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«Poi, cos’è successo?»

Crysania tacque per qualche istante, quindi, con voce esitante: «Ha... ha detto qualcos’altro. Sono riuscita a sentirlo a malapena. Le luci si sono spente. C’è stato un secco crepitio, e... ogni cosa era immobile, orribilmente immobile!» Chiuse gli occhi, rabbrividendo.

«Cos’ha detto? Sei riuscita a capire?»

«È questa la parte strana.» Crysania sollevò la testa, guardandolo confusa. «Pareva... Bupu.»

«Bupu!» ripetè Caramon con stupore. «Ne sei sicura?»

Crysania annuì.

«Perché avrebbe dovuto invocare una nana dei fossi?» volle sapere Caramon.

«Non ne ho la più pallida idea.» Crysania sospirò stancamente, scostandosi i capelli dagli occhi.

«Mi sono chiesta la stessa cosa. Soltanto che... non è quella nana dei fossi che ha detto a Par-sallian quanto era stato gentile Raistlin con lei?»

Caramon scosse la testa. Si sarebbe preoccupato più tardi dei nani dei fossi. Il suo problema immediato era Michael. Vividi ricordi di Sturm gli tornarono alla memoria. Quante volte aveva visto quell’espressione sul volto del cavaliere? Un giuramento sul Codice e sulla Misura...

Maledetto Raistlin!

Adesso Michael sarebbe rimasto al suo posto fino a quando non fosse stramazzato al suolo e poi, quando si fosse svegliato scoprendo di aver fallito, si sarebbe ucciso. Doveva esserci un modo per aggirare l’ostacolo, per aggirare Michael! Caramon lanciò un’occhiata a Crysania. Poteva usare i suoi poteri di chierico per ammaliare il giovane...

Caramon scosse la testa. Ciò avrebbe significato avere l’intero campo pronto a metterla al rogo, Dannato Raistlin! Dannati chierici! Dannati Cavalieri di Solamnia e dannati il loro Codice e la loro Misura!

Tirando un sospiro si avvicinò a Michael. Il giovane sollevò minacciosamente la lancia, ma Caramon si limitò a sollevare in alto le mani per mostrare che erano vuote. Si schiarì la gola, sapendo quello che voleva dire ma allo stesso tempo incerto su come cominciare. E poi, mentre pensava a Sturm, d’un tratto potè rivedere il volto del cavaliere... con tanta chiarezza da esserne stupefatto. Ma non era come l’aveva visto in vita: severo, nobile, gelido. E poi Caramon seppe: vedeva il volto di Sturm nella morte! I segni di una sofferenza e di un dolore terribili avevano spianato gli aspri lineamenti dell’orgoglio e dell’inflessibilità. C’erano pietà e comprensione in quegli occhi scuri e ossessionati, e a Caramon parve che il cavaliere gli sorridesse, triste.

Per un momento Caramon rimase talmente sorpreso da quella visione da non riuscire a dir nulla, soltanto a fissarla. Ma l’immagine scomparve lasciando al suo posto soltanto la faccia del giovane Cavaliere, cupa, spaventata, esausta... decisa.

«Michael,» cominciò Caramon, continuando a tenere sollevate le mani, «io avevo un amico una volta, un Cavaliere di Solamnia. Adesso... è morto. E morto in una guerra lontana da qui, quando... Ma questo non ha importanza. Stur... il mio amico era come te, credeva nel Codice e... e nella Misura. Era pronto a dare la sua vita per essi. Ma, alla fine, scoprì che c’era qualcosa di più importante del Codice e della Misura, qualcosa che il Codice e la Misura avevano dimenticato.»

Michael s’indurì in viso e strinse con forza ancora maggiore la lancia.

«La vita stessa,» disse Caramon con voce sommessa.

Vide un guizzo negli occhi cerchiati di rosso del Cavaliere, un guizzo affogato in un tremolare di lacrime. Rabbiosamente, Michael sbatté le palpebre per ricacciarle, l’espressione risoluta era riaffiorata anche se, così parve a Caramon, adesso vi si stava facendo strada la disperazione.

Caramon si aggrappò a quella disperazione, mettendo a segno le sue parole come se fossero la punta di una spada che cercava il cuore del suo nemico. «La vita, Michael. È tutto quello che c’è. E tutto quello che abbiamo. Non soltanto la nostra vita, ma la vita di chiunque altro a questo mondo. E ciò che il Codice e la Misura sono stati concepiti per proteggere, ma in qualche punto lungo il percorso tutto questo è stato contorto e il Codice e la Misura sono diventati più importanti della Vita.»

Mantenendo le mani alzate, fece lentamente un altro passo verso il giovane.

«Non ti chiedo di lasciare il tuo posto per qualche ragione traditrice. E tu ed io sappiamo che non lo lascerai per viltà.» Caramon scosse la testa. «Gli dei sanno quello che devi aver visto e udito questa notte. Ti chiedo di lasciare il tuo posto per pietà. Mio fratello è là dentro, forse sta morendo, forse è morto. Quando ti ha fatto pronunciare quel giuramento, non poteva aver previsto che sarebbe accaduto questo. Devo andare da lui. Fammi passare, Michael. Non c’è niente di disonorevole in questo.»

Michael rimase rigido, con lo sguardo fisso davanti a sé, e poi il suo volto parve raggrinzirsi. Le spalle gli si afflosciarono, e la lancia gli cadde dalle mani snervate. Tendendo le braccia, Caramon prese il giovane e lo tenne stretto a sé. Un singhiozzo squassante lacerò il corpo di Michael.

Caramon, impacciato, gli batté una mano sulla spalla.

«Ehi, uno di voi...» si guardò intorno. «Trovatemi Garic... Ah, eccoti qui,» disse, sollevato, quando il giovane cavaliere arrivò di corsa. «Riconduci tuo cugino accanto al fuoco. Mettigli in pancia del cibo caldo, poi assicurati che dorma. Tu, là...» indicò un’altra guardia, «prendi il suo posto.»

Mentre Garic conduceva via suo cugino, Crysania fece per entrare nella tenda, ma Caramon la fermò.

«Meglio che tu mi lasci entrare per primo, Dama,» le disse. Si era aspettato una discussione, e fu sorpreso quando vide che Crysania si faceva docilmente da parte. Caramon aveva già appoggiato la mano sulla falda della tenda, quando sentì la mano di lei sul suo braccio. Sorpreso, si girò.

«Sei saggio quanto Elistan, Caramon,» gli disse Crysania, fissandolo con intensità. «Avrei potuto dire io quelle parole al giovane. Perché non l’ho fatto?»

Caramon arrossì. «Io... io l’ho capito. E tutto,» borbottò.

«Io non volevo capirlo.» Crysania, pallida in volto, si morse il labbro. «Volevo soltanto che mi obbedisse.»

«Ascolta, Dama,» disse Caramon cupo, «potrai esaminare le profondità della tua anima più tardi. In questo momento ho bisogno del tuo aiuto!»

«Sì, naturalmente.» L’espressione ferma e fiduciosa ritornò sul volto di Crysania. Senza esitazione seguì Caramon nella tenda di Raistlin.

Ricordandosi della guardia all’esterno, e degli altri occhi curiosi, Caramon si affrettò a chiudere la falda della tenda. Dentro, regnavano immobilità e silenzio, e un’oscurità così profonda che a tutta prima nessuno dei due riuscì a distinguere niente. Immobile accanto all’ingresso, aspettando fino a quando i suoi occhi non si furono abituati al buio, d’un tratto Crysania si aggrappò a Caramon.

«Lo sento respirare!» disse sollevata.

Caramon annuì e lentamente si fece avanti. Il crescente chiarore del giorno all’esterno stava scacciando la notte dentro la tenda, e ad ogni nuovo passo, riuscì a vedere con sempre maggior chiarezza.

«Là,» disse. Scostò in fretta con un calcio uno sgabello da campo che gli bloccava la strada.

«Raist!» chiamò con voce sommessa, mentre s’inginocchiava.

L’arcimago era disteso sul pavimento. Il suo volto era cinereo, le sottili labbra azzurre. Il respiro era corto e irregolare, ma stava pur sempre respirando. Sollevato con cautela il proprio gemello, Caramon lo trasportò fino al suo letto. Alla debole luce potè vedere un sorriso appena accennato sulle labbra di Raistlin, come se il suo gemello fosse smarrito in un sogno piacevole.