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Frenò un sospiro e abbassò la testa per evitare alcuni rami bassi. Non guardò dietro di sé. Sperava che l’inseguimento non sarebbe stato così rapido. C’erano i messaggeri, per prima cosa Caramon avrebbe dovuto trattare con loro, e non avrebbe osato mandar fuori nessuna delle sue guardie senza di lui. Non all’inseguimento della strega!

D’un tratto Crysania scoppiò a ridere. Se qualcuno è mai assomigliato a una strega, quella sono io!

Non si era preoccupata di cambiare le sue vesti lacerate. Quando Caramon l’aveva trovata nel bosco, le aveva in qualche modo rassettate con dei fermagli del suo mantello. Già da molto tempo le sue vesti avevano cessato di avere il candore della neve; a forza di viaggiare, di lavarle nei torrenti, e per il naturale logorio, erano diventate d’un opaco grigio-piccione. Adesso, strappate e schizzate di fango, svolazzavano intorno a lei come tante piume inzaccherate.

Il mantello le sbatteva intorno alle spalle mentre cavalcava. I suoi capelli neri erano una massa aggrovigliata. Riusciva a veder qualcosa a stento, attraverso quel groviglio.

Cavalcò fuori dal bosco. Davanti a lei si stendeva la prateria, e per un momento Crysania tirò le redini per fermare il cavallo e studiare il territorio che si apriva davanti a lei. L’animale, abituato al passo pesante dei ranghi di un esercito che avanzava lentamente e con metodo, era eccitato da quell’insolito esercizio. Scosse la testa e si mise a caracollare di lato per qualche passo, fissando con desiderio quella liscia distesa erbosa, implorando una corsa. Crysania gli accarezzò il collo.

«Su, ragazzo,» lo incitò, lanciandolo a briglia sciolta.

Dilatando le narici, il cavallo drizzò all’indietro le orecchie e balzò in avanti, galoppando attraverso l’aperta prateria, elettrizzato da quella ritrovata libertà. Aggrappandosi al collo del destriero, Crysania si abbandonò al piacere della sua ritrovata libertà. Il caldo sole del pomeriggio faceva da gradevole contrasto con il vento pungente e tagliente che le investiva il viso. Il ritmo del galoppo dell’animale, l’eccitazione della cavalcata, e la debole punta di paura che provava sempre quand’era in sella le intorpidirono la mente, alleviando il dolore che aveva nel cuore.

Mentre cavalcava, i suoi piani le si cristallizzarono nella mente, diventando più limpidi e più nitidi.

Davanti a lei, il paesaggio si oscurò a causa delle ombre d’una foresta di pini; sopra di lei, alla sua destra, i picchi innevati dei monti Garnet risplendevano alla smagliante luce del sole. Dando alle redini un brusco strattone per ricordare all’animale che era lei al comando, Crysania fece rallentare il folle galoppo del cavallo, e lo guidò verso il lontano bosco.

Crysania aveva lasciato il campo da quasi un’ora, prima che Caramon riuscisse a organizzare le cose a sufficienza per lanciarsi all’inseguimento. Come Crysania aveva previsto, era stato costretto a spiegare l’emergenza ai messaggeri, assicurandosi che non si sentissero offesi, prima di partire.

Ciò richiese un po’ di tempo, poiché gli uomini delle pianure parlavano assai poco il comune, e niente del tutto il nanesco e, anche se il nano parlava molto bene il comune (e proprio per questo era stato scelto come messaggero), non riusciva a capire lo strano accento di Caramon, costringendo continuamente l’omone a ripetere le sue parole.

Caramon aveva cominciato cercando di spiegare chi fosse Crysania e in quale rapporto si trovasse con lui, ma questo era risultato impossibile da capire sia per il nano che per l’uomo delle pianure.

Alla fine Caramon aveva rinunciato e aveva detto loro, esplicitamente, quello che comunque avrebbero sentito dire nell’accampamento: che era la sua donna, ed era scappata.

L’uomo delle pianure aveva annuito, mostrando di aver capito. Le donne della sua tribù, notoriamente selvagge, si mettevano occasionalmente in testa di fare la stessa cosa. Suggerì che, quando Caramon l’avesse presa, le facesse tagliare tutti i capelli, il segno d’una moglie disobbediente. Il nano era un po’ stupito. Il suo stupore derivava dal fatto che, per una nana, scappare di casa o dal marito sarebbe equivalso a tagliarsi i ciuffi di pelo che aveva sul mento. Ma ricordò, imbronciato, che si trovava fra gli umani, per cui, che altro poteva aspettarsi?

Entrambi augurarono a Caramon un inseguimento rapido e coronato da successo, e si prepararono a trarre il massimo godimento dalle riserve di birra del campo. Tirando un sospiro di sollievo, Caramon si affrettò a lasciare la sua tenda per scoprire che Garic aveva sellato il cavallo e lo teneva pronto per lui.

«Abbiamo trovato la sua pista, generale,» lo informò il giovane, indicandogliela. «È andata a nord seguendo uno stretto sentiero tracciato dagli animali in mezzo ai boschi. È in sella a un cavallo veloce...» Garic scosse brevemente la testa per l’ammirazione. «Ha rubato uno dei migliori, posso dir questo a suo favore, signore. Ma non credo che arriverà molto lontana.»

Caramon montò in sella. «Grazie, Garic,» cominciò, poi s’interruppe quando vide un altro cavallo che veniva condotto fuori. «E quello cos’è?» ringhiò. «Ho detto che sarei andato da solo...»

«Vengo anch’io, fratello mio,» disse una voce dalle ombre.

Caramon si guardò intorno. L’arcimago uscì dalla sua tenda, abbigliato con il mantello da viaggio e gli stivali neri. Caramon si accigliò, ma Garic stava già rispettosamente aiutando Raistlin a salire in sella al magro e nervoso cavallo nero che l’arcimago preferiva. Caramon non osò replicare nulla davanti agli uomini, e suo fratello mostrò d’averlo capito con un luccichio divertito negli occhi, quando alzò la testa e la luce del sole si riflesse sulla loro superficie a specchio.

«Partiamo, allora,» borbottò Caramon, cercando di nascondere la sua rabbia. «Garic, prenderai tu il comando mentre sarò via. Non mi aspetto che la mia assenza duri a lungo. Assicurati che i nostri ospiti siano rifocillati e fai tornare quel mucchio di contadini là fuori sul campo. Voglio vederli, al mio ritorno, capaci d’infilare quei manichini di paglia, e non che s’infilzino ancora fra loro!»

«Sissignore,» rispose Garic con voce grave, rivolgendo a Caramon il saluto del cavaliere. Un vivido ricordo di Sturm Brightblade riaffiorò nella mente di Caramon, e con esso i giorni della sua giovinezza, i giorni quando lui e suo fratello avevano viaggiato insieme ai loro amici: Tanis, il nano Flint, il fabbro, Sturm... Scuotendo la testa, cercò di bandire i ricordi mentre guidava il suo cavallo fuori dal campo.

Ma questi gli tornarono con impeto ancora maggiore quando raggiunse il sentiero che s’inoltrava nel bosco e intravide suo fratello che cavalcava al suo fianco. Come al solito, il mago teneva il cavallo un po’ indietro rispetto al suo. Anche se cavalcare non gli piaceva particolarmente, Raistlin cavalcava bene, così come faceva bene qualunque cosa in cui s’impegnasse. Non parlava né guardava suo fratello, teneva il cappuccio abbassato sulla testa, smarrito nei propri pensieri. Questo non era insolito, talvolta i gemelli avevano viaggiato per giorni e giorni praticamente in un ininterrotto silenzio.

Ma, nonostante questo, c’era un legame fra loro, un legame di sangue, d’ossa e d’anima. Caramon si sentì scivolare nel vecchio, ben più facile anche se raro, rapporto cameratesco. La sua rabbia cominciò a sciogliersi, comunque era stata rivolta in parte contro se stesso. Si girò a metà e parlò sopra la propria spalla:

«Mi... mi spiace per... per quello che è successo là, Raist,» disse burbero mentre s’inoltravano sempre più nella foresta, seguendo la chiara pista lasciata da Crysania. «Quello che hai detto era vero, lei mi ha detto che... che lei...» Caramon cominciò a balbettare, arrossendo. Si girò del tutto sulla sella. «... che lei... Dannazione, Raist! Perché sei stato così brusco con lei?»

Raistlin sollevò la testa incappucciata e adesso Caramon potè vedere la sua faccia. «Dovevo esser brusco,» replicò, con voce sommessa. «Dovevo farle vedere il baratro che si apriva ai suoi piedi, un baratro che, se vi fossimo precipitati dentro, ci avrebbe distrutti tutti!»