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All’improvviso, Raistlin sollevò la testa.

«Cos’è stato?» chiese nel medesimo istante in cui Caramon, avendo udito anche lui il rumore, balzava in piedi.

«Non lo so,» rispose Caramon con voce sommessa, tendendo l’orecchio. Muovendosi con passo felpato, l’omone raggiunse con sorprendente rapidità il suo sacco a pelo, afferrò la spada e l’estrasse dal fodero.

Agendo nel medesimo istante, la mano di Raistlin si serrò sul Bastone di Magius che giaceva accanto a lui. Torcendosi come un gatto per alzarsi in piedi, spense il fuoco rovesciandovi sopra l’acqua della pentola. L’oscurità li avvolse con un lieve sibilo, mentre le braci sfrigolavano e morivano.

Dando ai loro occhi il tempo di abituarsi all’improvviso cambiamento, entrambi i fratelli rimasero immobili, concentrandosi sul loro udito.

Il ruscello accanto al quale erano accampati gorgogliava e sciabordava tra le rocce, i rami scricchiolarono e le foglie sbatterono al levarsi d’una brezza vivace che sferzava la notte autunnale.

Ma quello che avevano sentito non era né il vento tra gli alberi né il rumore dell’acqua.

«Eccolo,» disse Raistlin con un sussurro quando suo fratello si fermò accanto a lui. «Nel bosco, sull’altra parte dell’acqua.»

Era un rumore raschiante, come qualcuno che tentasse senza successo di strisciare attraverso un territorio che non gli era familiare. Durò pochi istanti ancora, poi cessò, quindi riprese. Qualcuno o qualcosa, che non conosceva il terreno e per di più aveva l’impaccio di grossi stivali.

«Goblin!» sibilò Caramon.

Stringendo la spada, lui e suo fratello si scambiarono un’occhiata. Gli anni bui di estraniamento fra loro, la gelosia, l’odio... in quell’istante tutto scomparve. Reagendo al comune pericolo, erano diventati un tutt’uno, come lo erano stati nel ventre della loro madre.

Muovendosi con cautela Caramon mise un piede nel ruscello. La luna rossa, Lunitari, mandava il suo chiarore a filtrare tra le fronde. Ma quella notte era nuova, e appariva come il lucignolo d’una candela appena spenta, irradiando pochissima luce. Temendo d’inciampare su una pietra, Caramon saggiava il fondo del ruscello ad ogni passo, prima di appoggiarvi sopra il proprio peso. Raistlin lo seguiva, stringendo in una mano il Bastone oscurato, e tenendo l’altra mano appoggiata sulla spalla di suo fratello per non perdere l’equilibrio.

Attraversarono il ruscello silenziosi più del vento che sussurrava sull’acqua e raggiunsero la sponda opposta. Udivano sempre quel rumore. Comunque, non c’era nessun dubbio che fosse prodotto da qualcosa di vivente. Perfino quando il vento cessò continuarono a udire il fruscio.

«Retroguardia... una spedizione di razziatori,» bisbigliò Caramon, girandosi a metà in modo che suo fratello potesse sentire.

Raistlin annuì. Di solito quando i goblin organizzavano una razzia, mandavano degli esploratori a sorvegliare il sentiero, quando arrivavano sui loro cavalli per depredare un villaggio. Poiché questo era un lavoro noioso e significava che i goblin prescelti non avrebbero partecipato alle uccisioni né diviso il bottino, toccava di solito a quelli di rango più infimo, i membri della spedizione meno esperti e più sacrificabili.

La mano di Raistlin si chiuse all’improvviso sul braccio di Caramon, facendolo fermare un momento.

«Crysania!» bisbigliò il mago. «Il villaggio! Dobbiamo sapere dove si trova la spedizione di razziatori!»

Caramon corrugò la fronte. «Lo prenderò vivo!» E fece il gesto di avvolgere una mano enorme intorno al collo d’un immaginario goblin.

Raistlin ebbe un truce sorriso, mostrando di aver capito. «E io lo interrogherò,» sibilò, facendo un gesto eloquente.

Insieme, i gemelli strisciarono lungo il sentiero, facendo attenzione a mantenersi nell’ombra in modo che neppure il più debole luccichio della luna si riflettesse sulle fibbie o sulla spada. Potevano ancora udire quel suono raschiante. Anche se di tanto in tanto cessava, subito ricominciava, sempre nello stesso punto. Qualunque cosa fosse, non aveva nessuna idea del loro avvicinarsi. Si mossero nella sua direzione, tenendosi sui bordi del sentiero, finché, da quanto poterono giudicare, non giunsero alla sua altezza.

Adesso, potevano valutare che il suono proveniva dall’interno del bosco, circa una ventina di piedi fuori del sentiero, sul lato opposto al loro. Lanciando una rapida occhiata all’intorno, gli occhi acuti di Raistlin individuarono una pista quasi impercettibile. Appena visibile alla pallida luce della luna e delle stelle, si ramificava dal sentiero principale... una pista tracciata dagli animali che probabilmente conduceva giù fino al ruscello. Un buon posto per degli esploratori che volessero nascondersi, dando loro accesso al sentiero principale se avessero deciso di attaccare, una facile via di fuga se gli avversari si fossero dimostrati troppo formidabili.

«Aspetta qui!» gli fece cenno Caramon.

La risposta di Raistlin fu un fruscio del suo cappuccio nero. Allungando una mano per scostare un basso ramo sporgente, Caramon entrò nella foresta, muovendosi lentamente e con passo furtivo a circa due piedi di distanza dalla pista degli animali appena accennata che s’inoltrava dentro di essa.

Raistlin si fermò accanto a un albero, le sue dita sottili affondarono in una delle sue molte tasche segrete, impastando rapidamente un pizzico di zolfo in una sferetta di guano di pipistrello. Le parole dell’incantesimo erano nella sua mente. Le ripetè fra sé. Mentre lo faceva, però, divenne acutamente conscio del rumore causato dai movimenti di suo fratello.

Malgrado Caramon si sforzasse di avanzare in silenzio, Raistlin poteva sentire lo scricchiolio dell’armatura di cuoio dell’omone, il tintinnio delle fibbie metalliche, il crepitare dei ramoscelli sotto i suoi piedi mentre si allontanava dal suo gemello in attesa. Per fortuna, la loro preda continuava a produrre così tanto rumore che con tutta probabilità il guerriero avrebbe potuto procedere sempre nell’identico modo senza essere sentito...

Un urlo terribile echeggiò nella notte, seguito da un grido di spavento e da un suono lacerante, come se cento uomini stessero avanzando attraverso la selva abbattendo tutto quello che avevano intorno.

Raistlin trasalì.

Poi una voce urlò: «Raist, aiuto, Ahiii!»

Un altro fracasso stridente, un rumore di rami spezzati, una serie di tonfi...

Raccogliendo le vesti intorno a sé, Raistlin si precipitò fuori sulla pista degli animali. Non era più il momento della segretezza, dell’occultamento. Continuava a udire le grida di suo fratello. Il suono era ovattato, ma chiaro, non soffocato come se stesse soffrendo.

Correndo attraverso il bosco, Parcimago ignorò i rami che gli schiaffeggiavano il volto e i rovi che s’impigliavano nelle sue vesti. Erompendo all’improvviso e inaspettatamente in una radura, si arrestò, rannicchiandosi accanto a un albero. Vide, davanti a sé, un movimento, una gigantesca ombra nera che pareva librarsi nell’aria, fluttuando sopra il terreno. Avvinghiato a quella creatura d’ombra, urlando e imprecando orribilmente, c’era, a giudicare dal fracasso, Caramon!

«Ast kiranann Soth-aran/Suh kal Jalaran.» Raistlin salmodiò le parole e lanciò in alto la pallina con lo zolfo, in mezzo alle fronde degli alberi. Un’esplosione istantanea di luce fra i rami venne accompagnata da uno scoppio sordo e tonante. Le cime degli alberi esplosero in fiamme illuminando la scena sottostante.

Raistlin si lanciò in avanti, con le parole di un incantesimo sulle labbra; il fuoco magico crepitava dalle punte delle sue dita.

Si fermò, fissando stupito la scena.

Davanti a lui, appeso a testa in giù per una gamba ad una corda legata al ramo di un albero, c’era Caramon. Sospeso accanto a lui, dimenandosi freneticamente per la paura delle fiamme, c’era un coniglio.

Come pietrificato, Raistlin fissò suo fratello. Urlando chiedeva aiuto e ruotava lentamente al vento mentre foglie infuocate cadevano tutt’intorno.

«Raistlin!» continuava a urlare. «Tirami... oh...»