» continuò Raistlin, gelido, incontrando lo sguardo di suo fratello senza batter ciglio.

«Arrogante figlio di una...»

«E adesso, è probabile che sieda piangente nella sua tenda, ringraziando gli dei perché l’amano tanto da apprezzare la sua virtù.» Raistlin se ne uscì in una risata amara e beffarda che trafisse Caramon come un pugnale avvelenato.

«Non ti credo,» replicò Caramon con voce sommessa. Ghermì suo fratello per le vesti, e lo strappò dalla sedia. «E neppure credo a lei! Direbbe qualsiasi cosa pur di proteggere il tuo miserabile...»

«Toglimi le mani di dosso, fratello!» disse Raistlin con un sussurro sommesso e deciso.

«Ti rivedrò nell’Abisso!»

«Ti ho detto, toglimi le mani di dosso!» Vi fu un lampo di luce azzurra, un crepitio ed uno sfrigolio, e Caramon urlò per il dolore, lasciando la presa quando una scossa traumatizzante si diffuse impetuosa in tutto il suo corpo.

«Ti avevo avvertito.» Raistlin si ravviò le vesti e riprese il suo posto.

«Per gli dei, questa volta ti ucciderò!» esclamò Caramon a denti stretti, sfoderando la spada con mano tremante.

«Allora fallo,» gli intimò Raistlin, alzando lo sguardo dal libro degli incantesimi che aveva riaperto.

«E che sia finita una volta per tutte. Questa costante minaccia comincia ad annoiarmi!»

C’era uno strano luccichio negli occhi del mago, quasi un desiderio, o addirittura un invito...

«Provaci!» bisbigliò, fissando suo fratello. «Prova ad ammazzarmi! Non tornerai mai più a casa...»

«Questo non ha importanza!» Smarrito nella sua sete di sangue, sopraffatto dalla gelosia e dall’odio, Caramon fece un passo verso suo fratello che sedeva, aspettando, con quella strana espressione bramosa sul volto sottile.

«Provaci!» gli ordinò di nuovo Raistlin. Caramon alzò la spada.

«Generale Caramon!» All’esterno echeggiarono voci allarmate, si udì un rumore di passi in corsa.

Con una imprecazione, Caramon frenò il suo fendente ed esitò, semiaccecato da lacrime di rabbia, fissando trucemente suo fratello.

«Generale... dove sei?» Le voci risuonarono più vicine, e c’erano altre voci in risposta dalle sue sentinelle, che indirizzavano alla tenda di Raistlin.

«Qui!» urlò Raistlin, alla fine. Voltando le spalle a suo fratello, Caramon rinfoderò la spada e aprì la falda della tenda. «Cosa c’è?»

«La strega, signore. Se n’è andata!»

«Andata?» ripetè Caramon, allarmato. Lanciando a suo fratello un’occhiata cattiva, l’omone si precipitò di corsa fuori della tenda. Raistlin sentì la sua voce tonante che chiedeva spiegazioni e gli uomini che gliele davano.

Raistlin non ascoltò. Chiuse gli occhi con un sospiro: a Caramon non era stato permesso di ucciderlo.

Davanti a lui, stendendosi lungo una linea dritta e sottile, le orme proseguivano inesorabili.

Capitolo quarto.

Una volta, Caramon le aveva fatto i complimenti per la sua abilità di cavallerizza. Prima di lasciare Palanthas insieme a Tanis Mezzelfo per cavalcare verso sud alla ricerca della magica Foresta di Wayreth, Crysania non si era mai avvicinata ad un cavallo se non seduta all’interno di una delle eleganti carrozze di suo padre. Le donne di Palanthas non cavalcavano, neppure per diletto, come invece facevano le altre donne solamniche.

Ma tutto questo accadeva nell’altra sua vita. Crysania sorrise cupamente fra sé mentre si piegava sul collo del suo destriero e piantava i talloni nei suoi fianchi, incitandolo a procedere al trotto. Quanto le pareva remota, di tanto tempo fa, e lontana.