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«Credo che adesso stia dormendo,» disse Caramon alquanto sconcertato a Crysania, intenta a distendere sul corpo di Raistlin una coperta.

«Ma è accaduto qualcosa, è ovvio.» Girò lo sguardo qua e là per la tenda, il cui interno si precisava sempre meglio al crescere della luce. «Mi chiedo... In nome degli dei!»

Crysania alzò lo sguardo di scatto. Si avvide allora che i pali della tenda erano bruciacchiati e anneriti, lo stesso materiale di cui la tenda era fatta era carbonizzato, e in alcuni punti sembrava essersi fuso. Pareva che il fuoco l’avesse investito, eppure, in maniera incongrua, la tenda era rimasta in piedi e non pareva, in realtà, aver subito seri danni. Tuttavia, fu l’oggetto sul tavolo a sbalordire ancora di più Caramon.

«Il Globo dei draghi!» bisbigliò, con reverenziale timore.

Creato dai maghi di tutte e tre le Vesti molto tempo prima, colmato dell’essenza dei draghi del bene, dei draghi del male e di quelli neutrali, tanto potente da abbracciare le sponde del tempo, il globo di cristallo si trovava ancora sul tavolo, appoggiato sul supporto d’argento che Raistlin aveva creato all’uopo.

Un tempo era stato un oggetto di luce magica, incantatrice. Adesso era una cosa d’oscurità, inanimata, una crepa l’attraversava al centro.

Adesso...

«È rotto,» disse Caramon sempre bisbigliando.

Capitolo quarto.

L’esercito di Fistandantilus salpò attraverso gli Stretti di Schallsea su una flotta improvvisata formata da molti pescherecci, barche a remi, zattere costruite alla meno peggio, e imbarcazioni da diporto sfarzosamente decorate. Malgrado la distanza da percorrere non fosse grande, ci volle più d’una settimana per trasportare tutta la gente, gli animali e i rifornimenti.

Quando Caramon fu pronto a compiere la traversata, l’esercito si era talmente accresciuto che non c’erano abbastanza imbarcazioni per traghettare tutti contemporaneamente. Molte imbarcazioni dovettero compiere parecchi viaggi avanti e indietro. I vascelli più grandi vennero usati per trasportare il bestiame. Convertiti in granai galleggianti, avevano stalle per i cavalli e le mandrie scheletrite, e porcili per i maiali.

Le cose andarono lisce nella maggior parte dei casi, anche se Caramon riuscì all’incirca a dormire solo tre ore ogni notte, talmente si trovò indaffarato con problemi che tutti erano sicuri che soltanto lui fosse capace di risolvere: dal bestiame che soffriva di mal di mare a una cassa di spade che accidentalmente era stata fatta cadere fuori bordo e aveva richiesto complicate manovre per venir recuperata. Poi, proprio quando la meta fu in vista e quasi tutti avevano compiuto la traversata, scoppiò una tempesta. Sferzando il mare e riempiendolo di cavalloni schiumeggianti affondò due barche strappandole agli ormeggi, e per due giorni impedì a chiunque di passare sull’altra sponda.

Ma alla fine tutti ce la fecero, cavandosela relativamente bene, con soltanto pochi casi di mal di mare, un bambino caduto fuori bordo (salvato) e un cavallo (ucciso e macellato) che, colto dal panico, si era rotto una zampa abbattendo a calci il suo box.

Quando l’esercito infine fu approdato alle spiagge di Abanasinia, il capo degli uomini delle pianure (le tribù di barbari che abitavano le pianure settentrionali di Abanasinia e che erano bramose d’impadronirsi del favoleggiato oro di Thorbardin), oltre ai rappresentanti dei nani delle colline, venne loro incontro. Quando si trovò davanti i nani delle colline, Caramon provò un trauma profondo che lo scosse per molti giorni.

«Reghar Fireforge e il suo seguito,» annunciò Garic dall’ingresso della tenda. Facendosi da parte il cavaliere permise a un gruppo di tre nani di entrare.

Con quel nome che gli echeggiava nelle orecchie, Caramon fissò incredulo il primo nano. Le dita sottili di Raistlin si strinsero dolorosamente sul suo braccio.

«Non una parola!» alitò l’arcimago.

«Ma... ma assomiglia... e il nome!» balbettò Caramon a bassa voce.

«Naturalmente,» disse Raistlin, come se fosse tutto ovvio. «Questo è il nonno di Flint.»

Il nonno di Flint! Flint Fireforge, il suo vecchio amico. Il vecchio nano che era morto fra le braccia di Tanis a Godshome, il vecchio nano così burbero e irascibile, eppure così tenero di cuore... il nano che era parso antico a Caramon. E qui, non era ancora nato! Quello era suo nonno.

D’un tratto, la pienezza dello scopo di ciò che stava facendo e di dove si trovava investì Caramon come un colpo fisico. Prima di quel momento, avrebbe potuto benissimo trovarsi coinvolto in un’avventura nel proprio tempo. In quell’istante seppe che, in verità, non aveva preso seriamente niente di tutto questo. Perfino Raistlin che lo «mandava a casa» gli era parsa una cosa semplice come se l’arcimago non avesse dovuto fare altro che metterlo su una barca e salutarlo. Aveva escluso dalla sua mente il discorso di «alterare» il tempo. La cosa lo confondeva, gli sembrava che girasse intorno in un cerchio chiuso e interminabile.

Caramon avvertì una sensazione di caldo, poi di freddo. Flint non era ancora nato. Tanis non esisteva, Tika non esisteva. Lui stesso, non esisteva! No! Non era affatto plausibile! Non poteva essere!

La tenda s’inclinò davanti agli occhi di Caramon. Ebbe più d’una mezza paura di sentirsi male. Per fortuna, Raistlin vide il pallore sul volto di suo fratello. Intuendo quello che il cervello di suo fratello gemello stava cercando di assimilare, il mago si alzò in piedi e, muovendosi affabile al posto di suo fratello momentaneamente confuso, pronunciò adeguate parole di benvenuto ai nani.

Ma, mentre faceva questo, lanciò un’occhiata cupa e penetrante a Caramon, ricordandogli severamente il suo dovere.

Recuperando il controllo di sé, Caramon riuscì a scacciare dalla sua mente quegli inquietanti e sconcertanti pensieri, dicendosi che li avrebbe affrontati più tardi in pace e in lucidità.

Sfortunatamente, la pace e la lucidità parevano non doversi concretizzare mai...

Alzandosi in piedi, Caramon riuscì perfino a stringere, con calma, la mano al robusto nano dalla barba grigia.

«Mai avrei creduto,» dichiarò Reghar con franchezza, prendendo posto sulla sedia che gli veniva offerta, «che avrei trattato con umani e stregoni, specialmente contro quelli della mia stessa carne e del mio stesso sangue.» Fissò accigliato il boccale vuoto. Con un gesto Caramon indicò al ragazzo che serviva di riempirlo. Reghar, sempre con lo stesso sguardo aggrottato, aspettò che la schiuma di depositasse. Poi, sospirando, sollevò il boccale verso Caramon, che era tornato al suo scranno.

«Durth Zamish och Durth Tabor. Strani tempi fanno strani fratelli.»

«Puoi ben dirlo,» borbottò Caramon, lanciando un’occhiata a Raistlin. Il generale sollevò il suo bicchier d’acqua e bevve. Raistlin, per cortesia, s’inumidì le labbra con un bicchiere di vino, che subito mise giù.

«Ci riuniremo domattina per discutere i nostri piani,» disse Caramon. «Allora sarà qui anche il capo degli uomini delle pianure.» Reghar si accigliò ancora di più, e Caramon sospirò dentro di sé, prevedendo guai. Ma continuò con voce cordiale e allegra: «Ceniamo insieme stasera, per suggellare la nostra alleanza.»

A queste parole, Reghar si alzò in piedi. «Forse dovrò combattere insieme ai barbari,» ringhiò. «Ma per la barba di Reorx, non devo mangiare con loro... o con te!»

Caramon si alzò di nuovo in piedi. Vestito con la sua migliore armatura da cerimonia (altro regalo dei Cavalieri) costituiva uno spettacolo imponente. Il nano lanciò un’occhiata obliqua al guerriero.

«Sei grosso, non è vero?» disse. Sbuffando, scosse la testa, dubbioso. «Sospetto che ci siano più muscoli che cervello nel tuo cranio.»

Caramon non potè fare a meno di sorridere, anche se il cuore gli fece male. Assomigliava talmente al modo di parlare di Flint!

Ma Raistlin non sorrise.

«Mio fratello ha una mente eccellente per le questioni militari,» dichiarò il mago con un inatteso tono gelido. «Quando abbiamo lasciato Palanthas eravamo soltanto in tre. È grazie all’abilità e alla rapidità di pensiero del generale Caramon che siamo stati in grado di condurre questo poderoso esercito fino alle vostre sponde. Credo che faresti bene ad accettare la sua guida.»