Con discrezione, Caramon aveva perfino fatto delle proposte agli elfi di Qualinesti. Questo gli aveva creato una strana sensazione, poiché colui al quale aveva inviato il messaggio altri non era che Solostaran, il Rappresentante dei Soli, il quale, soltanto poche settimane prima, era morto, nel suo vero tempo. Raistlin aveva esibito un sorriso di scherno nell’udire di quel tentativo d’indurre gli elfi a entrare in guerra, sapendo molto bene quale sarebbe stata la loro risposta. Ma l’arcimago stava covando la segreta speranza, nutrita nelle ore tenebrose della notte, che questa volta le circostanze avrebbero potuto dimostrarsi diverse.
Non fu così.
Gli uomini di Caramon non ebbero una sola possibilità di parlare a Solostaran. Prima ancora che potessero smontare dai loro cavalli, un nugolo di frecce sibilò attraverso l’aria conficcandosi al suolo con un tonfo, formando un cerchio mortale intorno a ciascuno di essi. Aguzzando gli occhi nel bosco di tremoli, poterono vedere, letteralmente, centinaia di arcieri ognuno con la sua freccia incoccata, pronta ad essere scagliata.
Non venne pronunciata una sola parola. I messaggeri se ne andarono, portando a Caramon una freccia elfica in risposta.
In realtà, la guerra stessa cominciava a causare a Caramon una bizzarra sensazione. Mettendo insieme quello che aveva sentito delle discussioni fra Raistlin e Crysania, Caramon si era reso conto d’un tratto che tutto quello che stava facendo era già stato fatto in precedenza. Quel pensiero era un incubo per lui quasi quanto lo era per suo fratello, anche se per ragioni enormemente diverse.
«Ho l’impressione che quell’anello di ferro che portavo intorno al collo a Istar mi sia stato imbullonato di nuovo,» borbottò fra sé Caramon una notte, mentre sedeva nella locanda a Caergoth, che aveva requisito facendone il suo quartier generale. «Sono di nuovo uno schiavo come lo ero allora. Soltanto, questa volta è peggio perché, perfino quando ero uno schiavo, avevo per lo meno la libertà di scegliere se tirare o no un respiro, quel giorno. Voglio dire, se avessi voluto morire, avrei potuto cadere sulla mia spada e morire! Ma adesso, a quanto pare, non mi è concessa neppure questa scelta.»
Per Caramon era un concetto strano e orripilante, sul quale si attardava e rimuginava notte dopo notte, un concetto che sapeva di non essere in grado di capire. Gli sarebbe piaciuto parlarne con suo fratello, ma Raistlin era tornato all’accampamento nell’entroterra dove stazionava il resto dell’esercito, e anche se fossero stati insieme, Caramon era certo che il suo gemello si sarebbe rifiutato di discuterne.
Durante quel periodo, Raistlin aveva continuato quasi ogni giorno a riacquistare vigore. Dopo aver impiegato gli incantesimi che avevano consumato il villaggio morto come tra le fiamme di una pira, per due giorni l’arcimago era rimasto in deliquio, anche lui praticamente morto per il resto del mondo. Quando infine si era svegliato dal suo sonno febbrile, aveva annunciato di aver fame. Nei pochi giorni che erano seguiti, aveva trangugiato più cibo solido di quanto era stato capace di tollerare nei mesi addietro. La tosse era scomparsa. Aveva ben presto riguadagnato le forze e si era rimesso in carne.
Ma era sempre tormentato da incubi, che neppure le più potenti pozioni di sonnifero riuscivano a scacciare.
Giorno e notte Raistlin rifletteva sul suo problema. Se soltanto fosse riuscito a sapere qual era stato l’errore fatale di Fistandantilus, avrebbe potuto rimediarvi.
Progetti inverosimili gli balzarono alla mente. L’arcimago si baloccò perfino con l’idea di viaggiare avanti nel proprio tempo per compiere delle ricerche, ma abbandonò quasi subito l’idea. Se consumare tra le fiamme il villaggio l’aveva reso esausto per due giorni, l’incantesimo del viaggio nel tempo si sarebbe dimostrato ancora più faticoso. E anche se nel presente fosse trascorso soltanto un giorno, o due, mentre recuperava le forze, nel passato sarebbero volati via interi eoni.
E infine, se anche fosse riuscito a tornare, non avrebbe avuto forze sufficienti per combattere la Regina delle Tenebre.
E poi, proprio quando aveva quasi rinunciato per la disperazione, la risposta gli balenò nella mente...
Capitolo primo
Raistlin sollevò la falda della tenda ed uscì fuori, La sentinella di turno trasalì e mosse i piedi a disagio. L’aspetto dell’arcimago era sempre snervante, perfino per gli uomini della sua guardia personale. Pareva sempre materializzarsi dal nulla. La prima indicazione della sua presenza era il tocco delle sue dita brucianti su un braccio nudo, oppure una serie di parole bisbigliate, o il frusciare delle sue vesti nere.
La tenda dello stregone veniva guardata con meraviglia e sgomento, anche se nessuno aveva mai visto niente di strano emanare da essa. Naturalmente erano in molti ad osservarla, specialmente i bambini, i quali speravano di vedere un mostro orribile sfuggire al controllo dell’arcimago e scatenarsi come un tuono attraverso il campo, divorando tutti quelli che gli si fossero parati davanti fino a che loro non fossero stati in grado di placarlo con un pezzettino di pan di zenzero.
Ma non accadeva mai niente del genere. L’arcimago conservava e tutelava le proprie forze con grande cautela. Stanotte sarà diverso, rifletté Raistlin con un sospiro e un aggrottare della fronte. Ma non poteva far niente.
«Guardia,» chiese, con un filo di voce.
«Mi... mio signore?» balbettò la guardia in preda a una certa confusione. Ben di rado l’arcimago parlava con qualcuno, e per di più non con una semplice guardia.
«Dov’è Dama Crysania?»
La guardia non riuscì a reprimere un contorcersi delle labbra quando rispose che la «strega» era, così almeno credeva, nella tenda del generale Caramon, essendosi ritirata per la sera.
«Devo mandare qualcuno a chiamarla, mio signore?» chiese a Raistlin, con una riluttanza talmente ovvia che il mago non potè fare a meno di sorridere, nonostante il suo volto fosse celato fra le ombre del cappuccio grigio.
«No,» rispose, compiaciuto, come se si ritenesse soddisfatto da questa informazione. «E avete notizie di mio fratello? Quando dovrebbe tornare?»
«Il generale Caramon ha fatto sapere che arriverà domani, mio signore,» proseguì la guardia, sconcertata, convinta com’era che il mago lo sapesse già. «Dobbiamo aspettare qui il suo arrivo e nello stesso tempo lasciare che il convoglio dei rifornimenti ci raggiunga. I primi carri sono già arrivati questo pomeriggio, mio signore.» La guardia fu colta da un pensiero improvviso. «Se... se hai intenzione di cambiare questi ordini, mio signore, dovrei chiamare il capitano di turno...»
«No, no, niente del genere,» rispose Raistlin in tono conciliante. «Volevo soltanto assicurarmi che non sarei stato disturbato questa notte, per nessuna ragione e da nessuno. È chiaro... uhm, qual è il tuo nome?»
«M...Michael, Vossignoria, signore,» rispose la guardia. «Certamente, mio signore. Se questi sono i tuoi ordini, li eseguirò.»
«Bene,» annuì Raistlin. L’arcimago rimase silenzioso per un momento, fissando la notte che era fredda ma rischiarata dalla luce di Lunitari e dalle stelle. Solinari, al tramonto, era soltanto un graffio argenteo sul cielo. Cosa più importante per Raistlin, era la luna che lui soltanto poteva vedere. Nuitari, la Luna Nera, era piena e rotonda, un buco di tenebra fra le stelle.
Raistlin si avvicinò di un altro passo alla sentinella. Scostando leggermente il cappuccio dal viso, lasciò che la luce della luna rossa colpisse i suoi occhi. La sentinella, sorpresa, fece involontariamente un passo indietro, ma il suo severo addestramento come Cavaliere di Solamnia l’indusse a fermarsi.
Raistlin sentì che il corpo dell’uomo s’irrigidiva. Vide la reazione e sorrise di nuovo. Alzando una mano sottile l’appoggiò sulla corazza che copriva il petto della guardia.
«Nessuno deve entrare nella mia tenda per qualsivoglia ragione,» ribadì l’arcimago con quel sussurro sommesso e sibilante che sapeva usare con tanta efficacia. «Non importa quello che accadrà! Nessuno... non Dama Crysania, o mio fratello, tu stesso... nessuno!»