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Il nano rabbrividì, poi corrugò la fronte. No, si sarebbe attenuto alla sua richiesta. Duncan sarebbe stato costretto a proclamarlo un eroe, come quel bastardo di Kharas.

«D’accordo.» La voce di Raistlin era piatta, priva d’inflessioni e di emozioni. Ma mentre parlava, si sporse sopra il tavolo. Sentendo l’arcimago che si faceva più vicino, Argat si tirò indietro. Adesso poteva vedere quegli occhi luccicanti e le loro gelide profondità, nere e abissali, lo trafissero fin nel cuore stesso del suo essere.

«D’accordo,» ripetè il mago. «Assicurati di mantenere la tua parte del patto.»

Deglutendo, Argat esibì un agro sorriso. «Non sei chiamato l’Oscuro senza motivo, non è vero, amico mio?» disse sforzandosi di continuare a sorridere mentre si alzava dalla sedia, infilandosi la pergamena nella cintura.

Raistlin non rispose, ma un fruscio del cappuccio indicò che aveva udito. Scrollando le spalle, Argat si girò e fece un cenno ai suoi compagni, mostrando con un gesto imperioso il forziere nell’angolo.

Precipitandosi verso di esso, i due nani abbassarono il coperchio e lo chiusero con una chiave che Raistlin aveva tirato fuori dalle pieghe delle sue vesti e aveva loro porto in silenzio.

Malgrado i nani fossero abituati a trasportare senza difficoltà pesanti fardelli, i due nani cacciarono un lieve grugnito quando sollevarono il forziere. Gli occhi di Argat sfavillarono per il piacere.

I due nani precedettero il loro capo fuori della tenda. Tenendo in mezzo il fardello fra loro, si affrettarono verso la sicurezza delle ombre della foresta. Argat li seguì con lo sguardo, poi si voltò verso il mago che era tornato ad essere una pozza di tenebra nella tenebra.

«Non preoccuparti, amico, non verremo meno alla parola data.»

«No, amico,» disse Raistlin. «Non lo farete.»

Argat trasalì. Non gli era piaciuto il tono del mago.

«Vedi, Argat, quel denaro è stato maledetto. Se farete il doppio gioco, tu e chiunque altro toccherà quelle monete vedrà la pelle delle sue mani diventare nera, e subito cominciare a marcire. E una volta che le vostre mani saranno ridotte a una massa di carne fetida, si annerirà la pelle delle vostre braccia e delle vostre gambe. E, lentamente, mentre osserverete impotenti, la maledizione si diffonderà in tutto il vostro corpo. Quando non ce la farete più a reggervi sui vostri piedi putrescenti, allora crollerete al suolo morti.»

Argat produsse un suono strozzato, inarticolato. «Stai... stai mentendo!» riuscì a ringhiare.

Raistlin non disse niente. Per quello che Argat ne sapeva, poteva benissimo essere scomparso dalla tenda. Il nano non riuscì a vedere il mago o anche soltanto a percepire la sua presenza. Quello che invece udì furono le grida e le risate dall’alloggiamento principale, quando la porta si spalancò di colpo. Sgorgò un fiotto di luce, nani e uomini uscirono barcollando all’aria della notte.

Imprecando fra i denti, Argat si affrettò ad allontanarsi.

Ma mentre correva, si asciugò freneticamente le mani sui calzoni.

Capitolo sesto.

L’alba. Il sole di Krynn strisciò fuori lentamente dalle montagne, quasi sapesse su quale orrendo spettacolo avrebbe proiettato la sua luce, oggi. Ma non era possibile fermare il tempo. Comparendo finalmente al di sopra delle vette delle montagne, il sole venne accolto da uno scrosciare di applausi e dal cozzare delle spade contro gli scudi da parte di coloro che, forse, contemplavano l’alba per l’ultima volta nella loro vita.

Fra quelli che applaudivano c’era Duncan, Re dei Nani della Montagna, in piedi in cima agli spalti della grande fortezza di Pax Tharkas, circondato dai suoi generali. Duncan sentì la voce profonda e rauca dei suoi uomini levarsi intorno a lui come un’onda di marea e sorrise soddisfatto. Quella sarebbe stata una giornata gloriosa.

Soltanto un nano non applaudiva. Duncan non dovette neppure guardare, per essere consapevole del silenzio che tuonava nel suo cuore con lo stesso fragore con cui gli applausi rimbombavano nelle sue orecchie.

Discosto dagli altri c’era Kharas, eroe dei nani. Alto, splendido nella sua sfolgorante armatura, con il grande martello stretto nelle ampie mani, fissava il sole, e se qualcuno l’avesse guardato, avrebbero visto lacrime colare lungo il suo volto.

Ma nessuno lo guardava. Tutti evitavano con cura di farlo. Non perché piangeva, malgrado le lacrime fossero considerate dai nani una debolezza infantile. No, non era perché Kharas piangeva che tutti distoglievano gli occhi da lui. Era perché, quando le lacrime cadevano, colavano senza ostacoli lungo un volto spoglio.

Kharas si era tagliato la barba.

Proprio mentre Duncan percorreva con lo sguardo le pianure davanti a Pax Tharkas, proprio mentre la sua mente assimilava lo spiegamento e la collocazione delle forze nemiche che si allargavano sui pianori spogli, con le punte delle lance che scintillavano alla luce del sole, il thane poteva ancora sentire gli effetti del trauma sconfinato che quella mattina aveva sopraffatto la sua anima quando aveva visto Kharas prendere posto sugli spalti, il volto nudo. Il nano reggeva fra le mani le lunghe trecce ricciolute della sua magnifica barba e, mentre guardavano inorriditi, Kharas le aveva scagliate fuori dagli spalti.

Una barba è il diritto di nascita di un nano, il suo orgoglio, l’orgoglio della sua famiglia. Un nano, in preda a un profondo dolore, passerà il periodo di lutto senza pettinarsi la barba, ma c’è soltanto una cosa che può indurre un nano a raderla. La vergogna. È il segno del disonore, la punizione inflitta a un assassino, a un codardo, a un disertore.

«Perché?» fu tutto ciò che lo sbalordito Duncan era riuscito a chiedere.

Fissando le montagne, Kharas aveva risposto con una voce che si era rotta, crepandosi come una roccia: «Combatto questa battaglia perché mi hai ordinato di combattere, thane. Ti ho giurato fedeltà e l’onore m’impone di rispettare quell’impegno. Ma, mentre combatto, voglio che tutti sappiano che non trovo nulla di onorevole nell’uccidere i miei consanguinei, e neppure gli umani che, più di una volta, hanno combattuto al mio fianco. Che tutti sappiano che oggi Kharas si batte nella vergogna.»

«Bella considerazione che avranno di te quelli che condurrai in battaglia!» aveva risposto Duncan con amarezza.

Ma Kharas aveva chiuso la bocca, e non aveva voluto aggiungere altro.

«Thane!» gridarono allo stesso tempo parecchi uomini, riportando l’attenzione di Duncan sui pianori. Ma anche lui aveva visto le quattro figure, minuscole come giocattoli a quella distanza, staccarsi dall’esercito e cavalcare verso Pax Tharkas. Tre delle figure impugnavano bandiere svolazzanti. La quarta impugnava soltanto un’asta dalla quale s’irradiava una luce vivida e limpida che poteva esser vista perfino da quella distanza, nella luminosità crescente del giorno.

Naturalmente Duncan riconobbe subito due degli stendardi. Il vessillo dei nani delle colline, con il suo simbolo fin troppo familiare della falce e del martello, che era ripetuto in colori diversi sul suo stesso stendardo. Invece non aveva mai visto prima di allora il vessillo degli uomini delle pianure, ma seppe subito che poteva essere soltanto quello. Era adatto a loro: il simbolo del vento che spazzava la prateria. Suppose che il terzo vessillo appartenesse a quel generale venuto dalla gavetta che era sbucato dal nulla.

«Umpf!» sbuffò Duncan, fissando con disprezzo il vessillo con il suo simbolo della stella a nove punte. «Da tutto quello che abbiamo sentito dire, dovrebbe avere invece uno stendardo con sopra l’insegna della Gilda dei Ladri appaiata con una mucca muggente!»

I generali risero.

«Oppure, rose morte,» suggerì uno di loro. «Ho sentito dire che molti cavalieri rinnegati di Solamnia cavalcano insieme ai ladri e ai contadini.

Le quattro figure galoppavano attraverso la pianura, con gli stendardi che svolazzavano alle loro spalle, gli zoccoli dei loro cavalli sollevavano piccole nuvole di polvere.