«Cosa sta succedendo?» chiese allarmato. Tutti i pensieri del cibo imminente scomparvero dalla sua mente. Garic lo raggiunse in sella al suo cavallo e scosse la testa sconcertato.
Là dove avrebbero dovuto esserci fili di fumo che si levavano dai fuochi mattutini delle cucine e i grugniti seccati degli uomini che venivano destati dal sonno notturno, c’era l’accampamento che assomigliava invece a un alveare dopo il banchetto di un orso.
Nessun fuoco delle cucine era acceso, la gente se ne andava in giro in apparenza senza una meta, oppure gli uomini formavano crocchi che fremevano di eccitazione.
Poi qualcuno vide Caramon e lanciò un urlo. La folla si radunò e venne avanti come un’onda di marea.
Garic nel medesimo istante gridò e, subito, lui e i suoi uomini avanzarono al galoppo, formando intorno al loro generale un compatto scudo protettivo di uomini rivestiti di corazze.
Era la prima volta che Caramon vedeva un simile spiegamento di fedeltà e di affetto da parte dei suoi uomini e, per un momento, fu talmente sopraffatto dall’emozione da non riuscire a parlare. Poi, schiarendosi burberamente la gola, ordinò loro di scostarsi.
«Non è un ammutinamento,» sbottò, venendo avanti in sella al suo destriero mentre i suoi uomini si scostavano con riluttanza per lasciarlo passare. «Guardate! Nessuno è armato. Metà di loro sono donne e bambini. Ma...» li guardò sogghignando, «grazie per il pensiero.»
Il suo sguardo andò in modo particolare al giovane cavaliere, Garic, il quale era arrossito di piacere mentre teneva la mano stretta sull’elsa della spada.
A questo punto le frange esterne della folla avevano raggiunto Caramon. Delle mani afferrarono le sue briglie, facendo trasalire il suo cavallo il quale, convinto di trovarsi in battaglia, drizzò pericolosamente le orecchie, pronto a sferrare colpi di zoccoli come gli era stato insegnato a fare.
«State indietro!» ruggì Caramon, riuscendo a stento a controllare l’animale. «State indietro! Siete tutti impazziti? Date proprio l’impressione di essere quello che siete: un branco di contadini! State indietro. Ehi, dico! Vi sono scappati tutti i polli? Che significa questo? Dove sono i miei ufficiali?»
«Qui, signore,» gli giunse la voce di uno dei capitani. Rosso in faccia, imbarazzato, e arrabbiato, l’uomo si aprì la strada in mezzo alla folla. Addolorati per il rimprovero del loro comandante, gli uomini si calmarono e le grida si spensero, riducendosi a pochi mormorii quando un gruppo di guardie, arrivando con il capitano, tentò in qualche modo di disperdere la folla.
«Chiedo il perdono del generale per tutto questo, signore,» disse il capitano mentre Caramon smontava di sella e accarezzava il collo del cavallo per calmarlo. L’animale rimase immobile sotto il tocco di Caramon, pur continuando a roteare gli occhi e a drizzare le orecchie.
Il capitano era un uomo anziano, non un cavaliere ma un mercenario con trent’anni di esperienza. Il suo viso era solcato dalle cicatrici, gli mancava parte della mano sinistra a causa di un fendente, e zoppicava in maniera accentuata. Adesso, di primo mattino, quel volto coperto di cicatrici era rosso di vergogna mentre affrontava lo sguardo severo del suo giovane generale.
«Gli esploratori hanno portato la notizia del tuo arrivo, signore, ma prima che io potessi arrivare da te, questo branco di cani idrofobi...» lanciò un’occhiata furente agli uomini che si stavano ritirando,
«... si è scaldato come se tu fossi stato una cagna in calore. Chiedo il perdono del generale,» borbottò un’altra volta, «e senza nessuna intenzione di mancarti di rispetto.»
Caramon fece attenzione a mantenere il volto serio. «Cos’è successo?» chiese, conducendo il cavallo esausto all’interno dell’accampamento, al passo dell’ambio. Il capitano non rispose subito ma lanciò un’occhiata significativa alla scorta di Caramon.
Caramon comprese. «Andate pure avanti, uomini,» disse, agitando la mano. «Garic, ci vediamo nel mio alloggio.»
Quando si trovò infine solo con il capitano... quanto più solo possibile nel campo affollato dove tutti li stavano fissando con bramosa curiosità, Caramon si voltò a interrogare l’uomo con una semplice occhiata.
Il vecchio mercenario disse soltanto due parole: «Lo stregone. »
Raggiungendo la tenda di Raistlin, Caramon vide con un tonfo al cuore la cerchia di guardie che la circondava, tenendo indietro i curiosi. Alla vista di Caramon, si levarono, chiaramente udibili, dei sospiri di sollievo e molte considerazioni come «Adesso c’è il generale. Ci penserà lui,» un grande annuire e qualche applauso qua e là.
Incoraggiata da qualche imprecazione del capitano, la folla si aprì lasciando un passaggio attraverso il quale Caramon potè procedere. Le guardie armate si fecero da parte mentre passava, poi si affrettarono a serrare un’altra volta i ranghi.
Spingendo e sgomitando, la folla sbirciava da sopra la testa delle guardie, sforzandosi di vedere.
Poiché il capitano si rifiutava di dirgli ciò che stava accadendo, Caramon non si sarebbe sorpreso di trovarsi davanti a qualsiasi cosa, da un drago seduto sopra la tenda di suo fratello all’intero alloggiamento circondato da fiamme verdi e purpuree.
Invece, vide un giovane di guardia e Dama Crysania che camminava avanti e indietro davanti alla falda chiusa della tenda. Caramon fissò il giovane con curiosità. Gli parve di conoscerlo.
«Il cugino di Garic?» fece, esitando, cercando di ricordare il nome. «Michael, vero?»
«Sì, generale,» rispose il giovane cavaliere. Fece per drizzarsi, tentando un saluto. Ma fu un ben debole tentativo. Il volto del giovane era pallido e smunto, gli occhi cerchiati di rosso. Era chiaro che si trovava sul punto di crollare per la fatica, ma teneva la lancia puntata davanti a sé, sbarrando risolutamente l’ingresso alla tenda.
Sentendo la voce di Caramon, Crysania sollevò lo sguardo.
«Paladine sia ringraziato!» esclamò con fervore.
Bastò un’occhiata al suo volto pallido ed ai suoi occhi grigi e infossati, e Caramon rabbrividì alla vivida luce del sole mattutino.
«Sbarazzati di loro!» ordinò al capitano, che subito cominciò a impartire ordini ai suoi uomini. Ben presto, con molte imprecazioni e brontolii, la folla cominciò a disperdersi. Comunque, la maggior parte dei presenti riteneva che ormai la parte più eccitante si fosse conclusa.
«Caramon, ascoltami!» Crysania gli appoggiò la mano sul braccio. «Questo...»
Ma Caramon si scrollò di dosso la mano di Crysania. Ignorando i suoi tentativi di parlare, fece per oltrepassare Michael. Il giovane cavaliere sollevò di scatto la lancia, bloccandogli la strada.
«Togliti di mezzo!» gli ordinò Caramon, sbalordito.
«Mi spiace, signore,» disse Michael, con voce ferma, anche se le labbra gli tremavano, «ma Fistandantilus mi ha detto che nessuno doveva passare.»
«Hai visto?» esclamò Crysania, esasperata, mentre Caramon arretrava di un passo, fissando Michael, perplesso e incollerito. «Ho cercato di dirtelo, se soltanto tu avessi voluto ascoltarmi! È andata avanti così tutta la notte, e io so che là dentro sta accadendo qualcosa di orrendo! Ma Raistlin lo ha fatto giurare... sul Codice e le Regole o qualcosa del genere...»
«La Misura,» borbottò Caramon scuotendo la testa. «Il Codice e la Misura.» Corrugò la fronte, riandando col pensiero a Sturm. «Un codice che nessun cavaliere violerà, sotto pena di morte.»
«Ma questa è follia!» gridò Crysania, adesso con voce rotta. Si coprì il volto con una mano per un attimo. Esitando, temendo un rimbrotto, Caramon la cinse con un braccio, ma lei si appoggiò a lui con gratitudine.
«Oh, Caramon, avevo tanta paura!» mormorò. «Era orribile. Mi sono svegliata da un sonno profondo, sentendo Raistlin che urlava il mio nome. Sono corsa qui... Lampi di luce sprizzavano all’interno della tenda. Urlava parole incoerenti, poi l’ho udito invocare il tuo nome... e poi ha cominciato a gemere in preda alla disperazione. Ho cercato di entrare, ma...» indicò con un gesto stanco Michael, il quale se ne stava immobile, con lo sguardo fisso davanti a sé. «E poi la sua voce ha cominciato a... a dissolversi! Era orribile, come se in qualche modo venisse risucchiato via!»