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«Pazzo!» bisbigliò Kitiara con il respiro appena sufficiente ad alitare la parola. «È pazzo!» Si affrettò a metter giù il calice di vino, quando vide il liquido traboccare sulla sua mano tremante.

«L’ha vista su questo piano d’esistenza quand’era soltanto un’ombra, quando le era stato impedito di entrare completamente. Non può immaginare come potrà essere!...»

Kit si alzò in piedi e percorse nervosamente il folto tappeto decorato con le immagini mute di alberi e di fiori tanto amate dagli elfi. Avvertendo un gelo improvviso si fermò davanti al fuoco. Dalamar si fermò accanto a lei con un frusciare di vesti nere. Già mentre parlava, assorta nei propri pensieri e nelle proprie paure, Kit era consapevole del caldo corpo dell’elfo accanto al suo. «Voi che ne pensate?»

Dalamar scrollò le spalle e, avvicinandosi di un altro passo, mise le mani sul collo sottile di Kitiara.

Le sue dita accarezzarono delicatamente la pelle liscia. La sensazione era deliziosa. Kitiara chiuse gli occhi, tirando un profondo, tremante sospiro.

«I maghi non lo sanno,» disse Dalamar con voce sommessa, chinandosi a baciare Kitiara sotto l’orecchio. Stirandosi come un gatto, inarcò il corpo all’indietro, contro il suo.

«Qui, lui sarà nel suo elemento,» continuò Dalamar. «La Regina si troverà indebolita. Ma non sarà certo facile sconfiggerla. Qualcuno pensa che la battaglia magica fra i due potrebbe benissimo distruggere il mondo.»

Kitiara sollevò la mano e la fece scorrere attraverso i serici, folti capelli dell’elfo, attirando le sue labbra bramose alla propria gola. «Ma... ha una possibilità?» insistè, con un rauco bisbiglio.

Dalamar ristette, poi si ritrasse da lei. Con le mani ancora sulle sue spalle, fece girare Kitiara, in modo che lo guardasse in viso. E nei suoi occhi lesse ciò che lei stava pensando.

«Naturalmente, c’è sempre una possibilità.»

«E cosa farai, se riuscirà a varcare il Portale?» Le mani di Kitiara si appoggiavano leggere sul petto di Dalamar, là dove suo fratello aveva lasciato il terribile marchio. I suoi occhi, guardando dentro a quelli dell’elfo, erano illuminati da una passione che quasi nascondeva, ma non del tutto, la sua mente calcolatrice.

«Io devo impedirgli di tornare a questo mondo,» disse Dalamar. «Devo bloccare il Portale in modo che non possa riattraversarlo.» La mano seguì la curva beffarda delle sue labbra.

«Quale sarà la tua ricompensa per una missione cosi pericolosa?» Kitiara premette ancor più il corpo contro quello di lui, mordendogli giocosamente la punta delle dita.

«Allora sarò Maestro della Torre,» lui rispose. «E il prossimo capo dell’Ordine delle Vesti Nere. Perché?»

«Potrei aiutarti,» disse Kitiara con un sospiro, muovendo le dita sul petto di Dalamar, salendogli fin sopra le spalle, impastando le sue carni con mani simili alle zampe di un gatto. Le mani di Dalamar si strinsero quasi convulsamente intorno a lei, attirandola ancora più vicina.

«Potrei aiutarti,» Kitiara ripetè con un feroce sussurro. «Non puoi combatterlo da solo.»

«Ah, mia cara,» Dalamar la guardò con un sorriso sardonico e beffardo, «chi aiuteresti, me o lui?»

«Questo,» replicò Kitiara, facendo scivolare le mani sotto la lacerazione nel tessuto delle vesti nere dell’elfo scuro, «dipenderà completamente da chi starà vincendo!»

Il sorriso di Dalamar si allargò, le sue labbra sfiorarono il mento di lei. Le bisbigliò all’orecchio:

«Così, noi ci capiamo, Signora.»

«Oh, sì, ci capiamo,» annuì Kitiara, sospirando di piacere. «E adesso basta con mio fratello. C’è qualcosa che vorrei chiedere. Qualcosa che m’incuriosisce da molto tempo. Cosa indossano sotto le loro vesti i fruitori di magia, elfo scuro?»

«Molto poco,» mormorò Dalamar. «E cosa indossano sotto le loro armature le donne guerriere?»

«Niente.»

Kitiara se n’era andata.

Dalamar giaceva sul suo letto, mezzo sveglio e mezzo addormentato. Poteva ancora sentire la fragranza dei suoi capelli sul cuscino, profumo e acciaio, una mistura intossicante non dissimile da Kitiara medesima.

L’elfo scuro si allungò voluttuosamente, sogghignando. Kitiara lo avrebbe tradito, non aveva nessun dubbio in proposito. E lei sapeva che lui l’avrebbe uccisa nel giro d’un istante se fosse stato necessario, per riuscire nel suo scopo. Nessuno dei due trovava amara quella consapevolezza. In realtà, aggiungeva uno strano sapore piccante alle loro gesta amorose. Chiudendo gli occhi, lasciandosi cogliere dal sonno, Dalamar sentì attraverso la finestra aperta un rumore di ali d’acciaio che si allargavano per prendere il volo. La immaginò, seduta sul suo drago azzurro, con l’elmo in forma di drago che luccicava al chiarore della luna...

Dalamar!

L’elfo scuro trasalì e si rizzò a sedere. Era completamente sveglio. La paura gli percorse tutto il corpo. Tremando al suono di quella voce familiare, lanciò un’occhiata intorno a sé.

«Shalafi?» pronunciò la parola con esitazione. Non c’era nessuno. Dalamar si portò la mano alla testa. «Un sogno...» mormorò.

Dalamar!

Di nuovo la voce, questa volta inequivocabile.

Dalamar si guardò intorno, impotente. La sua paura crebbe. Fare scherzi non era affatto da Raistlin.

L’arcimago aveva lanciato l’incantesimo del viaggio nel tempo. Era già partito da una settimana e non ci si aspettava che tornasse per molte settimane ancora. Però Dalamar conosceva quella voce come conosceva il battito del proprio cuore!

«Shalafi, ti sento,» disse, cercando di mantenere fermo il tono della sua voce. «Eppure non posso vederti. Dove...»

Mi trovo, come hai supposto, nel passato, apprendista. Ti parlo attraverso il Globo dei draghi. Ho un compito da affidarti. Ascoltami con attenzione e segui esattamente le mie istruzioni. Agisci subito. Non bisogna perdere tempo. Ogni istante è prezioso...

Chiudendo gli occhi, così da potersi concentrare, Dalamar sentì con chiarezza la voce, però sentì anche uno scroscio di risate entrare dalla finestra aperta: una festa di qualche tipo, indetta per onorare la primavera, stava per iniziare. Fuori dalle porte della Città Vecchia ardevano i fuochi dei bivacchi, i giovani si scambiavano fiori alla loro luce, e si baciavano nel buio. L’aria era dolce di letizia e di amore e del profumo delle rose di primavera in boccio.

Ma poi Raistlin cominciò a parlare, e Dalamar non prestò più la minima attenzione a tutto questo.

Si dimenticò di Kitiara. Si dimenticò dell’amore. Si dimenticò della primavera. Ascoltando, interrogando, comprendendo, tutto il suo corpo vibrava della voce del suo Shalafi.

Capitolo terzo

Bertrem percorse con passo felpato le sale della Grande Biblioteca di Palanthas. Le sue vesti di estetico gli sussurravano intorno alle caviglie, il loro fruscio s’intonava al motivo che Bertrem stava canticchiando mentre camminava. Aveva contemplato i festeggiamenti della primavera dalle finestre della Grande Biblioteca e adesso stava per tornare al suo lavoro fra le migliaia e migliaia di libri e di pergamene ospitati all’interno della biblioteca; la melodia di una delle canzoni udite si attardava nella sua mente.

«Ta-tum, ta-tum,» cantava Bertrem con la sua voce sottile e stonata, tenuta bassa così da non risvegliare gli echi delle ampie sale a volta della Grande Biblioteca.

Gli echi erano tutto ciò che poteva venir disturbato dal canto di Bertrem, poiché la Biblioteca era chiusa a chiave per la notte. La maggior parte degli altri estetici (membri dell’Ordine di coloro che passavano la vita dedicandosi allo studio e alla manutenzione dell’immensa raccolta di sapere della Grande Biblioteca che era stata accumulata fin dall’inizio del tempo di Krynn) dormiva, oppure era assorta nei lavori.

«Ta-tum, ta-tum. Gli occhi della mia innamorata son come quelli d’una cerbiatta. Ta-tum, ta-tum. E io sono il cacciatore che si avvicina...» Bertrem giunse perfino a improvvisare un passo di danza.