«Ma Paladine mi ha mostrato, a Istar, quanto ero debole. Quando ho lasciato quella sventurata città e sono venuta qui con te, ero poco più d’una bambina spaventata, che si teneva aggrappata a te in quella terribile notte. Adesso ho recuperato le mie forze. La visione di quel tragico spettacolo si è impressa a fuoco nella mia anima.»
Mentre Crysania parlava, si avvicinò di più a Raistlin. Lui la stava fissando senza batter ciglio. Vide se stessa riflessa sulla superficie dei suoi occhi. Il medaglione di Paladine che portava al collo risplendeva d’una fredda luce bianca. La sua voce s’infervorò, le sue mani si serrarono con forza.
«Quello spettacolo sarà davanti ai miei occhi,» proseguì con voce sommessa, fermandosi davanti all’arcimago, «quando varcherò insieme a te il Portale, armata della mia fede, forte della mia convinzione che tu ed io bandiremo per sempre la tenebra dal mondo!»
Tendendo le braccia, Raistlin le prese le mani. Erano intorpidite dal freddo. Le chiuse tra le proprie mani sottili, riscaldandole con il proprio tocco bruciante.
«Non abbiamo nessun bisogno di alterare il tempo!» disse ancora Crysania. «Fistandantilus era un uomo malvagio. Quello che faceva, era soltanto per la sua gloria. Ma tu ed io ci preoccupiamo. Questo, da solo, sarà sufficiente a cambiare la fine. Io lo so, il mio dio mi ha parlato!»
Lentamente, sorridendo impercettibilmente, Raistlin portò le mani di Crysania alle labbra e le baciò, senza mai distogliere gli occhi da lei.
Crysania sentì che le guance le si imporporavano, poi trattenne il respiro. Con un suono soffocato, semi strozzato, Caramon si girò di scatto e uscì dalla porta.
Immobile nel silenzio opprimente, con la pioggia che picchiava sulla sua testa, Caramon sentì una voce rimbombargli nel cervello con lo stesso tono monotono e pigro delle gocce che si spiaccicavano intorno a lui.
Cerca di diventare un dio... di diventare un dio,
Nauseato e timoroso, Caramon scosse la testa in preda all’angoscia. Il suo interesse per l’esercito, il fascino che provava per essersi ritrovato «generale», la sua attrazione per Crysania, e tutte le preoccupazioni avevano allontanato dalla sua mente la vera ragione per cui era tornato. Adesso, le parole di Crysania gliel’avevano fatta tornare alla memoria, colpendolo come un’onda gelida del mare.
Oppure, riusciva ancora a pensare a Raistlin, com’era la sera prima. Quanto tempo era passato da quando aveva sentito suo fratello ridere in quel modo? Quanto tempo era passato da quando avevano condiviso quel calore, quell’intimità? Ricordò vividamente di aver osservato la faccia di Raistlin mentre sorvegliava il sonno del suo gemello. Vide lisciarsi e ammorbidirsi le linee dure dell’astuzia, svanire le pieghe amare intorno alla sua bocca. L’arcimago pareva di nuovo quasi giovane, e Caramon ricordò l’infanzia e l’adolescenza che avevano passato insieme, quei giorni che erano stati i più felici della sua vita.
Ma poi si affacciò, spontaneo, un ricordo orrendo, come se la sua anima si prendesse un perverso piacere nel torturarlo e nel confonderlo. Vide se stesso ancora una volta, in quella oscura cella a Istar, afferrando con chiarezza, per la prima volta, l’immensa capacità di suo fratello per il male.
Ricordava la salda decisione che aveva preso di uccidere suo fratello. Pensò a Tasslehoff.
Ma Raistlin gli aveva spiegato tutto questo! Gli aveva spiegato ogni cosa, a Istar. Ancora una volta Caramon sentì franare ogni certezza.
E se Par-Salian si fosse sbagliato? Se tutti si fossero sbagliati? Se Raistlin e Crysania avessero potuto salvare il mondo da orrori e sofferenze come quella?
«Sono soltanto uno sciocco geloso e pasticcione,» borbottò Caramon, asciugandosi la pioggia sulla faccia con mano tremante. «Forse quei vecchi stregoni sono tutti come me, tutti gelosi di lui.»
L’oscurità gli s’infittì tutt’intorno, le nubi sopra la sua testa diventarono più dense, cambiando dal grigio al nero. La pioggia cominciò a martellare con più forza.
Raistlin uscì dalla porta insieme a Crysania, la mano di lei sul suo braccio. Crysania si era avvolta nel suo pesante mantello, col cappuccio bianco-grigiastro calato sulla testa. Caramon si schiarì la gola.
«Vado a portarlo fuori e a metterlo insieme agli altri,» disse, burbero, dirigendosi a sua volta verso la porta. «Poi colmerò la fossa...»
«No, fratello mio,» lo fermò Raistlin. «NO, questa vista non deve venir nascosta nel terreno.» Buttò indietro il cappuccio lasciando che la pioggia gli scorresse sul viso mentre levava lo sguardo alle nubi. «Questa vista avvamperà negli occhi degli dei! Il fumo della loro distruzione salirà fino al cielo! Il suono echeggerà nelle loro orecchie!»
Caramon, sorpreso da quell’inusitato sfogo, si girò a guardare suo fratello. Il volto sottile di Raistlin appariva quasi scarno, e pallido quanto il corpo all’interno della piccola casa. La sua voce era tesa per la collera.
«Vieni con me,» disse all’improvviso, liberandosi dalla stretta di Crysania e incamminandosi a grandi passi verso il centro del piccolo villaggio. Crysania lo seguì, tenendo stretto il cappuccio, per impedire che il vento e la pioggia sferzanti lo soffiassero via. Caramon li seguì, più lentamente.
Raistlin si fermò nel mezzo della strada infangata, inzuppata di pioggia, e si voltò verso Crysania e suo fratello quando gli furono vicini.
«Vai a prendere i cavalli, Caramon, i nostri e quello di Crysania. Portali in quel bosco fuori del villaggio,» il mago glielo indicò, «bendali, e poi torna da me.»
Caramon lo fissò titubante.
«Fallo!» gl’intimo Raistlin, con voce raschiante.
Caramon fece come gli era stato detto, e condusse via i cavalli.
«Adesso, mettiti là,» continuò Raistlin quando il suo gemello tornò. «Non muoverti da quel punto. Non avvicinarti a me, fratello mio, non importa quello che accadrà.» Il suo sguardo andò a Crysania, che era in piedi accanto a lui, e poi di nuovo a suo fratello. «Hai capito, Caramon?»
Caramon annuì senza dire una parola e, tendendo un braccio, prese con delicatezza la mano di Crysania.
«Cosa c’è?» chiese lei, tirandosi indietro.
«La sua magia,» disse Caramon.
Si azzittì quando Raistlin gli lanciò un’occhiata brusca e imperiosa. Allarmata dalla strana, feroce e fervida espressione sulla faccia di Raistlin, Crysania, all’improvviso, si strinse addosso a Caramon, tremando. L’omone, con gli occhi fissi sul suo fragile gemello, la cinse con il braccio. Immobili, là in mezzo alla pioggia battente, quasi non osando respirare per timore di disturbarlo, fissarono l’arcimago. Gli occhi di Raistlin si chiusero. Sollevò il volto al cielo, alzò le braccia con i palmi delle mani rivolti verso l’esterno, verso il cielo rabbuiato. Le sue labbra si mossero ma, per un momento, Caramon e Crysania non riuscirono a udirlo. Poi, malgrado non avesse dato l’impressione di aver alzato la voce, ognuno dei due cominciò a distinguere le parole: l’arcana lingua della magia.
Raistlin ripetè le stesse parole più e più volte, la sua voce si alzava e si abbassava fluida come in un canto. Le parole non cambiavano mai, ma il modo di pronunciarle, l’inflessione di ciascuna, variavano tutte le volte che ripeteva la frase.
Il silenzio calò sulla valle. Perfino il crepitio della pioggia che continuava a cadere si spense negli orecchi di Caramon. Tutto quello che riusciva a sentire era quel sommesso salmodiare, la musica strana e arcana della voce di suo fratello. Crysania si strinse ancora di più a lui, i suoi occhi scuri si spalancarono sempre di più, e Caramon le batté la mano sulla schiena per rassicurarla.
A mano a mano che il canto continuava, una sensazione di reverenziale timore s’impadronì di Caramon. Provò la chiara impressione di trovarsi irresistibilmente attirato verso Raistlin e che ogni cosa, lì nel mondo, venisse attirata verso l’arcimago anche se, guardandosi timorosamente intorno, Caramon vide che non si era mosso dal punto in cui si trovava. Ma nel voltarsi per fissare di nuovo suo fratello provò di nuovo quella sensazione, e ancora più intensa di prima.