Fistandantilus sussultò, il sogghigno scomparve dal suo volto. Gli altri apprendisti boccheggiarono.
«Come hai fatto a spezzare l’incantesimo dello Scaccia magia?» chiese Fistandantilus rabbioso.
«Che razza di strano potere è mai questo?»
Per tutta risposta, Raistlin aprì le mani. Teneva tra i palmi una sfera di fiamma azzurra e verde, che avvampava d’un tale bagliore che nessuno poteva fissarla direttamente. Poi, con lo stesso sorriso di scherno, batté le mani. La sfera di fuoco scomparve.
La Stanza dell’Apprendimento era di nuovo silenziosa, soltanto che adesso era il silenzio della paura, mentre Fistandantilus si alzava in piedi. Con la collera che gli balenava intorno come un alone di fiamma, si avvicinò al settimo apprendista.
Raistlin non si ritrasse davanti a quella collera. Rimase in piedi, immobile, seguendo freddamente l’avanzare dello stregone.
«Come sei riuscito a...» cominciò Fistandantilus con voce raschiante. Poi il suo sguardo cadde sulle snelle mani del giovane mago. Con un ringhio rabbioso, lo stregone allungò la mano e afferrò il polso di Raistlin.
Raistlin rantolò per il dolore, il tocco dell’arcimago era gelido come una tomba. Ma s’indusse ugualmente a sorridere, anche se sapeva che il suo sorriso doveva assomigliare a quello di un teschio.
«Magnesio!» Fistandantilus attirò a sé Raistlin con uno strattone, tenendogli la mano sotto la luce di una candela in modo che tutti potessero vedere. «Un comune trucco da prestigiatore, degno soltanto degli illusionisti da strada!»
«Così mi guadagnavo da vivere,» replicò Raistlin a denti stretti per vincere il dolore. «Ho ritenuto che andasse bene usarlo in mezzo a questa raccolta di dilettanti che hai messo insieme, Grande Mago.»
Fistandantilus accentuò ancora di più la stretta. Raistlin soffocava per il dolore, ma non lottò né cercò di ritrarsi. Né abbassò lo sguardo davanti a quello del Maestro. Malgrado la sua stretta fosse dolorosa, il volto dello stregone era interessato, incuriosito.
«Così, ti consideri meglio di questi altri?» chiese Fistandantilus a Raistlin con voce sommessa, quasi gentile, ignorando i mormorii rabbiosi degli apprendisti.
Raistlin dovette fare una pausa per raccogliere le forze e riuscire a parlare attraverso la nebbia del dolore. «Tu sai che lo sono!»
Fistandantilus lo fissò, la sua mano gli stringeva ancora il polso. Raistlin colse un’improvvisa paura negli occhi del vecchio, una paura che venne rapidamente estinta dall’espressione di fame insaziabile. Fistandantilus allentò la stretta sul polso di Raistlin. Il giovane mago non potè fare a meno di reprimere un sospiro d’intenso sollievo mentre ricadeva sulla sua sedia, sfregandosi il polso. Su di esso il segno della mano dell’arcimago era visibile con chiarezza, aveva fatto diventare la sua pelle bianca come il ghiaccio.
«Uscite di qui!» intimò Fistandantilus con voce secca. I sei maghi si alzarono, le vesti nere frusciarono intorno a loro. Anche Raistlin si alzò. «Tu rimani,» gli disse il mago con voce fredda.
Raistlin tornò a sedersi, sempre sfregandosi il polso dolorante. Il calore e la vita stavano riaffluendo in esso. Fistandantilus seguì fino alla porta gli altri giovani maghi che se ne andavano, poi, voltandosi, fronteggiò il suo nuovo apprendista.
«Questi altri se ne andranno presto, e avremo il castello tutto per noi. Raggiungimi nelle camere segrete giù nelle viscere del castello quando sarà la Veglia Oscura. Sto conducendo un esperimento che richiederà la tua... assistenza.»
Raistlin osservò inorridito e affascinato la mano del vecchio che andava all’ematite, accarezzandola con amore. Per un attimo Raistlin non riuscì a rispondere. Poi esibì un sorriso di scherno, soltanto che questa volta lo rivolse a se stesso, per acquietare la propria paura.
«Sarò là, Maestro,» disse.
Raistlin giaceva sulla lastra di pietra del laboratorio situato molto in profondità nel castello dell’arcimago. Neppure le sue pesanti vesti di tessuto nero riuscivano a tener lontano il gelo, e Raistlin tremava senza controllo. Ma se ciò fosse dovuto al freddo, alla paura o all’eccitazione, non avrebbe saputo dirlo.
Non poteva vedere Fistandantilus, ma poteva sentirlo: il frusciare delle sue vesti, i tonfi soffocati del suo bastone sul pavimento, le pagine del libro degli incantesimi che venivano sfogliate...
Giacendo sulla lastra, fingendosi impotente sotto l’influenza dello stregone, Raistlin divenne teso. Il momento si avvicinava in fretta.
Come in risposta, Fistandantilus comparve nel suo campo visivo, sporgendosi sopra il giovane mago con quell’espressione di famelica voracità, con il ciondolo di ematite che penzolava dalla catena intorno al suo collo.
«Sì,» disse lo stregone. «Sei abile. Più abile e più potente di qualunque altro giovane apprendista che abbia incontrato durante questi molti, moltissimi anni.»
«Cosa mi farai?» chiese Raistlin con voce roca. Il tono disperato della sua voce non era interamente forzato. Doveva riuscire ad apprendere come funzionava il ciondolo.
«Che importanza può avere?» gli chiese Fistandantilus con freddezza, appoggiando la mano sul petto del giovane mago.
«Il mio... scopo nel venire da te era quello d’imparare,» disse Raistlin, serrando i denti e cercando di non contorcersi a quel tocco ripugnante. «Sono pronto a imparare, perfino all’ultimo istante!»
«Lodevole.» Fistandantilus annuì, fissando la tenebra, i suoi pensieri erano lontani. Era probabile che la sua mente stesse ripassando l’incantesimo, pensò Raistlin fra sé. «Mi piacerà abitare un corpo e una mente così assetati di sapere, e che per di più dimostrano un’innata abilità nell’Arte. Molto bene, ti spiegherò. E la mia ultima lezione, apprendista, imparala bene.
«Giovanotto, non puoi conoscere gli orrori che si vivono diventando vecchi. Come ricordo bene la mia prima vita, e come ricordo bene la terribile sensazione di rabbia e di frustrazione che provai quando mi resi conto che io, il più potente fruitore di magia che sia mai vissuto, ero destinato a rimanere intrappolato in un corpo debole e disgraziato che veniva consumato dall’età! La mia mente, la mia mente era integra! In verità, mentalmente ero più forte di quanto lo fossi mai stato in tutta la mia vita! Ma tutto questo potere, tutte queste vaste conoscenze sarebbero andati sprecati, ridotti in polvere! Divorati dai vermi!
«Allora indossavo le Vesti Rosse..,
«Hai trasalito? Sei rimasto sorpreso? Prendere le Vesti Rosse era stata una decisione cosciente, presa a sangue freddo dopo che avevo visto in qual modo potevo guadagnare meglio. Nella Neutralità s’impara meglio poiché si può attingere ad entrambe le estremità dello spettro senza dover niente a nessuna. Andai da Gilean, Dio della Neutralità, implorandolo che mi venisse concesso di rimanere su questo piano così da ampliare il mio sapere. Ma, in questo, il Dio del Libro non poteva aiutarmi. Gli umani erano la sua creazione, ed era a causa della mia impaziente natura umana e della consapevolezza della brevità della mia vita che avevo proseguito freneticamente i miei studi. Mi venne consigliato di accettare il mio destino.»
Fistandantilus scrollò le spalle. «Leggo la comprensione nei tuoi occhi, apprendista. In un certo senso mi spiace ucciderti. Credo che avremmo potuto sviluppare una ben rara intesa. Ma, per abbreviare una lunga storia, uscii e m’incamminai nella tenebra. Maledicendo la luna rossa, chiesi che mi venisse concesso di vedere la luna nera. La Regina delle Tenebre udì la mia preghiera ed esaudì la mia richiesta. Indossando le Vesti Nere, mi dedicai al suo servizio e, in cambio, venni condotto sul suo piano di esistenza. Ho visto il futuro, sono vissuto nel passato. Fu lei a darmi questo ciondolo, cosicché adesso sono in grado di scegliere un nuovo corpo durante il mio soggiorno in questo tempo. E quando scelgo di attraversare i confini del tempo e di entrare nel futuro, c’è un corpo pronto ad accettare la mia anima.»