Crysania aveva passato la prova del sangue. Malgrado fosse stata tenuta ben lontana dalla battaglia da un guardingo Caramon, era riuscita, una volta entrati nella fortezza, a eluderlo. Adesso, avvolta in un mantello e incappucciata, passava da un ferito all’altro, guarendo furtivamente quelli che poteva senza richiamare su di sé un’attenzione indesiderata. E, molti anni dopo, i sopravvissuti avrebbero raccontato la storia ai loro nipoti, sostenendo di aver visto una figura vestita di bianco che portava una luce splendente intorno al collo, e aveva appoggiato su di loro le sue mani gentili portando via il dolore.
Nel frattempo, Caramon aveva riunito i suoi ufficiali in una stanza di Pax Tharkas, per mettere a punto la loro strategia, anche se l’omone era esausto al punto da riuscire a stento a pensare in maniera coerente.
Così, pochi videro la solitaria figura abbigliata di nero varcare le porte aperte di Pax Tharkas.
Cavalcava un irrequieto cavallo nero che si adombrava all’odore del sangue. Fermandosi per un istante, la figura pronunciò alcune parole rivolgendosi al suo destriero, dando l’impressione di riuscire a calmare l’animale. Quelli che videro la figura si fermarono un attimo, in preda al terrore, molti avendo l’impressione, causata dalla febbre o dalla sbornia, che si trattasse della morte in persona venuta a raccogliere quelli che non erano stati ancora sepolti.
Poi qualcuno borbottò: «Lo stregone», e allora tutti si allontanarono, dando in una risata tremante o in un sospiro di sollievo.
Con gli occhi oscurati dalle profondità del suo cappuccio nero, ma osservando attentamente tutto quello che gli stava intorno, Raistlin avanzò finché non arrivò allo spettacolo più straordinario di tutto il campo di battaglia: i corpi di cento e più nani dei fossi che giacevano (per la maggior parte) in file ordinate e sovrapposte. Molti stringevano ancora saldamente la picca (parecchi all’incontrano) nelle mani morte. Però, fra loro giacevano anche alcuni cavalli che erano stati feriti (in genere accidentalmente) dagli affondo e dai fendenti vibrati alla disperata dai nani dei fossi. Era stato notato, quando i cavalli erano stati trascinati via, che più di un animale aveva segni di denti nelle zampe anteriori. Alla fine i nani dei fossi avevano lasciato cadere le inutili picche per combattere come meglio sapevano fare: con le unghie e coi denti.
«Questo non risulta dai documenti storici,» mormorò Raistlin fra sé, fissando quei piccoli, miserevoli corpi, accigliandosi. I suoi occhi lampeggiarono. «Forse,» mormorò, «questo significa che il tempo è stato alterato?»
Rimase immobile a riflettere per lunghi momenti. Poi d’un tratto capì.
Nessuno vide il volto di Raistlin, nascosto com’era dal cappuccio, altrimenti avrebbe notato un improvviso, rapido spasimo di rabbia e di dolore.
«No,» disse fra sé con amarezza, «il penoso sacrificio di queste povere creature è stato lasciato fuori dai libri di storia non perché non sia successo. È stato lasciato fuori semplicemente perché...»
S’interruppe per qualche istante, fissando con espressione cupa quei piccoli corpi frantumati, «... perché non importava a nessuno.».
Capitolo settimo.
«Devo vedere il generale!» La voce penetrò la soffice, calda nube di sonno che avvolgeva Caramon come la coperta del letto imbottita di piume, il primo vero letto nel quale avesse dormito da molti mesi a questa parte.
«Vai via,» mugugnò Caramon, e sentì Garic dire la stessa cosa, o qualcosa di molto simile...
«Impossibile. Il generale sta dormendo. Non dev’essere disturbato.»
«Devo vederlo. È urgente!»
«Non ha dormito per quasi quarantotto ore...»
«Lo so! Ma...»
Le voci si fecero sommesse. Bene, pensò Caramon, adesso posso tornare a dormire. Ma scoprì, per sua sfortuna, che quelle voci sommesse lo svegliavano ancora di più. Capì subito che qualcosa non andava. Con un gemito rotolò su se stesso, trascinandosi il cuscino sopra la testa. Non c’era muscolo del suo corpo che non gli facesse male; era rimasto in sella per quasi diciotto ore senza mai riposare. Certamente Garic avrebbe potuto risolvere il...
La porta della stanza si aprì con un lieve fruscio.
Caramon strinse le palpebre con forza, sprofondando ancora di più nel letto di piume. Gli venne in mente, mentre lo faceva, che fra un paio di centinaia d’anni Verminaard, il malvagio Signore dei Draghi, avrebbe dormito in quello stesso letto. La mattina in cui gli Eroi avrebbero liberato gli schiavi di Pax Tharkas, qualcuno forse l’avrebbe svegliato in quel modo?
«Generale,» si fece udire la voce sommessa di Garic. «Caramon.»
Un’imprecazione borbottata si levò dal cuscino.
Forse, quando me ne andrò, metterò una rana nel letto, pensò Caramon con cattiveria. Fra duecento anni sarebbe stata rigida al punto giusto...
«Generale,» insistè Garic. «Mi spiace sinceramente svegliarti, signore, ma è necessaria la tua immediata presenza nel cortile.»
«E per cosa mai?» ringhiò Caramon, buttando via le coperte e rizzandosi a sedere, sussultando per il dolore che avvertì alle cosce e alla schiena. Si sfregò gli occhi, poi fissò Garic.
«L’esercito, signore. Se ne sta andando.»
Caramon lo fissò. «Cosa? Sei matto.»
«No, s... signore,» balbettò un giovane soldato che era strisciato dietro a Garic e adesso si trovava alle sue spalle, gli occhi spalancati per la meraviglia di trovarsi in presenza del suo comandante, malgrado il generale fosse nudo e sveglio soltanto a metà. «S... si stanno radunando a... adesso nel cortile, signore. I nani e gli uomini delle pianure e... e alcuni dei nostri.»
«Non i Cavalieri,» si affrettò ad aggiungere Garic.
«Bene, oh, bene...» balbettò Caramon, poi agitò la mano. «Di’ loro che si disperdano, dannazione! Questa è un’enorme sciocchezza.» Imprecò. «In nome degli dei, tre quarti di loro erano ubriachi fradici, stanotte!»
«Sono sobri quel che basta, stamattina, signore. E credo che tu dovresti venire,» aggiunse Garic con voce sommessa. «È tuo fratello a condurli.»
«Cosa significa questo?» volle sapere Caramon, il suo respiro generava tante nuvolette bianche nell’aria gelida. Era la più fredda mattina d’autunno. Un sottile strato di brina ricopriva le pietre di Pax Tharkas, cancellando misericordiosamente le macchie rosse della battaglia. Avvolto in uno spesso mantello, con addosso soltanto le brache e gli stivali che si era infilati in fretta e furia, Caramon lanciò un’occhiata al cortile, tutt’intorno a sé. Era affollato di nani e di uomini, tutti in fila, torvi e silenziosi, in attesa dell’ordine di mettersi in marcia. Lo sguardo severo di Caramon si appuntò su Reghar Fireforge, poi si spostò su Darknight, capo degli uomini delle pianure.
«Ne abbiamo discusso ieri,» continuò Caramon. Con la voce tesa per la rabbia a stento trattenuta, si fermò davanti a Reghar. «Ci vorranno altri due giorni perché i nostri carri con i rifornimenti ci raggiungano. Qui non è rimasto abbastanza cibo per metterci in marcia, me l’avete detto voi stessi, ieri sera. E non troverete neppure un coniglio sui Pianori di Dergoth...»
«Non c’importa saltare qualche pasto,» grugnì Reghar, la sua enfasi sul «ci» non lasciava alcun dubbio sul significato delle sue parole. Era ben noto l’amore di Caramon per i suoi pasti.
Questo non contribuì in nessun modo a migliorare l’umore del generale.
Caramon arrossì, poi: «E le armi, sciocco dalla lunga barba?» sbottò. «E l’acqua, un riparo, il cibo per i cavalli?»
«Non resteremo più a lungo sui Pianori,» ribatté Reghar, con un balenio negli occhi. «I nani delle montagne, che Reorx maledica il loro cuore di pietra, sono in preda alla confusione. Dobbiamo colpire subito, prima che riescano a riorganizzare le loro forze. »
«Ne abbiamo già discusso ieri sera!» urlò Caramon, esasperato. «Quella che abbiamo affrontato qui era soltanto una parte delle loro forze. Duncan ha un altro intero esercito ad attendervi sotto la montagna!»