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Continua, gli arrivò la voce del suo Shalafi, e malgrado echeggiasse più nella sua mente che nelle sue orecchie, a Dalamar non sfuggì l’amara nota di rabbia. Affrettandosi a distogliere lo sguardo da quel paragrafo, scritto centinaia di anni prima, che però rifletteva accuratamente la missione che aveva appena intrapresa, Dalamar continuò.

«“Qui è importante notare questo: le Cronache come esistevano in quel punto del tempo, indicano...” Qui è sottolineato, Shalafi.» Dalamar s’interruppe.

Quale parte?

«Le parole “in quel punto del tempo” sono sottolineate.»

Raistlin non rispose, e Dalamar, che per un attimo aveva perso il segno, lo ritrovò e si affrettò a proseguire.

«... indicano che l’impresa avrebbe avuto successo. Fistandantilus, insieme al chierico Denubis, avrebbe dovuto essere stato in grado, sulla base di tutte le indicazioni viste dal grande arcimago, di varcare sano e salvò il Portale. Naturalmente, ciò che avrebbe potuto succedere nell’Abisso è ignoto, dal momento che i veri eventi storici si sono svolti in maniera diversa.

«“Così, credendo fermamente che lo scopo finale che si prefiggeva, varcare il Portale e sfidare la Regina delle Tenebre, fosse alla sua portata, Fistandantilus condusse le Guerre della Porta dei Nani con rinnovato vigore. Pax Tharkas cadde in preda agli eserciti dei nani delle colline e degli uomini delle pianure. (Vedi Cronache, volume 126, libro 6, pagine 589-700.) Condotto dal grande generale di Fistandantilus, Pheragas, l’ex schiavo dell’Ergoth del Nord che lo stregone aveva acquistato e addestrato come gladiatore per i Giochi a Istar, l’esercito di Fistandantilus ricacciò le forze di re Duncan, costringendo i nani a ritirarsi nella roccaforte della montagna di Thorbardin.

« “Di quella guerra importava assai poco a Fistandantilus. Gli serviva soltanto a portare avanti i propri fini. Trovato il Portale sotto la torreggiante fortezza montana conosciuta come Zhaman, insediò colà il suo quartier generale e cominciò i preparativi finali che gli avrebbero dato il potere di varcare la porta proibita, lasciando che il suo generale continuasse a combattere la guerra.

«“Neppure io posso riferire con accuratezza cosa sia accaduto a questo punto, poiché le forze della magia che quivi operavano erano talmente potenti da oscurare la mia visione.

«“Il generale Pheragas venne ucciso mentre combatteva contro i Dewar, i nani scuri di Thorbardin.

Alla sua morte, l’esercito di Fistandantilus si sfasciò. I nani delle montagne sciamarono fuori da Thorbardin verso la fortezza di Zhaman.

«“Durante il combattimento, consapevole che la battaglia era perduta e che restava loro assai poco tempo, Fistandantilus con Denubis si affrettò a raggiungere il Portale. Qui il grande mago cominciò a lanciare il suo incantesimo.

«“Nel medesimo istante, uno gnomo tenuto prigioniero dai nani di Thorbardin attivò un congegno per i viaggi nel tempo che aveva fabbricato per tentar di sfuggire alla sua cattività. Contrariamente ad ogni altro caso mai registrato nella storia di Krynn, questo marchingegno gnomico funzionò davvero. Anzi, funzionò perfettamente.

«“Da questo punto in avanti, posso fare soltanto delle congetture, ma appare probabile che il congegno dello gnomo abbia interagito in qualche modo con i delicati e potenti incantesimi magici intessuti da Fistandantilus. Il risultato lo conosciamo fin troppo chiaramente.

«“Avvenne un’esplosione di tali dimensioni che le Pianure di Dergoth vennero completamente distrutte. Entrambi gli eserciti vennero interamente spazzati via. La torreggiante fortezza montana di Zhaman andò in frantumi e crollò su se stessa, creando il rilievo oggi conosciuto come Skullcap.

«“Lo sfortunato Denubis morì nell’esplosione. Anche Fistandantilus avrebbe dovuto morire, ma la sua magia era talmente grande che riuscì ad aggrapparsi ad una qualche porzione della vita, malgrado il suo spirito fosse costretto a esistere su un altro piano fino a quando non trovò il corpo di un giovane fruitore di magia chiamato Raistlin Majere...”»

Basta!

«Sì, Shalafi,» mormorò Dalamar.

E poi la voce di Raistlin cessò.

Dalamar, seduto nello studio, seppe di essere solo. Fu colto da un forte brivido: ciò che aveva appena letto l’aveva riempito di stupore e sgomento. Cercando di trame qualche significato, l’elfo scuro non si mosse da dietro la scrivania... la scrivania di Raistlin... smarrito nei suoi pensieri fino a quando le ombre della notte non si ritirarono e l’alba grigia schiarì il cielo.

Una febbrile eccitazione fece fremere il corpo magro di Raistlin. I suoi pensieri erano confusi. Gli sarebbe stato indispensabile un periodo di studi e di riflessioni a freddo per essere assolutamente certo di ciò che aveva scoperto. Una frase risplendeva nella sua mente con sorprendente fulgore: l’impresa avrebbe avuto successo!

L’impresa avrebbe avuto successo!

Raistlin risucchiò il proprio respiro con un rantolo, rendendosi conto solamente a quel punto di aver cessato di respirare. Le sue mani, appoggiate sulla fredda superficie del Globo dei draghi, tremavano. L’esultanza lo travolse. Esibì quel suo strano e raro sorriso, poiché le orme che vedeva nel suo sogno non conducevano più ad un patibolo, ma ad una porta di platino, decorata con i simboli del Drago a Cinque Teste. Ad un suo ordine, si sarebbe aperta. Doveva semplicemente trovare e uccidere quello gnomo...

Raistlin sentì qualcosa che gli tirava con forza le mani.

«Fermo!» ordinò, maledicendosi per aver perso il controllo. Ma il globo non ubbidì al suo ordine.

Raistlin si rese conto, troppo tardi, di venir tirato dentro. Vide che le mani, mentre lo tiravano sempre più vicino, avevano subito un cambiamento. Prima erano state irriconoscibili, né umane né elfiche, né giovani né vecchie. Ma adesso erano le mani di una femmina, morbide e sottili, la pelle bianca e liscia... e la morsa della morte.

Sudando, lottando contro l’onda calda di panico che minacciava di ucciderlo, Raistlin fece appello a tutte le proprie forze, sia fisiche sia mentali, e combatté contro la volontà in azione dietro quelle mani.

Lo attirarono vicino, sempre più vicino. Adesso poteva vedere il volto, un volto di donna, bello, con gli occhi scuri; pronunciava parole di seduzione alle quali il suo corpo reagiva con passione, mentre allo stesso tempo la sua anima si ritraeva con odio.

Sempre più vicino, più vicino...

Disperato, Raistlin lottò per sottrarvisi, per spezzare la stretta che pareva così delicata eppure era più forte dei vincoli della sua stessa forza vitale. Scavò in profondità dentro la propria anima, esplorando le parti nascoste... ma per che cosa? Ne sapeva poco o niente. Da qualche parte esisteva una porzione di lui che l’avrebbe salvato...

Emerse l’immagine di un adorabile chierico vestito di bianco, che portava il medaglione di Paladine. Il bianco chierico sfolgorò nella tenebra e, per un momento, la stretta delle mani si allentò... ma soltanto per un momento. Raistlin sentì una calda risata di donna. La visione andò in frantumi.

«Fratello mio!» chiamò Raistlin attraverso le labbra incartapecorite, e un’immagine di Caramon comparve alla sua vista. Vestito di un’armatura dorata, la spada che gli balenava fra le mani, si erse di fronte a suo fratello, proteggendolo. Ma il guerriero non ebbe il tempo di fare un solo passo che venne abbattuto... da dietro.

Più vicino, sempre più vicino...

La testa di Raistlin cadde in avanti, stava perdendo rapidamente forze e conoscenza. E poi, senza che lui la chiamasse, dai recessi più remoti della sua anima sbucò una figura solitaria. Non era vestita di bianco, non impugnava nessuna spada luccicante. Era piccola e sudicia, e il suo volto era rigato di lacrime. Nella mano stringeva un ratto... un ratto molto... morto.

Caramon tornò al campo proprio mentre le prime luci dell’alba si stavano diffondendo nel cielo.

Aveva cavalcato tutta la notte ed era irrigidito, affaticato e incredibilmente affamato.

I piacevoli pensieri della sua colazione e del suo letto l’avevano confortato durante l’ultima ora, e il suo volto si illuminò di un sorriso quando l’accampamento comparve alla sua vista. Stava per piantare gli speroni nei fianchi del suo cavallo affaticato quando, lanciata un’occhiata in avanti, in direzione del campo, l’omone tirò le redini del suo cavallo e alzò la mano, facendo fermare la sua scorta.