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La storia di Goldmoon che guariva il morente Elistan convertendolo così all’antica fede balenò vivida nella mente di Crysania, colmandola di esultanza. Avrebbe guarito quel giovane chierico, l’avrebbe convertito...

«Ti aiuterò,» disse. «Poi ci sarà tempo per parlare, e tu avrai tempo per capire.»

Inginocchiandosi ancora una volta accanto al letto, serrò nella mano il medaglione che portava al collo e ricominciò: «Paladine... »

Una mano l’afferrò bruscamente, facendole male e interrompendo la sua stretta sul medaglione.

Sorpresa, sollevò lo sguardo. Era il giovane chierico che, mezzo seduto, debole, tremante per la paura, la stava ancora fissando con uno sguardo che era intenso, ma calmo.

«No,» disse il giovane con voce ferma, «sei tu che devi capire. Non c’è bisogno che tu cerchi di convincermi. Ti credo!» Alzò lo sguardo sulle ombre sopra la sua testa con un sorriso tetro e amaro.

«Sì, Paladine è con te. Posso percepire la sua grande presenza. Forse i miei occhi si sono aperti, adesso che mi avvicino alla morte.»

«E meraviglioso!» gridò Crysania in estasi. «Posso...» «Aspetta!» Il chierico ansimò per riuscire a respirare, sempre stringendo la sua mano. «Ascolta! Poiché credo, mi rifiuto... di permettere che tu mi guarisca.»

«Cosa?» Crysania lo fissò, incapace di comprendere. Poi: «Stai male, deliri,» disse con fermezza.

«Non sai quello che stai dicendo.» «Lo so, invece,» lui rispose. «Guardami. Sono razionale? Sì?»

Crysania lo studiò, e dovette annuire.

«Sì, devi ammetterlo. Non sto... delirando. Sono perfettamente lucido, capisco quello che sto facendo.» «Allora, perché...»

«Perché,» disse lui con voce sommessa, era ovvio che ogni respiro gli costava una fitta dolorosa,

«se Paladine è qui, e io credo che ci sia, adesso, allora perché permette che accada questo? Perché ha consentito che il mio popolo morisse? Perché permette queste sofferenze? Perché mai le ha causate? Rispondimi!» La strinse con rabbia. «Rispondimi!»

Le sue stesse domande! Le domande di Raistlin! Crysania sentì la propria mente incespicare in una confusa oscurità. Come poteva rispondergli, quando lei stessa cercava tanto disperatamente quelle risposte?

Attraverso le labbra intorpidite ripetè le parole di Elistan: «Dobbiamo avere fede. Non possiamo conoscere le vie degli dei, non possiamo vedere...»

Riadagiandosi, il giovane scosse la testa, stanco, e anche Crysania tacque, sentendosi del tutto impotente davanti a una rabbia così violenta e intensa. Lo guarirò lo stesso, decise. E debole nella mente e nel corpo. Non ci si può aspettare che capisca...

Poi sospirò. No. In altre circostanze Paladine avrebbe anche potuto permetterlo. Il dio non esaudirà la mia preghiera. In preda alla disperazione Crysania lo capì. Nella sua divina saggezza accoglierà a sé il giovane e poi tutto gli diverrà chiaro.

Ma adesso non poteva essere così.

D’un tratto Crysania si rese conto, desolata, che il tempo non poteva venir alterato, per lo meno non in quel modo, non da lei.

Goldmoon avrebbe ripristinato la fede dell’uomo negli antichi dei in un’epoca in cui una rabbia terribile come quella sarebbe stata ormai estinta, quando l’uomo sarebbe stato pronto ad ascoltare e ad accettare e a credere. Non prima.

Il suo insuccesso la sopraffece. Sempre inginocchiata accanto al letto, chinò la testa fra le mani e chiese di essere perdonata per non essere stata disposta ad accettare e a credere.

Sentendo una mano che le toccava i capelli, alzò lo sguardo. Il giovane le stava rivolgendo un pallido sorriso.

«Mi spiace,» disse il giovane con gentilezza, le sue labbra inaridite dalla febbre si contrassero. «Mi spiace di averti... deluso.»

«Capisco,» replicò Crysania con calma, «e rispetterò i tuoi desideri.»

«Grazie,» lui rispose. Rimase silenzioso. Per lunghi istanti l’unico rumore udibile fu il suo respiro affannoso. Crysania fece per alzarsi, ma sentì la mano calda del giovane chiudersi sulla sua. «Fai una cosa per me,» le sussurrò.

«Qualunque cosa,» lei disse, sforzandosi di sorridere, anche se riusciva appena a vederlo attraverso le lacrime.

«Rimani con me stanotte... mentre muoio...»

Capitolo sesto.

Salgo i gradini che conducono al patibolo. La testa china. Le mani legate dietro la schiena. Lotto per liberarmi, mentre salgo i gradini, anche se so che tutto è inutile. Ho passato giorni, intere settimane, a lottare nel tentativo di liberarmi, inutilmente.

Le vesti nere mi fanno inciampare. Incespico. Qualcuno prontamente mi afferra e m’impedisce di cadere, ma nondimeno mi trascina in avanti. Ho raggiunto la cima. Il ceppo, scuro per le macchie di sangue che l’incrostano, è davanti a me. Adesso cerco freneticamente di liberarmi le mani! Se soltanto riuscissi a scioglierle! Potrei usare la mia magia! Fuggire! Fuggire!

«Non c’è scampo!» ride il mio boia, e so che sono io stesso a parlare! È la mia risata! La mia voce!

«Inginocchiati, patetico stregone! Poggia la tua testa sul cuscino freddo e insanguinato!»

No! Urlo per il terrore e la rabbia e lotto disperatamente, ma delle mani mi afferrano da dietro. Con cattiveria mi costringono a inginocchiarmi. La mia pelle si ritrae al contatto con il blocco freddo e viscido! Continuo a divincolarmi, a contorcermi e ad urlare, e loro mi costringono a piegarmi.

Un cappuccio nero mi viene calato sulla testa... ma sento il boia che si avvicina, il frusciare delle vesti nere intorno alle sue caviglie, posso sentire la lama che viene sollevata... sollevata...

«Raist! Raistlin! Svegliati!»

Gli occhi di Raistlin si aprirono. Con lo sguardo fisso sopra di sé, stordito e impazzito per il terrore, per qualche istante non ebbe nessuna idea di dove si trovava o di chi lo avesse svegliato.

«Raistlin, cosa c’è?» ripetè la voce.

Un paio di mani robuste lo stringevano saldamente, una voce familiare, fremente di preoccupazione, che cancellò l’urlio sibilante dell’ascia del boia che stava calando...

«Caramon!» gridò Raistlin, aggrappandosi a suo fratello. «Aiutami! Fermali! Non permettere che mi assassinino! Fermali! Fermali!»

«Sst, non lascerò che ti torcano un solo capello, Raist,» mormorò Caramon, tenendo stretto suo fratello, accarezzandogli i morbidi capelli castani. «Sst. Tutto è a posto. Sono qui... sono qui.»

Appoggiando la testa sul petto di Caramon, sentendo il battito lento e costante del cuore del suo gemello, Raistlin emise un lungo e tremulo sospiro. Poi chiuse gli occhi per proteggersi dall’oscurità e si mise a singhiozzare come un bambino.

«Ironico, vero?» borbottò Raistlin in tono amaro qualche tempo dopo, mentre suo fratello attizzava il fuoco e metteva a bollire una pentola di ferro piena d’acqua. «Il mago più potente che sia vissuto ridotto da un sogno a strillare come un bambino!»

«Allora sei umano,» grugnì Caramon, chinandosi sopra la pentola e osservandola da vicino con l’attenzione rapita che tutti prestano all’acqua per farla bollire più rapidamente. Scrollò le spalle.

«L’hai detto tu stesso.»

«Sì... umano!» ripetè Raistlin con ferocia, rannicchiato tutto tremante nelle sue vesti nere e nel mantello da viaggio.

A quelle parole Caramon si voltò a fissarlo, inquieto, ricordando ciò che Par-sallian e gli altri maghi gli avevano detto al conclave tenuto nella Torre della Grande Stregoneria. Tuo fratello intende sfidare gli dei! Cerca di diventare lui stesso un dio!

Ma proprio mentre Caramon stava fissando suo fratello, Raistlin accostò le ginocchia al proprio corpo, vi appoggiò sopra le mani, e stancamente adagiò la testa sopra le mani. Avvertendo una strana sensazione soffocante alla gola, ricordando vividamente la meravigliosa sensazione di calore che aveva provato quando suo fratello si era proteso verso di lui per cercare conforto, Caramon riportò la sua attenzione sull’acqua.