Duncan scrollò via con rabbia il braccio del Dewar. «Pax Tharkas non cadrà mai!» dichiarò. «La sua strategia è la strategia del codardo. Non cederò nulla a quella marmaglia, neanche un pezzo di rame, neanche un sasso di questo terreno! Piuttosto morirò qui!»
Allontanandosi con passo rimbombante, Duncan discese sferragliando le scale con la barba irta per l’ira.
Seguendolo con lo sguardo, Argat contorse il labbro, sempre sorridendo sardonico: «Forse tu potrai anche morire su questo disgraziato pezzo di roccia, re Duncan. Ma non Argat.» Si voltò verso altri due Dewar che si erano tenuti nell’ombra di un angolo e annuì due volte. I nani annuirono in risposta, poi si affrettarono ad allontanarsi.
In piedi sugli spalti, Argat osservò il sole che saliva sempre di più nel cielo. Preoccupato, cominciò a sfregarsi le mani con fare assente sull’armatura di cuoio, come se cercasse di pulirle.
L’Highgug non ne era sicuro, ma aveva la sensazione che ci fosse qualcosa di sbagliato.
Anche se non era terribilmente percettivo, e capiva assai poco di complicate tattiche e strategie di guerra, l’Highgug si rese conto tuttavia che dei nani di ritorno vittoriosi dal campo di battaglia non avrebbero rimesso piede nella fortezza barcollando, coperti di sangue, per poi cadere morti ai suoi piedi.
Uno o due avrebbe potuto attribuirli alle fortune della guerra, ma il numero di nani che si comportava in quel modo pareva aumentare a una velocità davvero allarmante. L’Highgug decise di tentar di scoprire quello che stava succedendo.
Fece due passi avanti, poi, udendo il più orrendo baccano immaginabile alle sue spalle, si fermò di colpo. Tirando un profondo sospiro, l’Highgug si voltò. Si era dimenticato della sua compagnia.
«No, no, no!» urlò arrabbiato l’Highgug, agitando le braccia in aria. «Quante volte devo dire? State qui! State qui! Re detto Highgug, “Voi Qua State Qui”. Questo voler dire state Qui! Capito?»
L’Highgug fissò la sua compagnia con occhio severo, inducendo quelli ancora in piedi e capaci di affrontare l’espressione di quell’occhio (l’altro mancava) a tremare per la vergogna. Quei nani dei fossi, lì nella compagnia, che erano inciampati sulle loro picche, quelli che avevano, nella confusione, trafitto per sbaglio un vicino, quelli che giacevano proni al suolo e quelli che avevano compiuto un completo dietrofront e adesso guardavano coraggiosamente in direzione opposta, udirono la voce del loro comandante e tremarono.
«Sentite, verminose teste di fungo,» ringhiò l’Highgug, respirando rumorosamente, «io vado scoprire cosa successo. Non pare giusto. Tutti tornano così in fortezza. Niente cantare, solo sanguinare. Non modo che Re detto a Highgug cose sarebbero state. Così Io Vado. Voi State Qui. Capito? Ripetete.»
«Io Vado.» gli fece eco obbediente la sua truppa. «Voi State Qui.»
L’Highgug si tirò la barba per la disperazione. «No! Io Vado! Voi... Oh, non importa!»
Mentre si allontanava incollerito a grandi passi, sentì di nuovo dietro di sé, ancora una volta, lo sferragliare delle picche che cadevano a terra.
Per fortuna, forse, l’Highgug non dovette andare molto lontano. Altrimenti quando fosse tornato avrebbe trovato morta la metà del suo contingente, i suoi nani infilzati sulle punte delle loro stesse picche.
Così, invece, fu in grado di scoprire quello che gli serviva e tornare dalle sue truppe prima che una mezza dozzina, quanto meno, di loro si ammazzasse per sbadataggine.
L’Highgug aveva fatto soltanto venti passi quando aggirò un angolo e andò quasi a sbattere contro Duncan, il suo re. Duncan non lo notò, poiché gli voltava le spalle. Il re era impegnato in una conversazione con Kharas e molti altri ufficiali comandanti. Affrettandosi a fare un passo indietro, l’Highgug guardò e ascoltò con ansia.
A differenza di molti dei nani che erano tornati dal campo di battaglia, le cui pesanti cotte di maglia erano talmente ammaccate da far quasi pensare che fossero rotolati giù lungo il fianco roccioso d’una montagna, l’armatura di Kharas aveva soltanto due o tre piccole ammaccature. Le braccia dell’eroe erano insanguinate dalle punte delle dita fino ai gomiti, ma era il sangue del nemico, e non il suo che aveva addosso. Pochi erano coloro che potevano resistere ai poderosi colpi del martello che impugnava. Innumerevoli erano i nemici caduti per mano di Kharas, anche se molti si erano chiesti negli ultimi istanti di vita perché mai l’alto nano singhiozzasse amaramente mentre sferrava il colpo fatale. Ma, in quel momento, Kharas non stava piangendo. Le sue lacrime erano completamente scomparse. Stava discutendo con il suo re.
«Siamo stati battuti sul campo, thane,» dichiarò, in tono severo. «Il generale Ironhand ha avuto ragione a ordinare la ritirata. Se vogliamo tenere Pax Tharkas, dobbiamo ritirarci e sbarrare le porte come avevamo progettato. Ricorda, thane. Questo momento non era imprevisto.»
«Ma nondimeno è un momento di vergogna,» ringhiò Duncan, sbottando in un’amara imprecazione. «Battuti da un branco di ladri e di contadini!»
«Quel branco di ladri e di contadini è stato ben addestrato, thane,» replicò Kharas con solennità, e i generali non poterono fare a meno di annuire, approvando a malincuore le sue parole. «Gli uomini delle pianure si gloriano in battaglia e i nostri consanguinei si battono con il coraggio col quale sono nati. E poi sono scesi dalle colline i Cavalieri di Solamnia sui loro cavalli.»
«Devi dare l’ordine, thane!» esclamò uno dei generali. «Oppure dovremo prepararci a morire dove ci troviamo.»
«Chiudete quelle porte maledette da dio, allora!» urlò Duncan, in preda alla collera. «Ma non azionate il meccanismo. No, fino all’ultimo momento possibile. Potrebbe non essercene bisogno. Costerà loro caro cercare di aprire una breccia nelle porte, e voglio essere in grado di uscire di nuovo senza dover sgombrare tonnellate di roccia.»
«Chiudete le porte, chiudete le porte!» echeggiarono molte voci. Tutti, lì nel cortile, i vivi, i feriti, perfino i morenti, girarono la testa per vedere le colossali porte che ruotavano su se stesse per chiudersi. L’Highgug era fra questi e fissava la scena con reverenziale meraviglia. Aveva sentito parlare di quelle grandi porte, di come si muovevano in silenzio sui giganteschi cardini oliati che funzionavano con tanta scorrevolezza da richiedere soltanto due nani su ciascun lato per tirarle e chiuderle.
L’Highgug rimase un po’ deluso quando sentì che il congegno per far crollare le rocce non sarebbe stato azionato. La vista di tonnellate di frammenti di montagna che rotolavano giù per bloccare le porte era qualcosa che gli dispiaceva perdersi. Comunque, ci sarebbe stato ugualmente da divertirsi.
Allo spettacolo successivo l’Highgug trattenne il respiro fin quasi a soffocare. Guardando la porta, poteva vedere al di là di essa, e ciò che vide era paralizzante.
Un immenso esercito si stava precipitando verso di lui. E non era il suo esercito!
Questo, allora, significava che doveva trattarsi dell’esercito del nemico, decise dopo qualche istante di profonde riflessioni, essendoci, per quanto lui ne sapeva, soltanto due fazioni in quel conflitto: la sua e la loro.
Il sole di mezzogiorno risplendeva vivido sulle armature dei Cavalieri di Solamnia, lampeggiava sui loro scudi e traeva barbagli dalle loro spade sguainate. Più lontano, dietro i cavalieri, stava arrivando di corsa la fanteria. L’esercito di Fistandantilus si stava avventando verso la fortezza, sperando di raggiungerla prima che le porte potessero venir chiuse completamente e bloccate. Quei pochi nani delle montagne abbastanza coraggiosi per contrastare il nemico vennero abbattuti dall’acciaio balenante e calpestati dagli zoccoli spietati.
Il nemico si stava avvicinando sempre di più. L’Highgug deglutì nervosamente. Non ne sapeva molto di manovre militari, ma gli parve che quello sarebbe stato un momento eccellente perché le porte si chiudessero del tutto. Pareva che anche i generali la pensassero nell’identico modo, poiché adesso correvano tutti in quella direzione, gridando e urlando.