«Ca... capisco, mio signore,» balbettò Michael.
«Questa notte potresti vedere o sentire strane cose,» continuò Raistlin, fissando la guardia con il suo sguardo ammaliatore. «Ignorale. Chiunque entri in questa tenda lo farà a rischio della sua vita... e della mia!»
«S... sì, signore!» disse Michael, deglutendo a fatica. Un rivolo di sudore gli scorse lungo il viso, anche se l’aria della notte era eccessivamente fresca per l’autunno.
«Tu sei... o eri... un Cavaliere di Solamnia?» gli chiese Raistlin d’un tratto.
Michael parve a disagio, il suo sguardo vagò qua e là. Apri la bocca, ma Raistlin scosse la testa.
«Non importa. Non sei obbligato a dirmelo. Anche se ti sei rasato i baffi, lo capisco dal tuo viso. Conoscevo un cavaliere, un tempo, capisci. Perciò giurami, sul Codice e la Misura, che farai come ti ho chiesto.»
«Lo giuro, sul Codice e... la Misura...» bisbigliò Michael.
Il mago annuì, in apparenza soddisfatto, e si voltò per entrare nella sua tenda. Michael, non più prigioniero di quegli occhi nei quali aveva visto solamente se stesso riflesso, tornò al suo posto, rabbrividendo sotto il suo pesante mantello di lana. All’ultimo momento, però, Raistlin si fermò. Le vesti gli frusciarono sommessamente intorno. «Sir Cavaliere,» bisbigliò.
Michael si voltò.
«Se qualcuno dovesse entrare in questa tenda,» disse il mago, in tono gentile e piacevole, «e dovesse disturbare il mio incantesimo... e io dovessi sopravvivere, mi aspetto di trovare soltanto il tuo cadavere sul terreno. Questa è l’unica giustificazione che accetterò per il tuo insuccesso.»
«Sì, signore,» replicò Michael con maggior fermezza, anche se a bassa voce. «Est Sularas oth Mithas. Il mio onore è la mia vita.»
«Sì.» Raistlin scrollò le spalle. «Di solito è così che finisce.»
L’arcimago entrò infine nella sua tenda, lasciando Michael al buio in attesa che... soltanto-i-nuovi-dei-sapevano-cosa... accadesse nella tenda alle sue spalle.
Michael desiderò che suo cugino, Garic, fosse lì con lui a condividere quello strano e sinistro compito. Ma Garic era con Caramon. Michael infossò ancora di più le spalle nel mantello e guardò con nostalgia l’accampamento. C’erano i fuochi dei bivacchi, il caldo vino speziato, una buona compagnia, l’echeggiare delle risate. Qui, invece, tutto era avvolto in una fitta oscurità, tinta di rosso, illuminata dalla luce delle stelle. L’unico rumore che Michael poteva udire era quello della sua armatura, che prese a tintinnare quando lui cominciò a tremare incontrollabilmente.
Raistlin attraversò la tenda da un lato all’altro e arrivò a una grande cassa di legno che si trovava sul pavimento accanto al letto. La cassa, scolpita con rune magiche, era l’unica proprietà di Raistlin, oltre al Bastone di Magius, che il mago non permetteva a nessuno di toccare, al di fuori di lui stesso.
Non che qualcuno volesse provarci. Non più, dopo quanto aveva riferito una delle guardie che per sbaglio aveva tentato di sollevarla. Raistlin non aveva detto una parola, si era semplicemente limitato ad osservare la guardia che la lasciava cadere con un gemito.
Al tocco, la cassa si era rivelata d’un gelo pungente, aveva riferito la guardia con voce ancora scossa ai suoi amici intorno al fuoco, quella notte. Ma non soltanto questo... era anche stato sopraffatto da una sensazione d’orrore così intensa che c’era da meravigliarsi che non fosse impazzito.
Da quel giorno, soltanto Raistlin l’aveva spostata, anche se nessuno sapeva dire come. Era sempre lì, nella sua tenda, ma nessuno riusciva a ricordare di averla mai vista su qualcuno dei cavalli da soma.
Sollevando il coperchio della cassa, Raistlin ne studiò con calma il contenuto: i libri degli incantesimi rilegati in azzurro-notte, i vasetti e le bottiglie e le borse con i componenti degli incantesimi, i suoi libri personali degli incantesimi rilegati in nero, un assortimento di pergamene, e parecchie vesti nere ripiegate sul fondo. Non c’erano anelli o ciondoli magici, come quelli che si sarebbero potuti trovare in possesso di maghi di rango inferiore. Questi erano oggetti che Raistlin disprezzava, ritenendoli adatti soltanto ai deboli.
Il suo sguardo scorse rapidamente su tutti gli oggetti contenuti nella cassa, compreso un libro sottile e assai consunto che avrebbe potuto indurre l’osservatore casuale a soffermarsi a fissarlo, chiedendosi come un articolo così mondano fosse tenuto insieme ad oggetti di valore arcano. Il titolo, scritto con caratteri fiammeggianti per attirare l’attenzione del compratore, era: Tecniche di Prestidigitazione Concepite per Stupire e Deliziare! Sotto queste parole stava scritto il sottotitolo:
Sbalordite i vostri amici, ingannate i creduloni! Poteva esserci stato dell’altro, ma il resto era stato consumato ormai da molto tempo da mani giovani, avide e amorevoli.
Quel libro perfino adesso fece increspare in un sorriso le labbra sottili del mago, sull’onda dei ricordi, mentre vi faceva scivolare sopra le mani, le quali passarono però oltre, affondando tra le sue vesti. Qui trovarono una scatoletta e la tirarono fuori. Anche questa era coperta da rune scolpite sulla sua superficie. Mormorando parole magiche per annullare il loro effetto, il mago aprì la scatoletta con reverenza. Dentro c’era soltanto un oggetto: un supporto d’argento decorato. Raistlin tolse con cautela il supporto dalla scatola e, alzatosi in piedi, lo portò fino al tavolo che aveva sistemato al centro della tenda.
Preso posto su una sedia, il mago infilò la mano in una delle sue tasche segrete e ne estrasse un piccolo oggetto di cristallo. Vorticante di colori, a prima vista non assomigliava a niente di più sinistro d’una biglia di vetro per bambini. Però, guardando l’oggetto più da vicino, ci si accorgeva che i colori intrappolati nel suo interno erano vivi. Essi davanti agli occhi si muovevano e cambiavano in continuazione, come se cercassero di fuggire.
Raistlin appoggiò la pallina sul supporto. Appollaiata là sopra appariva ridicola, fin troppo minuscola. E poi, come sempre all’improvviso, fu perfetta. Era cresciuta, il supporto era rimpicciolito... forse lo stesso Raistlin era rimpicciolito, poiché adesso era il mago che aveva la sensazione di apparire ridicolo.
Era una sensazione ben nota, ormai, e c’era abituato, sapendo che il Globo dei draghi - poiché tale era quel lucido globo di cristallo dai colori turbinanti - cercava sempre di mettere il suo fruitore in posizione di svantaggio. Ma, molto tempo prima (no, in un tempo futuro) Raistlin aveva dominato il Globo dei draghi. Aveva imparato a dominare l’essenza della specie di drago che l’abitava.
Rilassando il proprio corpo, Raistlin chiuse gli occhi e si abbandonò alla sua magia. Protese le mani, appoggiò le dita sul freddo cristallo del Globo dei draghi, e pronunciò le antiche parole: «Ast bilak moiparalan / Suh akvlar tantangusar.»
Il gelo del globo cominciò a diffondersi attraverso le sue dita facendogli dolere perfino le ossa.
Serrando i denti, Raistlin ripetè le parole.
«Ast bilak moiparalan / Suh akvlar tantangusar.»
I colori turbinanti all’interno del globo cessarono i loro vacui vagabondaggi e cominciarono a roteare follemente. Raistlin fissò l’interno di quell’abbacinante vortice, combattendo lo stordimento che l’aveva assalito, tenendo le mani appoggiate con fermezza sopra il globo. Lentamente, bisbigliò una volta ancora le parole.
I colori cessarono di turbinare e una luce arse al loro centro. Raistlin sbatté le palpebre, poi si accigliò. La luce non avrebbe dovuto essere né nera né bianca, di tutti i colori ma di nessuno, simboleggiando così la mescolanza del bene e del male e della neutralità che saldava l’esistenza dei draghi all’interno del globo. Così era sempre stato, sin dalla prima volta che aveva guardato dentro il globo e aveva lottato per controllarlo.
Ma la luce che vedeva in quel momento, nonostante fosse molto simile a quella che aveva visto prima, pareva inanellata da ombre scure. La fissò attento, con freddezza, bandendo ogni fantasioso volo dell’immaginazione. La sua fronte si corrugò ancora di più. C’erano ombre che si libravano ai bordi... ombre di... ah! Dalla luce sbucarono due mani. Raistlin le afferrò e... rantolò.