«In nome di Reorx, ma quanto tempo ci mettono...» cominciò a dire Duncan. D’un tratto, Kharas impallidì.
«Duncan,» disse con calma glaciale, «siamo stati traditi. Devi andartene subito.»
«Co... cosa?» balbettò Duncan, sbalordito. Rizzandosi in punta di piedi, si sforzò invano di vedere al di là della folla che turbinava nel cortile. «Traditi! Ma come...»
«I Dewar, mio thane,» gli spiegò Kharas, il quale, grazie alla sua statura, era in grado di vedere quello che stava accadendo. «A quanto pare hanno assassinato i guardiani delle porte e adesso combattono per tenerle aperte.»
«Uccideteli!» La bocca di Duncan schiumava per la collera, la saliva gli sgocciolava lungo la barba. «Uccideteli tutti!» Il re dei nani sfoderò la spada e balzò in avanti. «Io personalmente...»
«No, thane!» Kharas lo afferrò, trascinandolo indietro. «È troppo tardi. Vieni, dobbiamo raggiungere i grifoni... Devi tornare a Thorbardin, mio Re!»
Ma Duncan non era disposto a intender ragione. Lottò ferocemente contro Kharas. Alla fine il nano più giovane, cupo in volto, serrò il pugno e colpì il suo re in pieno mento. Duncan incespicò all’indietro, barcollando sotto il colpo, ma non crollò a terra.
«Avrò la tua testa per questo!» imprecò il re, cercando debolmente di afferrare l’elsa della sua spada. Ma un altro pugno di Kharas completò l’opera. Duncan cadde lungo disteso al suolo e giacque là senza più muoversi.
Kharas, con un’espressione addolorata sul volto, si chinò, sollevò il suo re, con l’armatura, la cotta di maglia e tutto il resto, e con un grugnito si mise in spalla il nano tozzo e massiccio. Chiamando alcuni fra gli altri nani ancora in grado di reggersi e di combattere, perché lo coprissero, Kharas si affrettò a raggiungere i grifoni in attesa, con il re esanime di traverso sulla sua spalla, le braccia penzoloni.
L’Highgug fissava l’avanzare dell’esercito nemico affascinato e inorridito. Più e più volte echeggiò nella sua mente l’ultimo ordine che Duncan gli aveva impartito: «Tu Stai Qui.»
Ora, ciò che l’Highgug intendeva fare, era voltarsi e tornare di corsa verso la sua truppa.
Malgrado i nani dei fossi avessero la reputazione ben meritata di essere la razza più codarda di tutto Krynn, potevano, se messi con le spalle al muro, combattere con tanta ferocia da sbalordire il nemico.
La maggior parte degli eserciti usava i nani dei fossi soltanto in posizione di appoggio, tenendoli quanto più possibile in retroguardia, dal momento che c’erano possibilità quasi pari che un reggimento di nani dei fossi infliggesse alla propria fazione gli stessi danni che infliggeva al fronte avversario e magari di più.
Così, Duncan aveva dispiegato l’unico distaccamento di nani dei fossi attualmente residente a Pax Tharkas (erano ex minatori) al centro del cortile, ingiungendo loro di rimaner là, calcolando che quello sarebbe stato il modo migliore per tenerli lontani dai guai. Aveva dato loro delle picche nell’improbabile eventualità che il nemico avesse fatto irruzione dalle porte con una carica di cavalleria.
Ma era proprio questo che stava accadendo. E, vedendo l’Esercito di Fistandantilus che stava arrivando loro addosso, sapendo di essere intrappolati e sconfitti, tutti i nani di Pax Tharkas erano piombati nella confusione.
Pochi erano quelli che avevano mantenuto il sangue freddo. I tiratori scelti, sugli spalti, facevano piovere nugoli di frecce sul nemico avanzante, facendolo rallentare un po’. Parecchi comandanti stavano radunando i propri reggimenti, preparandosi a combattere durante la ritirata fra le montagne. Ma la maggior parte stava scappando per mettersi al riparo fra le colline circostanti.
E ben presto soltanto un gruppo rimase ad ostacolare il passo all’esercito nemico: i nani dei fossi.
«Ci siamo!» si affrettò a gridare l’Highgug ai suoi, quando tornò indietro ansimando e sbuffando.
Sotto la sporcizia il suo volto era bianco, però lui era calmo e composto. Gli era stato detto di Stare Là, e, per la barba di Reorx, sarebbe Stato Là.
Ma, nel vedere che la maggior parte dei suoi stava cercando di squagliarsela, con gli occhi sgranati alla vista dei cavalli che, avanzando col fragore del tuono, erano ormai vicini alle porte aperte, l’Highgug decise che era indispensabile qualcosa per tirare un po’ su il morale.
Avendoli addestrati proprio per una circostanza come quella, l’Highgug aveva anche insegnato alle sue truppe un canto di guerra, e ne era assai orgoglioso. Sfortunatamente, non erano ancora riusciti a impararlo nella maniera giusta.
«Ora,» urlò, «cosa mi date?»
«La Morte!» gridarono allegramente i suoi, all’unisono.
All’Highgug vennero i brividi. «No, no, no!» urlò, in preda all’esasperazione, pestando i piedi per terra. I suoi si guardarono l’un l’altro, dolenti. «Ve lo dirò io, brutte teste fungose! E...»
«Eterna Fedeltà!» gridò all’improvviso uno di loro, trionfante.
Gli altri lo fissarono, accigliati, borbottando «brutto ruffiano...» Un vicino, ingelosito, giunse perfino a pungolarlo sulla schiena con una picca. Per fortuna, era l’estremità del manico (l’impugnava alla rovescia), altrimenti avrebbe potuto procurargli un danno serio.
«Proprio così,» dichiarò l’Highgug, cercando di non prestare troppa attenzione al fatto che il trepestio degli zoccoli stava crescendo sempre più d’intensità alle sue spalle. «Adesso, proviamo di nuovo. Cosa mi date?»
«E... eter... na... fé... fé... deità!» Ebbe un suono piuttosto forzato, molti continuavano a inciampare in quelle difficili parole. Certo, sembrava mancare l’entusiastico vigore del primo.
In fondo al gruppo, qualcuno alzò la mano.
«Ah, cosa c’è, Gug Snug?» ringhiò l’Highgug.
«Noi dovere dare... eterna fedel... tà quando morti?»
L’Highgug lo fissò, infuriato, con l’unico occhio sano.
«No, testa di rapa!» sbottò, digrignando i denti. «Morte o fedeltà eterna. Qualsiasi cosa arrivi prima.»
Immensamente rincuorati da questa precisazione, i nani dei fossi sogghignarono.
L’Highgug, scuotendo la testa e borbottando, si girò per affrontare il nemico. «Preparate le picche!» gridò.
Fu un errore, e Io capì nel medesimo istante in cui pronunciava quelle parole, udendo il terrificante scompiglio, la confusione e le imprecazioni (e qualche gemito di dolore) che si levarono alle sue spalle.
Ma, a quel punto, non aveva più importanza...
Il sole tramontò in una foschia rosso sangue, sprofondando dietro la silenziosa foresta di Qualinesti.
Su tutta Pax Tharkas regnava la quiete, la poderosa, imprendibile fortezza era caduta appena dopo mezzogiorno. Nel pomeriggio c’era stata qualche scaramuccia per eliminare le ultime sacche di resistenza dei nani che si stavano ritirando, combattendo, verso le montagne. Molti erano riusciti a fuggire perché la carica dei cavalieri era stata efficacemente frenata da un piccolo gruppo di picchieri, che non avevano ceduto d’un passo quando le porte erano state violate, rifiutandosi cocciutamente di muoversi.
Kharas, sorreggendo il re privo di sensi fra le braccia, tornò in volo a Thorbardin con il grifone, accompagnato dagli ufficiali di Duncan ancora in vita.
Il resto dell’esercito dei nani delle montagne, che si trovavano cornea casa propria nelle caverne e fra le rocce dei passi coperti di neve, stava anch’esso dirigendosi verso Thorbardin. I Dewar, che avevano tradito i loro consanguinei, stavano bevendo la birra catturata a Duncan e si vantavano delle loro gesta, mentre la maggior parte dell’esercito di Caramon li guardava con disgusto.
Mentre il sole stava tramontando, il cortile della fortezza era pieno di nani e di uomini che celebravano la loro vittoria, e di ufficiali che cercavano invano di arrestare la marea di ubriachezza che minacciava di travolgere tutti. Urlando, minacciando, e spaccando qualche testa, riuscirono a trascinar via un numero sufficiente di combattenti da mettere di sentinella e formare delle squadre di addetti alle sepolture.