La testa priva di corpo fluttuò nel ricordo di Crysania. Rabbrividendo, la bandì dai propri pensieri e, avvolta nella tenda, appoggiò le mani sulla fronte di Caramon.
«Paladine,» pregò con voce sommessa, «se non hai voltato le spalle al tuo chierico per la collera, se soltanto cercherai di capire che quanto il tuo chierico fa, è in tuo onore, se vorrai squarciare questa terribile oscurità quel tanto che basta per esaudire questa preghiera: guarisci quest’uomo! Se il suo destino non si è ancora compiuto, se c’è ancora qualcosa che deve fare, concedigli la salute. Se così non fosse, allora raccogli la sua anima con gentilezza fra le tue braccia, Paladine, in modo che possa dimorare per l’eternità...»
Crysania non riuscì a proseguire. Le forze le vennero meno. Affaticata, prosciugata dal terrore e dai propri conflitti interiori, smarrita e sola nella vasta oscurità, si lasciò cadere la testa fra le mani e cominciò a piangere: gli amari singhiozzi di qualcuno che non vede nessuna speranza.
E poi sentì una mano toccare la sua. Trasalì per il terrore, ma quella mano era forte e calda.
«Suvvia, Tika,» disse una voce profonda e assonnata, «mi rimetterò, non piangere.»
Alzando il volto bagnato di lacrime, Crysania vide il petto di Caramon alzarsi ed abbassarsi, respirando profondamente. Il suo volto aveva perso il pallore mortale, i segni bianchi sul suo collo erano sbiaditi. Battendole la mano per tranquillizzarla, le sorrise.
«È soltanto un brutto sogno, Tika,» borbottò. «Sarà tutto finito... entro domattina...»
Tirandosi la tenda intorno al collo, rannicchiandosi nel suo stesso calore, Caramon spalancò la bocca dando in un immenso sbadiglio, e si girò sul fianco scivolando in un sonno profondo e pacifico.
Troppo stanca e intorpidita anche soltanto per offrire i propri ringraziamenti, Crysania riuscì soltanto a rimanere seduta per qualche istante a contemplare l’omone che dormiva. Poi un suono le giunse all’orecchio, attirando la sua attenzione: uno sgocciolio d’acqua! Voltandosi, vide - per la prima volta - una caraffa d’acqua appoggiata sull’orlo della scrivania. Il lungo collo era rotto e la caraffa giaceva distesa sul fianco, con l’imboccatura sospesa, sopra l’orlo. A quanto pareva era rimasta vuota per lungo tempo, il suo contenuto doveva essere stato versato fuori cent’anni prima.
Ma adesso risplendeva colma di un liquido limpido che sgocciolava sul pavimento, con delicatezza, una goccia per volta, e ogni goccia luccicava alla luce del Bastone.
Tendendo la mano, Crysania raccolse alcune delle gocce sul palmo della mano, poi, esitante, portò la mano alle labbra.
«Acqua...» bisbigliò.
Il sapore era debolmente amaro, quasi salato, ma le parve l’acqua più deliziosa che avesse mai bevuto. Costringendo il proprio corpo dolorante a muoversi, si versò dell’altra acqua nella mano, inghiottendola con avidità. Mettendo la caraffa in posizione verticale sulla scrivania, vide il livello dell’acqua alzarsi di nuovo, sostituendo quella che aveva bevuto.
Adesso poteva ringraziare Paladine con parole che si levavano dal profondo del suo essere, talmente dal profondo che non riuscì a pronunciarle. La sua paura della tenebra e delle creature che vi dimoravano svanì. Il suo dio non l’aveva abbandonata, era ancora con lei, anche se, forse, lei l’aveva deluso.
Placate le sue paure, lanciò un’ultima occhiata a Caramon. Vedendolo dormire pacificamente con i segni del dolore cancellati dalla sua faccia, gli voltò le spalle e si avvicinò a suo fratello là dove giaceva rannicchiato nelle sue vesti, con le labbra livide per il freddo.
Stendendosi accanto al mago, sapendo che il calore del suo corpo li avrebbe scaldati entrambi, Crysania stese la tenda sopra di loro e, appoggiando la testa sulla spalla di Raistlin, chiuse gli occhi e si lasciò avvolgere dall’oscurità.
Capitolo terzo.
«Lo ha chiamato “Raistlin”. »
«Ma, poi, “Fistandantilus” ! »
«Come possiamo esserne sicuri? Questo non è giusto! Non è giunto attraverso il Bosco, com’era stato predetto. Lui non è venuto con il potere! E questi altri? Lui sarebbe dovuto venire da solo!»
«Eppure percepisci la sua magia! Non oso sfidarlo...»
«Neppure per una ricompensa così ricca?»
«L’odore del sangue ti ha fatto impazzire! Se è lui, e dovesse scoprire che ti sei cibato dei suoi prescelti, ti rispedirà in quella eterna tenebra dove sognerai sempre il sangue caldo e non lo gusterai mai!»
«E se non lo è, e noi mancheremo al nostro dovere di sorvegliare questo posto, allora arriverà lei nella sua collera, e ci farà sembrare piacevole quel destino!»
Silenzio. Poi: «C’è un modo per accertarcene...»
«È pericoloso. È debole, potremmo ucciderlo.»
«Dobbiamo saperlo! Meglio che lui muoia piuttosto che noi manchiamo al nostro dovere verso Sua Maestà Tenebrosa.»
«Sì... La sua morte potrebbe venir spiegata. La sua vita... forse no.»
Un dolore freddo, bruciante, penetrò gli strati della sua coscienza come schegge di ghiaccio che gli trafiggessero il cervello. Raistlin lottò nella loro stretta, combattendo attraverso la nebbia della nausea e della fatica per tornare per un breve momento alla consapevolezza. Aprendo gli occhi, si sentì quasi soffocare dalla paura quando vide due pallide teste fluttuare sopra di lui, intente a fissarlo con occhi d’una immensa oscurità.
Avevano appoggiato le loro mani sul suo petto: era il tocco di quelle dita di ghiaccio che lo stava lacerando, penetrando fino alla sua anima.
Guardando dentro quegli occhi il mago seppe quello che cercavano e fu colto da un improvviso terrore. «No,» esclamò senza respirare. «Non intendo vivere di nuovo quell’esperienza!»
«Lo farai. Dobbiamo sapere!» fu tutto quello che dissero.
A quell’insulto, Raistlin fu colto dalla rabbia. Ringhiando un’amara maledizione, cercò di sollevare le braccia dal pavimento per liberarsi dalla stretta mortale di quelle mani spettrali. Ma fu inutile. I suoi muscoli si rifiutarono di reagire, un dito si contrasse, nulla più.
Il furore, il dolore e l’amara frustrazione gli fecero lanciare un urlo acuto, ma fu un suono che nessuno udì, neppure lui. Le mani aumentarono ancora di più la loro stretta, il dolore lo trafisse, e lui affondò, non nell’oscurità, ma nel ricordo.
Non c’erano finestre nella Stanza dell’Apprendimento, dove i sette apprendisti fruitori di magia lavoravano quella mattina. La luce del sole non era ammessa, né lo era quella delle due lune: l’argentea e la rossa. In quanto alla terza luna, quella nera, la sua presenza poteva venir percepita qui come altrove, su Krynn, senza esser vista.
La stanza era illuminata da grosse candele di cera d’api infisse in candelabri d’argento posti sui tavoli.
Quella era la sola stanza nel grande castello di Fistandantilus illuminata da candele. In tutte le altre, globi di vetro con incantesimi di luce lanciati in continuazione su di essi erano sospesi nell’aria, diffondendo un magico bagliore che illuminava la perpetua penombra di quella tenebrosa fortezza.
Ma i globi non venivano usati nella Stanza dell’Apprendimento, per una ragione molto valida: se fossero stati portati dentro quella stanza, la loro luce sarebbe subito venuta meno. Là dentro veniva sempre tenuto in funzione un incantesimo Scaccia magia. Di qui la necessità di candele e il bisogno di tener lontana qualunque influenza potesse venir assorbita dal sole o dalle due lune che diffondevano luce.
Sei degli apprendisti sedevano l’uno accanto all’altro a un tavolo, alcuni parlavano fra loro, altri studiavano in silenzio. Il settimo sedeva in disparte, a un tavolo posto sul lato opposto della stanza.
Di tanto in tanto uno dei sei sollevava la testa e lanciava un’occhiata inquieta all’apprendista che sedeva in disparte, poi si affrettava ad abbassare la testa, perché non importava chi lo guardasse o quando, il settimo era sempre lì che ricambiava lo sguardo.
I sei trovavano la cosa divertente, e anche il settimo si concesse un amaro sorriso. Raistlin non aveva trovato molto da ridere durante i mesi che aveva passato nel castello di Fistandantilus. Non era stato un periodo facile per lui. Oh, era stato abbastanza semplice mantenere l’inganno, impedendo a Fistandantilus d’indovinare la sua vera identità, nascondendo i suoi veri poteri, dando a vedere di essere semplicemente uno di quel gruppo di sciocchi che lavoravano per conquistarsi i favori del grande stregone, diventando così suoi apprendisti.