«Dormi pure, Raist,» disse Caramon, con voce gentile. Il mago sentì una mano ruvida accarezzargli goffamente la spalla. «Resterò a fare la guardia...»
Avvolgendosi nelle coperte, Raistlin chiuse gli occhi. Un sonno dolce e ristoratore s’impadronì di lui. L’ultima cosa che ricordò fu un’impressione fugace del sogno che si avvicinava, allungando le proprie mani spettrali per ghermirlo, ma il vivido riflesso della spada di Caramon lo respinse.
Capitolo Settimo.
Il cavallo s’innervosì scrollando la testa quando Caramon si sporse dalla sella spingendo lo sguardo verso il villaggio dentro alla valle. Aggrottando cupo le sopracciglia lanciò un’occhiata a suo fratello. Il volto di Raistlin era nascosto dentro il cappuccio nero. Una pioggia costante aveva cominciato a cadere allo spuntar dell’alba e adesso sgocciolava noiosa e monotona tutt’intorno a loro. Dense nubi grigie incombevano sopra le loro teste e sembravano quasi sorrette dai torreggianti alberi scuri. A parte lo stillicidio dell’acqua dalle foglie, non c’era nessun altro suono.
Raistlin scosse la testa. Poi, parlando con gentilezza al cavallo, avanzò. Caramon lo seguì, affrettandosi a raggiungerlo, e si udì il rumore dell’acciaio che scivolava fuori dal fodero.
«Non avrai bisogno della tua spada, fratello mio,» disse Raistlin, senza voltarsi.
Lo scalpitio degli zoccoli dei cavalli risuonava in mezzo al fango della strada, rimbombando nell’aria densa inzuppata di pioggia. Malgrado le parole di Raistlin, Caramon continuò a tenere la mano sull’elsa della sua spada, fino a quando non s’inoltrarono nella periferia del piccolo villaggio.
Smontando, porse le redini del cavallo a suo fratello poi, con cautela, si avvicinò alla stessa piccola locanda che Crysania aveva visto al suo arrivo.
Sbirciando dentro vide le tavole imbandite per la cena, il vasellame rotto sul pavimento. Un cane si precipitò verso di lui, speranzoso, leccandogli la mano e uggiolando. Dei gatti strisciarono via da sotto le sedie dileguandosi in mezzo alle ombre con aria colpevole e furtiva. Accarezzando il cane con aria distratta, Caramon stava per entrare quando Raistlin lo chiamò.
«Ho sentito un cavallo, laggiù.»
Con la spada sguainata Caramon girò l’angolo dell’edificio. Dopo qualche momento tornò, l’arma rinfoderata, la fronte corrugata.
«È il suo cavallo, » riferì. «Senza sella, nutrito e abbeverato.»
Annuendo con la testa incappucciata, come se si fosse aspettato quell’informazione, Raistlin si strinse ancora di più il mantello al corpo.
Caramon lanciò un’occhiata inquieta al villaggio. L’acqua gocciolava dalle grondaie, la porta della locanda girava sui cardini arrugginiti producendo un suono stridente. Nessuna luce filtrava dalle case, non si udivano i suoni della presenza umana, le risate dei bambini o le donne che si chiamavano fra loro o gli uomini che si lamentavano del tempo mentre si avviavano al lavoro.
«Cos’è, Raist?»
«La peste,» rispose suo fratello.
Caramon soffocò e si coprì subito il naso e la bocca col mantello. Dall’ombra del suo cappuccio, la bocca di Raistlin si piegò in un sorriso ironico.
«Non temere, fratello mio,» disse scendendo dal suo cavallo. Prese le redini, Caramon legò entrambi gli animali a un palo, poi raggiunse suo fratello. «Abbiamo un vero chierico con noi, te ne sei dimenticato?»
«Allora, dov’è?» ringhiò Caramon, con voce ovattata, sempre tenendosi coperto il viso.
Il mago girò la testa, fissando le file di case vuote e silenziose. «Là, immagino,» osservò alla fine.
Caramon seguì il suo sguardo e vide una luce isolata tremolare alla finestra d’una casetta all’estremità opposta del villaggio.
«Preferirei inoltrarmi in un campo di orchi,» bofonchiò Caramon, mentre insieme a suo fratello arrancava lungo le strade fangose e deserte. La sua voce era resa burbera da una paura che non riusciva a nascondere. Poteva guardare in faccia con serenità la prospettiva di morire con sei pollici di gelido acciaio nel ventre. Ma il pensiero di morire inerme, devastato da qualcosa che non poteva venir combattuto, che galleggiava invisibile nell’aria, colmava l’omone di orrore.
Raistlin non rispose. Il suo volto rimase nascosto. Suo fratello non riuscì a indovinare quali potessero essere i suoi pensieri. I due raggiunsero l’estremità della fila di case, la pioggia picchiettava tutt’intorno a loro con lievi tonfi. Si stavano avvicinando alla luce, quando a Caramon capitò di gettare un’occhiata alla sua sinistra.
«In nome degli dei...» mormorò, fermandosi di colpo e afferrando il fratello per il braccio.
Indicò la fossa comune.
Nessuno dei due parlò. Al loro avvicinarsi gli avvoltoi si levarono in aria con gracidii di rabbia, sbattendo le ali nere. Caramon si sentì soffocare. Pallido in volto, si voltò e si affrettò ad allontanarsi. Raistlin continuò a fissare quello spettacolo per qualche istante. Le sue labbra sottili si strinsero diventando una linea dritta.
«Vieni, fratello mio,» disse con voce gelida, tornando a incamminarsi verso la piccola casa.
Guardando dentro attraverso la finestra, con la mano sull’elsa della spada, Caramon sospirò e, annuendo, fece un segnale a suo fratello. Raistlin spinse leggermente la porta, e questa si aprì al suo tocco.
Un giovane giaceva sopra un letto disfatto. I suoi occhi erano chiusi, le mani congiunte sul petto.
C’era un’espressione di profonda serenità sul volto immobile e cinereo, malgrado gli occhi chiusi fossero infossati nelle guance scheletriche e le labbra fossero azzurre per il gelo della morte. Un chierico abbigliato con delle vesti che un tempo avrebbero dovuto essere state bianche era inginocchiato sul pavimento accanto al giovane, la testa china sulle mani congiunte. Caramon fece per dire qualcosa, ma Raistlin lo fermò, appoggiandogli una mano sul braccio, scuotendo la testa incappucciata, riluttante a interrompere la preghiera.
In completo silenzio, i gemelli rimasero immobili tutti e due, là sulla soglia, con la pioggia che continuava a sgocciolare intorno a loro.
Crysania era con il suo dio. Intenta alle sue preghiere, non si accorse dell’ingresso dei due gemelli fino a quando il tintinnio e lo scricchiolio dell’armatura di Caramon non la riportarono alla realtà.
Sollevò la testa, con i capelli scuri e arruffati che le ricadevano sulle spalle, e li guardò senza mostrare nessuna sorpresa.
La sua faccia, nonostante fosse pallida per la stanchezza e il dolore, era composta. Malgrado non avesse pregato Paladine di mandarli, sapeva che il dio rispondeva alle preghiere del cuore oltre a quelle manifestate a parole. Chinò la testa ancora una volta, ringraziando, e sospirò, poi si alzò In piedi e si voltò verso di loro.
I suoi occhi incontrarono quelli di Raistlin. La luce del fuoco morente li fece splendere perfino nelle profondità del suo cappuccio. Quando Crysania parlò, la sua voce parve fondersi con il continuo mormorio della pioggia.
«Ho fallito,» disse.
Raistlin parve imperturbato. Lanciò un’occhiata al corpo del giovane. «Non ha voluto credere?»
«Oh, credeva.» Anche lei abbassò lo sguardo sul cadavere. «Si è rifiutato di permettere che lo guarissi. La sua collera era... molto grande.» Allungando la mano tirò il lenzuolo a coprire la forma immobile. «Paladine l’ha preso con sé. Adesso capisce, ne sono certa.»
«Lui capisce,» osservò Raistlin. «Ma tu?»
Crysania chinò la testa, i capelli scuri le ricaddero intorno al viso. Rimase talmente immobile e per così tanto tempo che Caramon, non riuscendo a capire, si schiarì la gola e, a disagio, spostò il proprio peso da un piede all’altro.
«Uh, Raist...» cominciò a dire con voce sommessa.
«Sst!» gl’intimo Raistlin.
Crysania sollevò la testa. Non aveva neppure udito Caramon. Adesso i suoi occhi erano d’un grigio cupo, così scuro che parevano riflettere le Vesti Nere dell’arcimago. «Capisco,» disse con voce ferma. «Per la prima volta mi è del tutto chiaro quello che devo fare. A Istar ho visto andare smarrita la fede negli dei. Paladine ha esaudito la mia preghiera e mi ha mostrato la fatale debolezza del Gran Sacerdote: l’orgoglio. Il dio mi ha concesso di sapere come fare ad evitare quell’errore. Mi ha fatto sapere che, se l’avessi chiesto, mi avrebbe risposto.