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La successiva rivoluzione permise a Caramon di vedere il suo stupefatto fratello. Arrossendo, con il sangue che gli scendeva alla testa, Caramon esibì un sorriso impacciato. «Trappola per lupi,» spiegò.

La foresta era illuminata dalla vivida luce arancione. Il fuoco si rifletteva sulla spada dell’omone, che giaceva al suolo là dove l’aveva lasciata cadere. Scintillava sull’armatura splendente di Caramon, mentre il guerriero continuava a ruotare lentamente su se stesso. Luccicava negli occhi colmi d’un folle terrore del coniglio.

Raistlin ridacchiò.

Adesso toccò a Caramon fissare con offeso stupore suo fratello. Continuando a ruotare fino a quando non se lo trovò un’altra volta di fronte, Caramon torse la testa così da poter fissare suo fratello per dritto, gli rivolse un’occhiata pietosa e implorante.

«Su, Raist! Tirami giù!»

Raistlin cominciò a ridere in silenzio, con le spalle che gli sussultavano.

«Dannazione, Raist! Non è divertente!» esplose Caramon, agitando le braccia. Naturalmente, questo gesto fece sì che il guerriero smettesse di ruotare e cominciasse a oscillare da un lato all’altro.

All’altra estremità della trappola anche il coniglio cominciò a dondolare, annaspando con le zampe in aria ancora più freneticamente. Ben presto i due si trovarono a molare in opposte direzioni, girando l’uno intorno all’altro, aggrovigliando le corde che li imprigionavano.

«Tirami giù!» ruggì Caramon. Il coniglio squittì per il terrore.

Questo era troppo. I ricordi della loro giovinezza tornarono vividi alla mente dell’arcimago, cacciando via la tenebra e l’orrore che avevano stretto la sua anima in una morsa per quelli che sembravano anni interminabili. Ancora una volta era giovane, speranzoso, pieno di sogni. Ancora una volta si trovava con suo fratello, il fratello che gli era vicino più di quanto lo fosse mai stata qualunque altra persona. Il fratello pasticcione, testone e tanto amato... Raistlin si piegò in due.

Rantolando per riuscire a respirare, il mago crollò sull’erba e rise a crepapelle con le lacrime che gli scorrevano sulle guance.

Caramon lo fissò furioso, ma quell’occhiata funesta da parte di un uomo appeso per un piede a testa in giù non fece altro che aumentare l’allegria di suo fratello. Raistlin rise fino al punto di pensare di aver danneggiato qualcosa dentro di sé. La risata gli faceva un buon effetto. Per un po’ bandì l’oscurità. Giacendo sul terreno umido della radura illuminata dalla luce degli alberi in fiamme, Raistlin rise ancora di più, sentendo l’allegria sfavillargli attraverso il corpo come il buon vino. E poi Caramon si unì a lui e il tuono della sua voce rimbombò nella foresta.

Soltanto i frammenti d’albero in fiamme che cadevano al suolo accanto a lui fecero tornare in sé Raistlin. Asciugandosi gli occhi lacrimanti, talmente indebolito dalle risate da riuscire a stento a reggersi in piedi, il mago si alzò barcollando. Con un guizzo della mano fece saltar fuori il piccolo pugnale d’argento che portava nascosto al polso.

Alzò la mano e, drizzandosi in tutta la sua statura, il mago tagliò la corda avvolta intorno alla caviglia di suo fratello. Caramon piombò al suolo con uno schianto e un’imprecazione.

Ancora ridacchiando fra sé, il mago tagliò la corda che qualche cacciatore aveva legato intorno a una delle zampe posteriori del coniglio, e prese l’animale fra le braccia. La creatura era mezza impazzita per il terrore, ma Raistlin accarezzò con delicatezza la testa del coniglio mormorando parole sommesse. A poco a poco l’animale si calmò, dando l’impressione di essere quasi in trance.

«Oh, insomma, l’abbiamo preso vivo,» commentò Raistlin, torcendo le labbra. Sollevò il coniglio.

«Però, non credo che riusciremo a ottenere molte informazioni da lui.»

Talmente rosso in faccia da dar l’impressione di essere caduto dentro una vasca di pittura, Caramon si rizzò a sedere e cominciò a sfregarsi la spalla ammaccata.

«Molto divertente,» borbottò, sollevando lo sguardo sull’animale con un sorriso vergognoso. Le fiamme fra le cime degli alberi si stavano spegnendo, anche se l’aria era piena di fumo e, qua e là, l’erba bruciava. Per fortuna era stato un autunno umido e piovoso, per cui quei fuochi si spensero in fretta.

«Bell’incantesimo,» commentò Caramon, sollevando lo sguardo verso i resti ardenti delle cime degli alberi circostanti mentre, imprecando e gemendo, si rialzava in piedi. «Mi è sempre piaciuto,» replicò Raistlin, ironico. «Me l’ha insegnato Fizban. Ti ricordi?» Sorrise, fissando gli alberi fumanti.

«Credo che quel vecchio l’avrebbe apprezzato.»

Cullando il coniglio fra le braccia, accarezzando i morbidi, serici orecchi, Raistlin uscì fuori dal bosco pieno di fumo. Il coniglio, tra le dita carezzevoli del mago e le sue parole ipnotiche, finì per chiudere gli occhi. Caramon recuperò la spada dal cespuglio in cui l’aveva lasciata cadere e lo seguì zoppicando leggermente.

«Quella dannata trappola mi ha bloccato la circolazione.» Scosse il piede cercando di far muovere il sangue.

Nuvole tempestose avevano coperto il cielo, cancellando le stelle e cancellando del tutto il debole chiarore di Lunitari. Mentre le fiamme tra gli alberi morivano, il bosco sprofondò in un’oscurità così fitta che nessuno dei due fratelli poteva più vedere il sentiero.

«Suppongo che adesso non ci sia più nessuna necessità di segretezza,» mormorò Raistlin. «Shirak.»

Il cristallo in cima al Bastone di Magius cominciò ad ardere di un vivido fulgore magico.

I gemelli fecero ritorno in silenzio al loro campo, un silenzio confortevole, cameratesco, un silenzio quale non condividevano da anni. Gli unici suoni nella notte erano l’incessante agitarsi dei loro cavalli, lo scricchiolio e il tintinnio dell’armatura di Caramon, e il sommesso frusciare dei le vesti nere del mago mentre camminava. Una volta, alle loro spalle, udirono uno schianto: la caduta di un ramo carbonizzato.

Raggiunto il campo, Caramon rimescolò mestamente i resti del loro fuoco, poi sollevò lo sguardo sul coniglio fra le braccia di Raistlin.

«Non credo che vorrai prenderlo in considerazione come prima colazione.»

«Non mangio la carne dei goblin,» rispose Raistlin con un sorriso, mettendo giù la creatura sulla pista. Nel sentire il freddo terreno sotto le sue zampe, il coniglio sussultò, i suoi occhi si spalancarono di colpo. Guardandosi intorno, dopo un istante impiegato ad orientarsi, schizzò via d’un tratto verso il riparo del bosco.

Caramon sospirò poi, ridacchiando fra sé, si sedette pesantemente al suolo accanto al suo sacco a pelo. Sfilandosi lo stivale, si sfregò la caviglia ammaccata.

«Dulac,» bisbigliò Raistlin, e il Bastone si spense. Lo appoggiò accanto al suo sacco a pelo, poi si sdraiò, tirandosi sopra le coperte.

Col ritorno della tenebra, il sogno era là, in attesa.

Kaistlin rabbrividì, d’un tratto il suo corpo cadde in preda alle convulsioni a causa dei brividi di gelo. Il sudore gli copriva la fronte. Non puleva, non osava chiudere gli occhi, Eppure, era così stanco... talmente esausto. Quante notti erano trascorse da quando aveva dormito?

«Caramon,» disse con voce sommessa.

«Sì,» rispose Caramon dal buio.

«Caramon,» ripetè Raistlin, dopo un attimo di silenzio, «ti... ti ricordi che, quand’eravamo bambini, avevo quei... quei terribili sogni?» La voce gli venne meno per un momento. Tossì.

Nessun suono arrivò dal suo gemello.

Raistlin si schiarì la gola, poi bisbigliò, «... e tu proteggevi il mio sonno, fratello mio. Li tenevi lontani...»

«Sì... ricordo,» giunse una voce rauca e smorzata.

«Caramon,» cominciò a dire Raistlin, ma non riuscì a finire. Il dolore e la stanchezza furono troppo.

L’oscurità parve rinchiudersi su di lui, il sogno strisciò fuori dal suo nascondiglio.

E poi ci fu il tintinnare di un’armatura. Una grossa ombra corpulenta comparve accanto a lui. Con uno scricchiolare di cuoio, Caramon si sedette accanto a suo fratello, appoggiando l’ampia schiena contro il tronco di un albero e la spada sguainata sulle ginocchia.