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Sentì l’agitarsi del potere dentro la sua anima, un piacere che ultracompensava il dolore.

No, non sarebbe mai tornato. Non se ne sarebbe mai andato da qui...

Le riflessioni di Dalamar vennero interrotte dal suono d’una campana d’argento. Fu un unico rintocco, basso e dolce. Ma per i vivi (e i morti; all’interno della Torre ebbe l’effetto d’un colpo di gong che avesse squassato l’aria. Qualcuno stava tentando di entrare! Qualcuno che era riuscito a superare i pericoli del Bosco di Shoikan e si trovava alla porta della Torre medesima!

Avendo già evocato con la mente i ricordi di Par-sallian, Dalamar ebbe improvvise, sgradite visioni di potenti stregoni dalle vesti bianche sulla soglia della sua dimora... Poteva inoltre sentire, nella sua mente, riecheggiare ciò che aveva detto al Consiglio soltanto poche notti prima: «Se qualcuno di voi dovesse venire, e cercasse di entrare nella Torre mentre Lui è via, io vi ucciderei.»

Dalamar pronunciò le parole di un incantesimo: scomparve dalle biblioteca per ricomparire, nel tempo necessario a tirare un sospiro all’ingresso della Torre.

Ma non si trovò ad affrontare un conclave di stregoni dagli occhi fiammeggianti. Si trattava soltanto di una figura rivestita- di un’armatura azzurra di scaglie di drago che ostentava l’orrenda maschera cornuta d un Signore dei Draghi. Dalamar vide che nella mano guantata la figura stringeva un gioiello nero, un gioiello della notte, e potè percepire dietro alla figura, anche se non poteva vederla, la presenza di un essere dallo spaventoso potere: un cavaliere della morte.

Il Signore dei Draghi si serviva del gioiello per tenere a bada parecchi guardiani della Torre. I loro pallidi volti erano visibili alla luce scura del gioiello della notte, assetati di sangue vivo. Anche se Dalamar non poteva vedere il volto del Signore dei Draghi, sotto l’elmo, era in grado di percepire il calore della sua collera.

«Signora Kitiara!» disse Dalamar con voce grave, inchinandosi «Perdona questa brusca accoglienza. Se soltanto ci avessi fatto sapere che saresti venuta...» Strappandosi di dosso l’elmo, Kitiara fissò Dalamar coi i gelidi occhi castani che ricordavano, quasi come una sferzata, ; Dalamar, la di lei stretta parentela con lo Shalafi.

«Avresti progettato per me un’accoglienza ancora più interessante senza dubbio!» ringhiò Kitiara, buttando indietro rabbiosamente i capelli scuri e riccioluti. «Io vado e vengo dove mi pare e piace, specialmente per far visita a mio fratello!» La sua voce letteralmente tremava per la collera. «Mi sono fatta strada, là fuori, in mezzo a quei vostri alberi maledetti... poi vengo attaccata alla porta d’ingresso!» La sua mano sfoderò la spada. Fece un passo avanti. «Per gli dei, dovrei darti una lezione, feccia di un elfo...»

«Ripeto le mie scuse,» replicò Dalamar con calma, ma c’era un luccichio nei suoi occhi obliqui che indusse Kit a esitare nel suo atto inconsulto. Come la maggior parte dei guerrieri, Kitiara tendeva a considerare i fruitori di magia dei deboli che passavano il tempo a leggere libri e che avrebbero potuto essere utilizzati assai meglio facendogli impugnare il freddo acciaio. Oh, potevano produrre dei risultati sfolgoranti, non c’era dubbio, ma quando fosse stata messa alla prova lei preferiva assai più affidarsi alla propria abilità nel maneggiare la spada piuttosto che alle parole arcane e allo sterco di pipistrello.

Così, nella sua mente, immaginava Raistlin, il suo fratellastro, ed era così che immaginava anche il suo apprendista, con il marchio, per di più, che Dalamar era soltanto un elfo, una razza nota per la sua debolezza.

Ma Kitiara era, sotto un altro aspetto, diversa dalla maggior parte dei guerrieri, ed era questa la ragione principale che le aveva consentito di sopravvivere a tutti coloro che si erano opposti a lei.

Era molto abile nel valutare i suoi avversari. Un’occhiata alla compostezza e agli occhi gelidi di Dalamar davanti alla sua collera, e Kitiara si chiese, in quel mentre, se non avesse incontrato un avversario degno di lei.

Non lo comprendeva, non ancora, in nessun modo. Ma vedeva e riconosceva il pericolo in quell’uomo e, mentre si prendeva un appunto mentale di stare in guardia, cercando comunque di trarne il maggior vantaggio possibile, scoprì di essere attratta da lui. Il fatto che fosse in realtà così aitante (adesso che ci pensava, non aveva affatto l’aspetto tipico di un elfo) e avesse un corpo così robusto e muscoloso (la cui struttura riempiva in modo mirabile le sue vesti nere), le fece capire all’improvviso che avrebbe potuto ottenere di più, da lui, mostrandosi amichevole piuttosto che minacciosa e insolente. Di certo, pensò, attardandosi con lo sguardo sul petto dell’elfo, là dove le vesti nere si erano leggermente scostate ed era possibile intravedere la sottostante pelle bronzea, la cosa avrebbe potuto rivelarsi assai più divertente.

Rinfoderando la spada, Kitiara continuò ad avanzare, soltanto, adesso, la luce che prima lampeggiava sulla sua spada, scintillava nei suoi occhi.

«Perdonami, Dalamar... è questo il tuo nome, vero?» Il suo cipiglio si fuse nel sorriso ammaliante che aveva fatto tante conquiste. «Quel maledetto Bosco mi dà sui nervi. Hai ragione, avrei dovuto avvertire mio fratello che sarei arrivata, ma ho agito d’impulso.» Adesso era vicina a Dalamar, molto vicina. Levando lo sguardo sul suo volto nascosto com’era dalle ombre del cappuccio, aggiunse: «Spesso... io agisco d’impulso.»

Con un gesto, Dalamar congedò i Guardiani. Poi il giovane elfo fissò la donna che gli stava davanti con un sorriso affascinante che rivaleggiava con quello di lei.

Vedendo il suo sorriso, Kitiara gli porse la mano guantata. «Perdonata?»

Il sorriso di Dalamar diventò più intenso, ma l’elfo si limitò a rispondere: «Togliti il guanto, Signora.»

Kitiara trasalì, e per un attimo i suoi occhi castani si dilatarono pericolosamente. Ma Dalamar continuò a sorriderle. Scrollando le spalle, Kitiara tirò ad una ad una le dita del suo guanto di cuoio, denudando la mano.

«Ecco,» disse infine, con una punta di dispetto nella voce, «come vedi, non nascondevo nessuna arma.»

«Oh, questo già lo sapevo,» rispose Dalamar, prendendole adesso la mano nella sua. I suoi occhi ancora fissavano quelli di lei; l’elfo scuro si portò la mano di Kitiara alle labbra, e la baciò, attardandovisi. «Mi avresti voluto negare questo piacere?»

Le sue labbra erano calde, le sue mani robuste, e Kitiara sentì al suo tocco il sangue montarle dentro il corpo. Ma vide negli occhi di Dalamar che lui conosceva il suo gioco, e vide anche che era un gioco che lui stesso giocava. Il suo rispetto crebbe al pari della sua cautela. Era davvero un avversario degno di tutta la sua attenzione, della sua totale attenzione.

Facendo sgusciar via la mano dalla sua stretta, Kitiara se la mise dietro la schiena in un giocoso gesto tutto femminile che contrastava curiosamente con la sua armatura e il suo portamento mascolino di guerriero. Era un gesto concepito per attirare e confondere, e vide, nei lineamenti imporporati dell’elfo, che aveva avuto successo.

«Forse ho delle armi nascoste sotto la mia armatura, che una volta o l’altra dovresti cercare,» gli disse con un ghignetto beffardo.

«Al contrario,» replicò Dalamar, incrociando le mani dentro le vesti nere, «le tue armi mi sembrano chiaramente visibili. Se dovessi perquisirti, Signora, cercherei quella che l’armatura protegge e che, malgrado molti uomini possano averla penetrata, nessuno ha ancora toccato.» Gli occhi elfici risero.

Kitiara trattenne il respiro. Ammalliata dalle sue parole, ricordando ancora la sensazione di quelle calde labbra sulla sua pelle, fece un altro passo avanti, piegando il volto verso quello dell’uomo.