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Le mani lo tirarono con forza tale che, colto del tutto di sorpresa, Raistlin perse quasi il controllo.

Fu solo quando si sentì attirare dalle mani dentro il globo, all’interno di quella luce d’ombra, che esercitò la propria forza di volontà e diede uno strattone alle mani, tirandole verso di sé.

«Cosa significa questo?» chiese Raistlin con voce severa. «Perché mi sfidi? Già molto tempo fa sono diventato il tuo padrone.»

Lei chiama... Lei chiama e noi dobbiamo ubbidire.

«Chi chiama, al punto di essere più importante di me?» chiese Raistlin con un sorriso beffardo, anche se all’improvviso sentì il suo sangue scorrergli più freddo della sensazione di gelo che gli trasmetteva il globo.

La nostra Regina! Sentiamo la sua voce, che si muove nei nostri sogni, disturbando il nostro sonno.

Vieni, padrone, ti prenderemo! Affrettati a venire!

La Regina! Raistlin involontariamente tremò, incapace di trattenersi. Le mani, sentendo che s’indeboliva, ripresero ancora una volta a tirarlo. Rabbiosamente, Raistlin moltiplicò la stretta su di esse e ristette, nel tentativo di dipanare i suoi pensieri che turbinavano follemente tanto quanto i colori all’interno del globo.

La Regina! Naturalmente, avrebbe dovuto prevederlo. Era entrata nel mondo, parzialmente, e adesso si aggirava in mezzo ai draghi del male. Banditi da Krynn molto tempo prima dal sacrificio del Cavaliere Solamnico, Huma, i draghi, sia quelli del bene sia del male, dormivano in luoghi profondi e segreti.

Lasciando che i draghi del bene continuassero a dormire indisturbati, la Regina delle Tenebre, Takhisis, il Drago dalle Cinque Teste, stava risvegliando i draghi del male facendoli passare alla sua causa, mentre combatteva per il controllo del mondo.

Il Globo dei draghi, malgrado fosse costituito dalle essenze di tutti i draghi (buoni, malvagi e neutrali) avrebbe, naturalmente, reagito con forza ai comandi della Regina, specialmente adesso che il lato malvagio era predominante, enfatizzato dalla natura del suo padrone.

Quelle ombre che vedo sono le ali dei draghi, oppure le ombre della mia anima? si chiese Raistlin, fissando il globo.

Tuttavia non ebbe agio di riflettere. Tutti quei pensieri gli sfrecciarono attraverso la mente con tanta rapidità che tra un inspirare e il successivo espirare l’arcimago vide il grave pericolo che gli si parava davanti. Bastava che perdesse il controllo anche per un solo istante, e Takhisis l’avrebbe rivendicato a sé.

«No, mia Regina,» mormorò, serrando con forza le mani all’interno del globo. «Non sarà così facile.»

Parlò al globo con voce sommessa, ma ferma: «Sono ancora il tuo padrone. Sono colui che ti ha salvato da Silvanesti e da Lorac, il folle re degli Elfi. Sono colui che ti ha portato a salvamento attraverso il Mare di Sangue di Istar. Io sono Rai...» esitò, deglutì all’improvviso sapore di amaro che aveva in bocca, poi disse a denti stretti: «Io sono... Fistandantilus, Maestro del Passato e del Presente, e ti ordino di obbedirmi!»

La luce del globo si affievolì. Raistlin sentì le mani che stringevano le sue tremare e cominciare a sgusciar via. La rabbia e la paura saettarono attraverso il suo corpo, ma nel medesimo istante represse queste emozioni, e continuò a stringere saldamente nella sua morsa quelle mani. Il tremito cessò, le mani si rilassarono.

Obbediamo, padrone.

Raistlin non osò tirare un sospiro di sollievo. «Molto bene,» dichiarò, mantenendo severa la voce... un genitore che parlava a un bambino da lui castigato. (Ma che bambino pericoloso! pensò). E freddamente continuò: «Devo mettermi in contatto con il mio apprendista nella Torre della Grande Stregoneria a Palanthas. Ascoltate dunque il mio ordine e obbedite. Portate la mia voce attraverso i flussi eterei del tempo. Portate le mie precise parole a Dalamar.»

Pronuncia le parole, padrone. Le sentirà, allo stesso modo in cui sente il battito del proprio cuore, e così tu sentirai la sua risposta.

Raistlin annuì...

Capitolo secondo.

Dalamar chiuse il libro degli incantesimi stringendo il pugno per la frustrazione. Era certo di star facendo ogni cosa nella maniera giusta, pronunciando le parole con l’esatta inflessione, ripetendo il canto il numero prescritto di volte. I componenti erano quelli richiesti. Aveva visto Raistlin lanciare quell’incantesimo un centinaio di volte. Eppure, lui non riusciva a lanciarlo.

Prendendosi stancamente la testa fra le mani, chiuse gli occhi e richiamò alla mente i ricordi del suo Shalafi, sentendo la voce sommessa di Raistlin, cercando di ricordare il tono e il ritmo esatti, sforzandosi di pensare a qualsiasi cosa che gli potesse capitare di eseguire nel modo sbagliato.

Non servì. Ogni cosa pareva la stessa! Be’, pensò Dalamar con un sospiro di stanchezza, devo semplicemente aspettare fino a quando non sarà tornato.

Alzandosi in piedi, l’elfo scuro pronunciò una parola magica e l’incantesimo della luce continua che aveva lanciato sul globo di cristallo che si trovava sulla scrivania della biblioteca di Raistlin si spense. Nessun fuoco ardeva nel caminetto. A Palanthas la notte della calda primavera era dolce e serena. Dalamar aveva perfino osato socchiudere la finestra.

Anche nei momenti migliori la salute di Raistlin era fragile. Aborriva l’aria fresca, preferendo restar seduto nel suo studio avvolto nel calore e nei sentori delle rose, delle spezie e della putredine. Di solito a Dalamar ciò non importava. Ma c’erano momenti di nostalgia, particolarmente in primavera, quando la sua anima di elfo bramava la patria dei boschi che aveva lasciato per sempre. In piedi accanto alla finestra, odorando il profumo della nuova vita al quale neppure gli orrori del Bosco di Shoikan potevano impedire di raggiungere la Torre, Dalamar si permise di pensare, solo per un momento, a Silvanesti.

Un elfo scuro è qualcuno che viene allontanato dalla luce. Questo era Dalamar per il suo popolo.

Quando l’avevano sorpreso a indossare le Vesti Nere che nessun elfo poteva anche soltanto guardare senza sussultare, intento a praticare arti arcane, proibite a qualcuno di rango e posizione sociale bassi come i suoi, i signori degli elfi avevano legato Dalamar mani e piedi, gli avevano imbavagliato la bocca e bendati gli occhi. Poi era stato buttato in un carro e trasportato fino ai confini della sua terra.

Privato della vista, gli ultimi ricordi che Dalamar aveva avuto di Silvanesti erano stati l’odore dei tremoli, dei fiori in boccio, delle distese di muschio. Ricordava che anche allora era primavera.

Sarebbe tornato indietro se avesse potuto? Avrebbe rinunciato a tutto questo, pur di tornare?

Provava qualche dispiacere, qualche rincrescimento? Senza volerlo, Dalamar si portò la mano al petto. Sotto le vesti nere poteva sentire le ferite sul suo torace. Malgrado fosse passata una settimana da quando la mano di Raistlin l’aveva toccato, bruciando la sua pelle e lasciandovi cinque fori, le ferite non si erano rimarginate. Né si sarebbero mai più rimarginate. Dalamar lo sapeva con amara certezza. Sempre, per tutto il resto della sua vita, avrebbe sentito il loro dolore. Tutte le volte che si fosse trovato nudo, le avrebbe viste, cicatrici purulente che la pelle non avrebbe mai più ricoperto. Quella era la punizione che aveva pagato per aver tradito il suo Shalafi.

Come aveva detto al grande Par-sallian, Capo dell’Ordine, Maestro della Torre della Grande Stregoneria a Wayreth, e anche maestro di Dalamar, in un certo senso, poiché l’elfo scuro era stato in realtà una spia dell’Ordine dei Maghi, che temevano Raistlin e diffidavano di lui come di nessun altro mortale nella loro storia: «Niente di più di quello che mi meritavo».

Avrebbe lasciato quel luogo pericoloso? Sarebbe tornato a casa, a Silvanesti?

Dalamar guardò fuori della finestra con un sorriso torvo e contorto, che ricordava quello di Raistlin, il suo Shalafi. Quasi involontariamente lo sguardo di Dalamar andò dal pacifico cielo notturno rischiarato dalla luce delle stelle all’interno della stanza sulle file e file di libri d’incantesimi rilegati in color azzurro-notte che tappezzavano le pareti della biblioteca. Con la sua memoria vide gli spettacoli meravigliosi, orribili, bellissimi e terrificanti ai quali aveva avuto il privilegio di assistere come apprendista di Raistlin.