Caramon fissò meravigliato suo fratello gemello. «Non sei umano!»
Con suo stupore ancora maggiore, Raistlin dette in un sospiro. Gli occhi aspri e luccicanti del mago si ammorbidirono per un attimo. «Sono più umano di quanto tu possa immaginare, fratello mio,» rispose con un tono nostalgico che andò direttamente al cuore di Caramon.
«Allora amala, uomo!» esclamò Caramon, rallentando per portarsi al fianco di suo fratello.
«Dimentica queste sciocchezze su baratri, voragini o qualunque altra cosa! Tu potrai anche essere un mago potente e lei potrà anche essere un santo chierico, ma, sotto quelle vesti, sei allo stesso tempo carne e sangue! Prendila fra le braccia e... e...»
Caramon si era talmente lasciato prendere dalla foga che frenò il suo cavallo, fermandosi nel mezzo del sentiero, il volto illuminato dalla passione e dall’entusiasmo. Anche Raistlin bloccò il suo cavallo. Sporgendosi in avanti, appoggiò una mano sul braccio del fratello, le sue dita ardenti vi lasciarono il segno. La sua espressione era dura, i suoi occhi ancora corruschi e gelidi come il ghiaccio.
«Ascoltami, Caramon, e cerca di capire,» disse Raistlin, con un tono di voce talmente privo d’espressione che fece rabbrividire il suo gemello, «Io sono incapace di amare. Non te ne sei ancora reso conto? Oh, sì, hai ragione... sotto queste vesti sono carne e sangue, più che ascetismo e pietà. Come qualunque altro uomo sono capace di voluttà. Sì, tutto quello che è... voluttà.»
Scrollò le spalle. «Per me avrebbe poca importanza se vi cedessi, forse m’indebolirebbe temporaneamente, niente di più. Certamente non influenzerebbe la mia magia. Ma...» il suo sguardo trapassò Caramon come una scheggia di ghiaccio, «... distruggerebbe Crysania quando dovesse scoprirlo. E lo scoprirebbe!»
«Brutto bastardo dal cuore di tenebra!» disse Caramon a denti stretti.
Raistlin sollevò un sopracciglio. «Lo sono davvero?» chiese semplicemente. «Se lo fossi, non mi prenderei il mio piacere quando l’avessi trovato? A differenza di altri, sono capace di capire e controllare me stesso.»
Caramon sbatté le palpebre. Spronando il cavallo, riprese ad avanzare lungo il sentiero, smarrito nella confusione. In qualche modo suo fratello era riuscito, ancora una volta, a rovesciare le cose.
D’un tratto lui, Caramon, si sentiva consumato dalla colpa, preda d’istinti animaleschi, e non era abbastanza uomo da riuscire a controllarli, mentre suo fratello, ammettendo d’essere incapace di amare, appariva nobile e pronto a sacrificarsi. Caramon scosse la testa.
I due seguirono la pista di Crysania addentrandosi sempre più in profondità nel bosco. Era un tragitto facile, Crysania aveva seguito la pista senza mai deviare, senza mai preoccuparsi, neppure una volta, di coprire le proprie tracce.
«Donne!» bofonchiò Caramon dopo un po’. «Se aveva intenzione di tenere il broncio, perché non l’ha fatto nella maniera più semplice, camminando? Perché doveva mettersi in sella a un maledetto cavallo e inoltrarsi tanto in profondità nel territorio?»
«Tu non la capisci, fratello mio,» disse Raistlin, con lo sguardo sulla pista. «Non è questa la sua intenzione. Questa sua cavalcata ha uno scopo, credimi.»
«Bah!» sbuffò Caramon. «Questo, da parte dell’esperto delle donne! Io sono stato sposato, e lo so! E scappata via perché si è offesa, sapendo che l’avremmo inseguita. La troveremo da qualche parte lungo questo sentiero, con tutta probabilità col cavallo azzoppato. Avrà freddo, e ci squadrerà altezzosa. Noi ci scuseremo e... e lasceremo che abbia la sua maledetta tenda personale, se proprio la vuole! E... guarda là! Cosa ti dicevo?» Fece fermare il cavallo e indicò la prateria. «Ecco una pista che potrebbe seguire anche un nano dei fossi, e cieco per giunta! Su, andiamo.»
Raistlin non rispose, ma c’era un’espressione pensierosa sul suo volto sottile, mentre galoppava dietro a suo fratello. I due seguirono la pista di Crysania attraverso la prateria. Trovarono il punto in cui era nuovamente entrata nel bosco, giunsero a un ruscello e l’attraversarono. Ma là, sulla sponda, Caramon fece fermare il suo cavallo.
«Cosa dia...» Guardò a destra e a sinistra, facendo girare in cerchio il suo animale. Raistlin si fermò, sospirando, e si appoggiò al pomo della sella.
«Te l’avevo detto,» dichiarò, severo. «Ha uno scopo. È intelligente, fratello mio. Tanto intelligente da conoscere la tua mente e come funziona... quando funziona.»
Caramon lanciò un’occhiata furiosa al fratello, ma non disse niente.
La pista di Crysania era scomparsa.
Come Raistlin aveva detto, Crysania aveva uno scopo. Era scaltra e intelligente, aveva intuito ciò che Caramon avrebbe pensato, e l’aveva fuorviato di proposito. Malgrado non fosse certamente esperta di cose dei boschi, da molti mesi ormai era insieme a chi lo era. Spesso sola (pochi rivolgevano parola alla «strega») e spesso lasciata a se stessa anche da Caramon, il quale aveva problemi relativi al suo comando da risolvere, e da Raistlin che era immerso nei suoi studi, Crysania aveva avuto ben poco da fare se non cavalcare da sola, ascoltare le storie raccontate da quelli che la circondavano, e imparare da loro.
Così le era stato semplice ripercorrere la propria pista, conducendo il cavallo lungo il centro del ruscello senza lasciare tracce che fosse possibile identificare. Arrivata a un punto roccioso della sponda, dove, ancora una volta, il suo cavallo non avrebbe lasciato nessuna traccia, era uscita dal ruscello. Entrata nel bosco, aveva evitato il sentiero principale, cercando invece una delle molte piste più piccole lasciate dagli animali diretti al ruscello. Una volta là, aveva coperto le proprie tracce meglio che poteva. Malgrado l’avesse fatto in modo rozzo e maldestro, era sicura che Caramon non le avrebbe attribuito neppure la capacità di fare quel poco, perciò non aveva nessun timore che sarebbe riuscito a seguirla.
Se Crysania avesse saputo che Raistlin stava cavalcando con suo fratello, avrebbe potuto avere dei dubbi, poiché il mago pareva conoscere la sua mente meglio di quanto la conosceva lei stessa. Ma non lo sapeva, perciò aveva proseguito con passo tranquillo facendo riposare il cavallo e concedendosi un po’ di tempo per rivedere i suoi piani.
Nelle borse della sella aveva una mappa, rubata dalla tenda di Caramon. Sulla mappa era segnato un piccolo villaggio annidato fra le montagne. Era così piccolo che non aveva neppure un nome, per lo meno un nome che fosse segnato sulla mappa. Ma proprio quel villaggio era la sua destinazione.
Qui, lei aveva in mente di realizzare un duplice scopo: avrebbe alterato il tempo, e avrebbe dimostrato (a Caramon, a suo fratello, e a se stessa) di essere qualcosa di più d’un po’ di bagaglio inutile, o perfino pericoloso. Avrebbe dimostrato il proprio valore.
Là, in quel villaggio, Crysania intendeva far rivivere la venerazione per gli antichi dei.
Questa non era un’idea nuova, per lei. Era qualcosa che aveva sempre avuto intenzione di tentare, ma che non aveva mai messo in atto per una molteplicità di ragioni. La prima era che sia Caramon che Raistlin le avevano tassativamente proibito di usare qualsivoglia potere chiericale mende si trovava al campo. Entrambi temevano per la sua vita, essendo stati personalmente testimoni, quand’erano più giovani, di roghi di streghe. (Lo stesso Raistlin avrebbe finito per esserne vittima, se non fosse stato salvato da Caramon e da Sturm.)
Crysania stessa aveva abbastanza buon senso da sapere che nessuno degli uomini o delle loro famiglie che viaggiavano con l’esercito l’avrebbe ascoltata, convinti fermamente com’erano tutti che lei fosse una strega. La sua mente era stata attraversata dal pensiero che avrebbe potuto far effetto su gente che non sapeva niente di lei, raccontando loro la sua storia, trasmettendo loro il messaggio che gli dei non avevano abbandonato l’uomo, bensì era stato l’uomo ad abbandonare gli dei... poi loro l’avrebbero seguita, come avrebbero seguito Goldmoon duecento anni più tardi. Ma soltanto quand’era stata punta dalle aspre parole di Raistlin aveva trovato finalmente il coraggio di agire.