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Reghar sbuffò di nuovo, scrutando Raistlin con occhio penetrante da sotto le sporgenti sopracciglia grigie e cespugliose. Con la pesante armatura che gli tintinnava e gli sferragliava intorno, il nano si voltò e fece per uscire dalla tenda, pestando i piedi, quando si fermò.

«Tre di voi da Palanthas? E adesso... questo?»

I suoi occhi scuri e penetranti si appuntarono su Caramon, la sua mano fece un ampio gesto, inglobandovi la tenda, i cavalieri dalla risplendente armatura che facevano la guardia fuori della porta, le centinaia di uomini che aveva visto lavorare insieme a scaricare i rifornimenti dalle navi, gli altri uomini che si esercitavano nelle tecniche di combattimento, le file e file di fuochi dei bivacchi...

Sopraffatto e sbalordito dalle insolite lodi di suo fratello, Caramon non riuscì a rispondere. Ma riuscì ad annuire.

Il nano sbuffò di nuovo, ma c’era una punta di forzata ammirazione nei suoi occhi, mentre usciva tintinnando e sferragliando dalla tenda.

D’un tratto Reghar rifece capolino nella tenda. «Sarò presente alla tua cena,» concesse di malagrazia, poi si allontanò definitivamente sbattendo i piedi.

«Anch’io devo andarmene, fratello mio,» annunciò Raistlin con fare assente, alzandosi in piedi e avviandosi verso l’ingresso della tenda. Con le mani ripiegate nelle vesti nere, era smarrito nei suoi pensieri, quando sentì un tocco sul braccio. Irritato da quell’interferenza, lanciò un’occhiata a suo fratello. «Cosa c’è?»

«Volevo... volevo soltanto dirti grazie.» Caramon deglutì, poi continuò con voce rauca: «Per quello che hai detto. Non hai... non avevi mai detto niente di simile su di me... prima d’oggi.»

Raistlin sorrise. Non c’era luce nei suoi occhi, in quel suo sorriso impercettibile, ma Caramon era troppo infervorato e contento per accorgersene.

«È soltanto la semplice verità, fratello mio,» rispose Raistlin, scrollando le spalle. «E ha contribuito a concretizzare il nostro obbiettivo, dal momento che abbiamo bisogno di questi nani come nostri alleati. Ti ho detto spesso che hai delle risorse nascoste... se soltanto ti prendessi il tempo e il fastidio di svilupparle; siamo gemelli, dopotutto,» aggiunse il mago, sardonico. «Non ho mai pensato che fossimo talmente dissimili, come tu hai finito per convincerti.»

Il mago fece di nuovo per andarsene, ma ancora una volta sentì la mano di suo fratello sul braccio.

Frenando un sospiro d’impazienza, Raistlin si girò.

«Laggiù a Istar volevo ucciderti, Raistlin...» Caramon fece una pausa, leccandosi le labbra, «... e credo di averne avuto motivo. Per lo meno, da quello che sapevo allora. Adesso, non ne sono così sicuro.»

Sospirò, abbassando lo sguardo sui piedi, poi sollevando il volto infervorato. «Mi... mi piace pensare che hai fatto questo... che hai posto i maghi in una posizione tale da costringerli a spedirmi indietro nel tempo... per aiutarmi a imparare questa lezione. Potrebbe non essere questa la ragione,» si affrettò ad aggiungere Caramon, vedendo le labbra di suo fratello restringersi e gli occhi gelidi diventare ancora più gelidi, «e sono sicuro che non lo è, per lo meno non tutta. Lo fai per te stesso, lo so. Ma credo che, quale sia non so, a una parte di te importi, sia pure un briciolo. Qualche parte di te ha visto che ero nei guai, e ha voluto aiutarmi.»

Raistlin guardò suo fratello con espressione divertita. Poi tornò a scrollare le spalle. «Molto bene, Caramon. Se questo tuo romantico concetto ti aiuterà a combattere meglio, se ti aiuterà a pianificare meglio le tue strategie, se faciliterà i tuoi pensieri e, soprattutto, se mi permetterà di uscire da questa tenda e di tornare al mio lavoro, allora, stringitelo pure al petto! A me importa assai poco.»

Ritirato il braccio dalla morsa di suo fratello, il mago raggiunse a grandi passi l’ingresso della tenda. Qui, esitò. Girando a metà la testa incappucciata, parlò a bassa voce, le sue parole erano esasperate, eppure velate d’una certa tristezza:

«Tu non mi hai mai capito, Caramon.»

Poi se ne andò, con le vesti nere che gli frusciavano intorno alle caviglie mentre camminava.

Quella sera il banchetto fu tenuto all’aperto. I suoi inizi furono meno che propizi.

Il cibo era disposto su lunghi tavoli di legno, messi insieme in fretta e furia con le assi delle zattere che erano state impiegate per attraversare gli stretti. Reghar arrivò con una cospicua scorta di circa una quarantina di nani. Darknight, capo degli uomini delle pianure, che, con il suo volto cupo, l’alta statura e il portamento orgoglioso costrinse Caramon a ricordare Riverwind, portò con sé quaranta guerrieri. A sua volta Caramon scelse quaranta dei suoi uomini, dei quali sapeva (o quanto meno sperava) di potersi fidare, e che (anche questo lo sperava) non si sarebbero ubriacati.

Caramon aveva calcolato che quando i gruppi fossero arrivati, i nani si sarebbero seduti formando un gruppo a sé, e lo stesso avrebbero fatto gli uomini delle pianure... Nessun discorso, nessuna blandizie, li avrebbe convinti a mescolarsi tra di loro. E infatti, dopo che ciascun gruppo fu arrivato, tutti rimasero a fissarsi, in tetro silenzio, i nani raccolti intorno al proprio capo, gli uomini delle pianure intorno al loro, mentre gli uomini di Caramon fissavano la scena, incerti.

Caramon arrivò e si fermò davanti a loro. Si era abbigliato con cura, rivestendosi dell’armatura e dell’elmo dei giochi gladiatori, più altri accessori che si accompagnavano a questi, fatti per lui su misura. Con la sua pelle bronzea, il suo fisico incomparabile, il suo volto forte e deciso, era una presenza dominante, e perfino i nani imbronciati non poterono fare a meno di scambiarsi occhiate di riluttante approvazione.

Caramon sollevò le mani.

«Saluti, miei ospiti!» intonò con la sua voce baritonale. «Benvenuti. Questa è una cena fra camerati, per segnare l’alleanza e la ritrovata amicizia fra le nostre razze...»

Queste parole furono accolte da borbottii, espressioni sprezzanti e sbuffi di derisione. Uno dei nani giunse a sputare per terra, inducendo parecchi uomini delle pianure ad afferrare le loro archi ed a fare un passo avanti, poiché questo era considerato un terribile insulto fra le genti delle pianure. Il loro capo li fermò e, ignorando impassibile l’interruzione, Caramon proseguì:

«Combatteremo insieme, forse moriremo insieme. Perciò cominciamo il nostro incontro, questa prima notte, sedendo insieme e dividendo il pane e le bevande come fratelli. So che siete riluttanti a separarvi dai vostri parenti e dai vostri amici, ma voglio che vi facciate dei nuovi amici. E così, per aiutarci a conoscerci, ho deciso che dovremo fare un nuovo gioco.»

A queste parole, gli occhi dei nani si spalancarono, le barbe ondeggiarono, e borbottii si levarono nell’aria come tuoni. Nessun nano adulto partecipava mai a dei giochi! (Certe attività ricreative come «Colpisci la Pietra» e il «Lancio del Martello» venivano considerate competizioni, non giochi.) Al contrario, Darknight ed i suoi uomini s’illuminarono: gli uomini delle pianure vivevano per i giochi e le contese, poiché erano giudicati divertenti come guerreggiare contro le tribù vicine.

Agitando un braccio, Caramon indicò la nuova, grande tenda conica che si trovava dietro alle tavole e che era stata oggetto di molte occhiate curiose e sospettose sia da parte dei nani sia degli uomini delle pianure. Alta più di venti piedi, era sormontata dallo stendardo di Caramon. La bandiera di seta con la stella a nove punte sbatteva al vento della sera, illuminata dal grande falò che ardeva lì vicino.

Mentre tutti fissavano la tenda, Caramon allungò un braccio e, con uno strattone della sua mano robusta, tirò una corda. All’istante, i teli che formavano i lati della tenda caddero al suolo e, a un segnale di Caramon, vennero trascinati via da parecchi giovanetti sogghignanti.