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Tutti i nani sono per natura sospettosi e diffidenti nei confronti della magia. Privi di cultura, soggiacenti alla superstizione, i Dewar ne avevano terrore e così perfino quel semplice trucco in cui quasi ogni illusionista da strada era in grado di esibirsi indusse il nano a risucchiare il proprio respiro in preda alla paura.

«Io guardo quelli con cui tratto,» disse Raistlin, sussurrando in tono rassicurante. «Non temere, questa luce non verrà individuata dall’esterno o, se lo sarà, chiunque passerà di qui penserà che io stia studiando.»

Il Dewar abbassò lentamente il braccio, sbattendo le palpebre per il dolore causatogli dall’accecante intensità di quella luce. I due suoi compagni tornarono a sedersi, questa volta ancora più vicino all’ingresso. Quel capo Dewar era lo stesso che aveva partecipato alla riunione del consiglio di Duncan. Malgrado sul suo volto fosse impressa la tipica crudeltà quasi folle e calcolatrice che contrassegnava la maggior parte della sua razza, c’era un luccichio d’intelligenza ragionatrice nei suoi occhi scuri, che lo rendeva particolarmente pericoloso.

Adesso quegli occhi stavano valutando il mago, lì davanti a lui. Il dewar rimase colpito. Come la maggior parte dei nani, non aveva nessuna considerazione per gli umani. E un fruitore umano di magia era doppiamente sospetto. Ma il Dewar era un giudice acuto della personalità, e vide nelle labbra sottili del mago, nel suo volto smunto e nei suoi occhi gelidi uno spietato desiderio di potere, che poteva capire e del quale era in grado di fidarsi.

«Tu... Fistandantilus?» ringhiò sordamente il Dewar.

«Lo sono.» Il mago chiuse la mano e la fiamma scomparve, lasciandoli un’altra volta nel buio, fatto per il quale almeno il nano provò sollievo. «E parlo nanesco, perciò possiamo conversare nella tua lingua. Lo preferirei, appunto, in modo che non ci siano possibilità di equivoci.»

«Molto bene.» Il Dewar si sporse in avanti. «Sono Argat, thane del mio clan. Ho ricevuto il tuo messaggio. Siamo interessati, ma dobbiamo saperne di più.»

«Intendendo, “Cosa ci guadagniamo?”,» disse Raistlin in tono beffardo. Tese una mano sottile, indicando un angolo della tenda.

Guardando in quella direzione, Argat non vide niente. Poi, nell’angolo della tenda, un oggetto cominciò ad ardere, dapprima un tenue bagliore, poi con fulgore crescente, e Argat risucchiò ancora una volta il proprio respiro, ma questa volta per stupore e incredulità più che per paura.

D’un tratto lanciò a Raistlin un’occhiata tagliente e sospettosa.

«Ma certo, vai pure ad esaminarlo,» annuì Raistlin, con una scrollata di spalle. «Potrai anche portarlo via con te stanotte stessa... se ci metteremo d’accordo.»

Ma Argat aveva già lasciato con uno scatto la sedia, precipitandosi, incespicando, verso l’angolo della tenda. Cadde in ginocchio e affondò le mani dentro il cofano pieno di monete d’acciaio che scintillavano d’un bagliore vivo e magico. Per lunghi momenti non potè fare altro che fissare quella ricchezza con occhi sfavillanti, lasciando che le monete gli scorressero tra le dita. Poi, con un tremulo sospiro, si risollevò e tornò alla sua sedia.

«Hai un piano?»

Raistlin annuì. Il magico bagliore delle monete sbiadì, ma rimase ancora un fievole luccichio che continuò ad attirare lo sguardo del nano.

«Le spie ci dicono,» riprese Raistlin, «che Duncan ha in mente di affrontare il nostro esercito sulle pianure davanti a Pax Tharkas, con l’intenzione di sconfìggerci colà o, nel caso in cui non riescano nel loro intento, di infliggerci pesanti perdite. Se dovessimo vincere noi, si ritirerà con le sue forze all’interno della fortezza, vicino alle porte, attivando il congegno che farà precipitare migliaia di tonnellate di roccia per bloccare il passaggio.

«Con le riserve di cibo e di armi che ha immagazzinato là dentro, potrà aspettare fino a quando noi rinunceremo e ci ritireremo, oppure fino a quando non arriveranno i suoi rinforzi da Thorbardin, per intrappolarci dentro la valle. Ho ragione?»

Argat si passò le dita attraverso la barba nera. Sfoderò il coltello e cominciò a lanciarlo in aria e a riafferrarlo con destrezza. Lanciò un’occhiata al mago e smise d’un tratto, allargando le mani.

«Mi spiace, un tic nervoso,» disse sogghignando maligno. «Spero di non averti allarmato. Se ti fa sentire inquieto, posso...»

«Se dovesse rendermi inquieto, posso risolvere il problema,» osservò Raistlin in tono pacato.

«Continua pure.» Fece un gesto. «Provaci.»

Scrollando le spalle, ma sentendosi a disagio sotto lo sguardo di quegli strani occhi che poteva percepire ma non vedere in mezzo alle ombre del cappuccio nero, Argat lanciò il coltello in aria...

Una mano bianca e sottile guizzò fuori dal buio con un movimento serpentino, agguantò il coltello per l’impugnatura, e lo conficcò dentro il tavolo che si trovava fra loro.

Gli occhi di Argat scintillarono. «Magia!» esclamò aspramente.

«Destrezza,» lo contraddisse Raistlin, gelido.

«E adesso,» aggiunse, «vogliamo continuare questa discussione oppure fare questi giochetti nei quali eccellevo nella mia infanzia?»

«Le tue informazioni sono precise,» mormorò Argat, rinfoderando il coltello. «Questo è il piano di Duncan.»

«Bene. Il mio piano è molto semplice. Duncan sarà all’interno della fortezza stessa. Non uscirà sul campo. Darà l’ordine di sbarrare le porte.»

Raistlin riaffondò sulla sua sedia, e congiunse le punte delle dita. «Quando quell’ordine verrà dato, le porte non si chiuderanno.»

«Così facile?» esclamò Argat, beffardo.

«Così facile,» annuì Raistlin. Allargò le mani. «Coloro che dovrebbero chiuderle, moriranno. Tutto quello che dovrete fare sarà tenere aperte le porte soltanto per pochi minuti, per consentirci di assaltarle. Pax Tharkas cadrà. La tua gente deporrà le armi e si offrirà di unirsi a noi.»

«Facile, salvo per un piccolo particolare,» replicò Argat, fissando Raistlin, sarcastico. «Le nostre famiglie a Thorbardin. Che ne sarà di esse, se diventeremo traditori?»

«Niente,» rispose Raistlin. Affondò una mano in una tasca sul fianco e ne tirò fuori una pergamena arrotolata, legata con un nastro nero. «Manderai questa a Duncan.» La porse ad Argat, facendogli un cenno. «Leggila.»

Corrugando la fronte, sempre guardando Raistlin con sospetto, il nano prese il rotolo, lo slegò, e portandolo vicino al cofano pieno di monete, lesse, al fioco, magico bagliore.

Sollevò lo sguardo su Raistlin, stupito. «Questo... questo è nella lingua del mio popolo!»

Raistlin annuì, con una certa impazienza. «Certo, cosa ti aspettavi? Altrimenti Duncan non ci crederebbe.»

«Ma...» disse Argat ad alta voce, «... è una lingua segreta, conosciuta soltanto ai Dewar e a pochi altri, come Duncan, re...»

«Vuoi leggere?» Raistlin fece un gesto d’irritazione. «Non posso aspettare tutta la notte.»

Maledicendo Reorx fra i denti, il nano lesse la pergamena. Gli ci volle parecchio, anche se le parole erano poche. Accarezzandosi la folta barba aggrovigliata, rifletté. Poi, alzandosi, tornò ad arrotolare la pergamena e la tenne nella mano, battendola lentamente sul palmo.

«Hai ragione. Questo risolve tutto.» Tornò a sedersi, i suoi occhi scuri si fissarono sul mago, stringendosi. «Ma voglio che a Duncan venga dato qualcos’altro. Non soltanto una pergamena. Qualcosa... che lo colpisca.»

«Cos’è che colpisce, per la tua razza?» chiese Raistlin, torcendo le labbra. «Qualche dozzina di cadaveri tagliati a pezzi...»

Argat sogghignò. «La testa del vostro generale.»

Vi fu un lungo silenzio. Non un fruscio, o il più piccolo sussurro di tessuto, tradì i pensieri di Raistlin. Parve perfino che avesse smesso di respirare. Il silenzio durò fino a dar l’impressione ad Argat di essere diventato anch’esso un vegetale, tant’era intenso e potente.