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«Il quarto, vestito di nero, dovrebbe essere lo stregone, Fistandantilus?» chiese Duncan, burbero, con le folte sopracciglia che si aggrovigliavano al punto da nascondergli quasi del tutto gli occhi. I nani, non avendo nessun talento per la magia, la di sprezzavano, diffidandone più di ogni altra cosa.

«Sì, thane,» rispose un generale.

«Di tutti loro, è quello che temo maggiormente,» borbottò Duncan, cupo.

«Bah!» Un vecchio generale si accarezzò compiaciuto la lunga barba. «Non devi temere lo stregone. Le nostre spie ci dicono che la sua salute è scarsa. Usa di rado la sua magia, sempre che la usi, e passa la maggior parte del tempo a rimuginare nella sua tenda. Inoltre, ci vorrebbe un esercito di stregoni potenti quanto lui per conquistare questa fortezza con la magia.»

«Suppongo che tu abbia ragione,» disse Duncan, sollevando la mano per accarezzarsi la barba.

Intravedendo Kharas con la coda dell’occhio, arrestò la propria mano sentendosi d’un tratto a disagio, e all’improvviso strinse le mani dietro la schiena. «Comunque, continuate a tenerlo d’occhio.» Alzò la voce. «Voi, tiratori scelti: una borsa d’oro a colui la cui freccia alloggerà tra le costole dello stregone!»

Si levò un sonoro evviva che subito si spense quando i quattro si arrestarono davanti alla fortezza.

Il capo, il generale, sollevò la mano con il palmo verso l’esterno nell’antico gesto che indicava la volontà di parlamentare. Percorrendo gli spalti a grandi passi e arrampicandosi su un blocco di pietra che era stato messo lì proprio con quello scopo, Duncan si piantò le mani ai fianchi, allargò le gambe e guardò sotto di sé con occhio torvo.

«Vorremmo parlare!» gridò da sotto il generale Caramon. La sua voce tuonò e rimbalzò tra le mura delle ripide montagne che fiancheggiavano la fortezza.

«Tutto è stato detto!» replicò Duncan. La voce del nano suonò altrettanto poderosa, anche se le sue dimensioni erano all’incirca un quarto di quelle del grosso generale.

«Vi diamo un’ultima possibilità! Restituite ai vostri consanguinei ciò che, come ben sapete, appartiene loro di diritto! Restituite a questi umani ciò che avete loro sottratto. Dividete la vostra immensa ricchezza. Dopotutto, i morti non possono spenderla!»

«No, ma voi vivi trovereste un modo, non è vero?» ribatté Duncan con voce rimbombante, scoppiando in una risata beffarda. «Quello che noi abbiamo, ce lo siamo guadagnato sgobbando onestamente, lavorando nelle nostre case sotto le montagne, non vagando per il paese in compagnia di barbari selvaggi. Ecco la nostra risposta!»

Duncan alzò la mano. I tiratori scelti, pronti e in attesa di quel segnale, tesero le corde dei loro archi. Duncan abbassò di scatto la mano, e un centinaio di frecce sibilarono attraverso l’aria. I nani sugli spalti cominciarono a ridere, sperando di vedere i quattro che giravano i cavalli e fuggivano impazziti per mettersi in salvo.

Ma la risata morì loro sulle labbra. Le quattro figure non si mossero, mentre le frecce descrivevano la parabola verso di loro. Lo stregone dalle Vesti Nere sollevò la mano. Nel medesimo istante la punta di ciascuna freccia esplose in fiamme, le asticelle divennero fumo e, nel giro di pochi istanti, tutte rimpicciolirono fino a scomparire nella vivida luce del mattino.

«E questa è la nostra risposta! » la voce fredda e severa del generale aleggiò verso l’alto, fino a loro. Facendo girare il proprio cavallo, il generale partì al galoppo in direzione delle sue armate, affiancato dallo stregone dalle Vesti Nere, dal nano delle colline e dall’uomo delle pianure.

Poiché udì i suoi uomini borbottare fra loro, e vedendo che si scambiavano occhiate cupe e dubbiose, Duncan soffocò con decisione le proprie momentanee perplessità e si voltò a fronteggiarli, con la barba che gli fremeva per la rabbia.

«Cos’è questa storia?» volle sapere, irato. «Vi siete fatti spaventare dai trucchi di un illusionista da strada? Che cosa guido, un esercito di maschi adulti o di bambini?»

Quando li vide abbassare la testa e arrossire per l’imbarazzo, Duncan scese dal suo podio.

Raggiunto a grandi passi il lato opposto degli spalti, guardò giù nel vasto cortile della poderosa fortezza che era formata non da mura costruite da mano umana ma dalle pareti naturali delle stesse montagne. I fianchi delle montagne erano costellati di caverne. Di solito il fumo e il fragore dei minerali che venivano estratti e trasformati in acciaio sarebbero sgorgati dalle loro imboccature spalancate. Ma oggi le miniere erano chiuse, così come le forge.

Quella mattina il cortile brulicava di nani. Vestiti con le loro pesanti armature, impugnavano scudi, asce e martelli, le armi preferite dalla fanteria. Tutte le teste si levarono alla comparsa di Duncan e gli evviva, che si erano momentaneamente spenti, ricominciarono.

«È la guerra!» urlò Duncan al di sopra del frastuono, alzando le mani.

Gli evviva crebbero, poi cessarono. Dopo un attimo di silenzio, le profonde voci dei nani si levarono in un canto.

Sotto le colline il cuore dell’ascia si leva dalle ceneri, il nucleo immobile del fuoco, riscaldato e martellato l’impugnatura un ripensamento, poiché le colline forgiano il primo alito di guerra. Il cuore del soldato si apparenta e si affratella col campo di battaglia. Torna nella gloria o sul tuo scudo.
Fuori dalle montagne nel mezzo dell’aria, le asce sognano... sognano la roccia, il metallo vivo attraverso le ere del metallo grezzo. Pietra sul metallo, metallo sulla pietra. Il cuore del soldato contiene, e sogna il campo di battaglia. Torna nella gloria o sul tuo scudo.
Il rosso del ferro immaginato dalla vena, il giallo dell’ottone, il verde del rame, sfavilla nel fuoco la forgia del mondo, consumandosi nel suo sogno mentre si tuffa nella pietra, e nel cuore del soldato, e così completa il campo di battaglia. Torna nella gloria o sul tuo scudo.

Con quella canzone che gli elettrizzava il sangue, Duncan sentì svanire i propri dubbi, così come le frecce erano svanite nell’aria immobile. I suoi generali stavano già scendendo dagli spalti affrettandosi ad assumere le loro posizioni. Uno soltanto di loro era rimasto, Argat, generale dei Dewar. Anche Kharas era ancora là. Duncan si girò a fissarlo, e aprì la bocca per parlare.

Ma l’eroe dei nani si limitò semplicemente a guardare il proprio re con un’espressione cupa e ossessionata; poi, dopo essersi inchinato al suo thane, si voltò e seguì gli altri per prendere il proprio posto a capo della fanteria.

Duncan lo fissò incollerito. «Che Reorx possa incendiargli la barba!» borbottò, avviandosi anche lui nella stessa direzione. Sarebbe stato presente all’apertura delle porte, quando il suo esercito si sarebbe messo in marcia verso i pianori. «Chi mai crede di essere? I miei stessi figli non si sarebbero comportati così con me! Questo non deve continuare. Dopo la battaglia, verrà messo al suo posto.»

Continuando a brontolare fra sé, Duncan aveva quasi raggiunto la scala che conduceva in basso, quando sentì una mano sul suo braccio. Sollevando lo sguardo, vide Argat.

«Ti chiedo, Re,» disse il nano nella sua rozza lingua, «di ripensarci. Nostro piano buono. Abbandona inutile grumo di roccia. Lascia che loro abbiano.» Indicò con un gesto gli eserciti fuori sui pianori. «Loro non fortificheranno. Quando noi ritirati a Thorbardin, ci inseguiranno fin dentro i pianori. Poi noi riconquisteremo Pax Tharkas e... bum,» il nano scuro batté le mani chiudendole con uno scatto, «avremo in trappola! Imprigionati fra Pax Tharkas a nord e Thorbardin a sud.»

Duncan fissò, gelido, il Dewar. Argat aveva presentato quella strategia al Consiglio di Guerra, e allora Duncan si era chiesto come fosse riuscito ad elaborarla. Di solito i Dewar s’interessavano poco alle faccende militari, avendo di mira una cosa soltanto: la loro parte di bottino. Era forse opera di Kharas, questo, un ulteriore tentativo di sottrarsi al combattimento?