«Per gli dei!» Tacque per qualche istante, sogghignando. «Anche se non sapevamo mai da dove sarebbe arrivato il nostro prossimo pezzo d’acciaio, mangiavamo sempre bene a quei tempi! Te ne ricordi? Avevi una certa spezia... la buttavi nella pentola, ricordi? Com’era?» Fissò l’aria scura, come se potesse scostare le nebbie del tempo dagli occhi e rivedere quei giorni lontani. «Non la ricordi? La usi anche oggi, per lanciare i tuoi incantesimi. Ma serviva anche a fare uno stufato dannatamente squisito! Il nome... era simile al nostro, majere, maggior...? Ah!» Caramon scoppiò a ridere. «Non dimenticherò mai quella volta, quando il tuo vecchio maestro ci ha sorpresi a cucinare con gli ingredienti del suo incantesimo! Ho pensato che ti avrebbe rivoltato come un guanto!»
Sospirando, Caramon si rimise al lavoro, tirando i nodi. «Sai, Raist,» riprese un attimo dopo con voce sommessa, «dopo quei giorni ho mangiato cibi meravigliosi in posti meravigliosi, palazzi, boschi degli elfi, e altri luoghi ancora. Ma niente ha mai potuto uguagliare quello stufato. Mi piacerebbe provarci di nuovo, per vedere se è come lo ricordo. Sarebbe come ai vecchi tempi...»
Vi fu un sommesso frusciare d’indumenti. Caramon si fermò, conscio che suo fratello aveva voltato la testa incappucciata e lo stava fissando intensamente. Deglutendo, Caramon tenne fìssi gli occhi sui nodi che stava cercando di slegare. Non aveva avuto l’intenzione di rendersi invulnerabile e adesso aspettò incupito il rimbrotto di Raistlin, la frecciatina sarcastica.
Vi fu un altro fruscio sommesso d’indumenti, e poi Caramon sentì qualcosa di morbido che gli veniva premuto fra le mani: una minuscola borsa.
«Maggiorana,» disse Raistlin, in un sussurro. «Il nome della spezia è maggiorana...»
Capitolo quinto.
Soltanto quando s’inoltrò fra le prime case del villaggio Crysania si rese conto che qualcosa non andava. Naturalmente, Caramon se ne sarebbe accorto non appena avesse guardato giù in direzione del villaggio dalla cima della collina. Avrebbe notato l’assenza del fumo dai comignoli. Avrebbe notato l’innaturale silenzio: niente voci di madri che chiamavano i bambini, nessun massiccio trepestio del bestiame che tornava dai campi, nessun allegro saluto scambiato fra vicini dopo una lunga giornata di lavoro. Avrebbe visto che non si levava neppure un filo di fumo dalla forgia del fabbro, e si sarebbe chiesto, inquieto, come mai la luce delle candele non rischiarasse le finestre.
Sollevando lo sguardo avrebbe visto, allarmato, un gran numero di avvoltoi, che giravano in cerchio nel cielo...
Tutto questo sarebbe stato notato da Caramon o da Tanis Mezzelfo o da Raistlin... da chiunque di loro e, se fossero stati costretti a proseguire, si sarebbero avvicinati al villaggio con la mano sull’elsa della spada o con un incantesimo difensivo sulle labbra.
Ma Crysania provò i primi barlumi d’inquietudine soltanto dopo essere entrata al piccolo galoppo nel villaggio e, guardandosi intorno, cominciò a chiedersi dove fossero tutti. Allora, divenne conscia della presenza degli avvoltoi, quando le loro grida e i richiami striduli suscitati dal suo arrivo s’insinuarono nei suoi pensieri. Lentamente, gli avvoltoi volarono via nell’oscurità che si andava addensando, oppure si appollaiarono imbronciati sugli alberi, fondendosi con le ombre sempre più fitte.
Smontando da cavallo davanti a un edifìcio la cui insegna oscillante lo qualificava per una locanda, Crysania legò il cavallo a un palo e si avvicinò alla porta d’ingresso. Se era una locanda, era molto piccola ma ben costruita e ordinata con le tendine arricciate alle finestre e un’atmosfera di allegro benvenuto che pareva, in qualche modo, sinistra, in quell’arcano silenzio. Nessuna luce filtrava dalle finestre. L’oscurità stava inghiottendo rapidamente il villaggio. Crysania, dopo aver aperto la porta con una spinta, riuscì a malapena a vedere all’interno...
«Ehi!» chiamò, esitante. Al suono della sua voce, gli uccelli all’esterno stridettero rauchi, facendola rabbrividire. «C’è nessuno qui? Vorrei una stanza...»
Ma la sua voce si spense. Seppe senza alcun dubbio che quel posto era vuoto, deserto. Forse tutti se n’erano andati per unirsi all’esercito? Sapeva d’interi villaggi che l’avevano fatto. Ma guardandosi intorno si rese conto che in questo caso ciò non poteva esser vero. Lì non sarebbe rimasto nulla, salvo i mobili; la gente avrebbe portato con sé i propri averi.
Qui le tavole erano apparecchiate per la cena...
Facendo qualche altro passo dentro la stanza, i suoi occhi si abituarono alla penombra. Potè vedere i bicchieri ancora pieni di vino, le bottiglie aperte al centro dei tavoli. Non c’era cibo. Alcuni piatti erano stati rovesciati e giacevano rotti sul pavimento, accanto a qualche osso rosicchiato. Due cani e un gatto che si aggiravano furtivi là intorno con aria semiaffamata le dettero un’idea di cosa poteva essere successo.
Una scala saliva al secondo piano. Crysania pensò di salire, ma il coraggio le venne meno. Prima, avrebbe dato un’occhiata in giro per il villaggio. Certamente, là fuori avrebbe trovato qualcuno... qualcuno che avrebbe potuto dirle quello che stava accadendo.
Prese una lampada e l’accese servendosi della pietra focaia e dell’acciarino che aveva nello zaino, quindi uscì di nuovo in strada, dove ormai era notte fatta. Cos’era successo? Dov’erano tutti? Non sembrava che il villaggio fosse stato attaccato. Non c’erano segni di lotta, nessun mobile rotto, niente sangue, nessuna arma sparsa in giro. Niente cadaveri.
La sua inquietudine crebbe quando uscì dalla porta della locanda. Nel vederla, il suo cavallo nitrì.
Crysania represse un incontrollabile desiderio di saltargli in sella e scappare quanto più velocemente possibile. Ma l’animale era stanco, non avrebbe potuto andare oltre senza riposare.
Aveva bisogno di cibo. Pensando a questo Crysania lo slegò e lo condusse nella stalla dietro alla locanda. Era vuota. Non era insolito, al giorno d’oggi i cavalli erano un lusso. Ma era piena di paglia e c’era acqua, così, almeno, la locanda era preparata a ricevere dei viaggiatori. Infilando la sua lampada in un supporto, Crysania tolse la sella al suo animale esausto e lo strigliò. Sapeva di farlo in maniera rozza e impacciata, non avendolo mai fatto prima.
Ma il cavallo parve soddisfatto quel che bastava e, quando lei se ne andò, stava masticando rumorosamente l’avena che aveva trovato in un truogolo.
Riprendendo la lampada, Crysania tornò nelle strade vuote e deserte. Sbirciò dentro le case buie, aguzzò lo sguardo dentro le botteghe senza luce. Niente. Nessuno. Poi, continuando a camminare, udì un rumore. Per un istante il suo cuore smise di battere, la luce della lampada ondeggiò nella sua mano tremante. Si fermò, tendendo l’orecchio, dicendosi che doveva trattarsi di un uccello o di qualche altro animale.
No, eccolo di nuovo. E di nuovo. Era uno strano suono, una specie di sibilo seguito da un lieve tonfo. Poi di nuovo un sibilo, seguito da un altro tonfo. Certamente non c’era niente di sinistro o di minaccioso in quel suono. Ma Crysania continuò a restar ferma là, al centro della strada, restia a muoversi in direzione del suono per indagare.
«Che sciocchezze!» si disse con severità. Arrabbiata con se stessa, delusa dall’apparente insuccesso dei suoi piani, e decisa a scoprire ciò che stava accadendo, Crysania avanzò spavalda. Ma la sua mano, osservò innervosita, pareva protendersi di propria iniziativa, verso il medaglione del suo dio.
Il suono si fece più forte. La fila di case e di piccoli negozi terminò. Voltando un angolo, camminando con passo leggero, Crysania si rese conto d’un tratto che avrebbe dovuto spegnere la sua lampada. Ma il pensiero arrivò troppo tardi. Alla vista della luce, la figura che aveva prodotto quei suoni singolari si girò, sollevando di scatto le braccia per schermarsi gli occhi, e la fissò.