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Kharas passò oltre le lunghe file di panche di pietra dove, la sera prima, migliaia di nani avevano approvato con grida assordanti il loro re che dichiarava guerra ai loro consanguinei.

Oggi c’era una Riunione di Guerra del Consiglio dei thane. Come tale, non richiedeva la presenza della cittadinanza, così Kharas era rimasto un po’ sorpreso nel sapersi invitato. L’eroe era in disgrazia, tutti lo sapevano. Si facevano perfino ipotesi che Duncan intendesse esiliarlo.

Kharas notò, mentre si stava avvicinando, che Duncan lo stava fissando con occhio ostile, ma questo poteva essere dovuto al fatto che l’occhio e la guancia sinistra del re al di sopra della barba erano neri e gonfi, come risultato del colpo che Kharas gli aveva inflitto.

«Oh, rialzati, Kharas,» sbottò Duncan, quando il nano alto e sbarbato s’inchinò profondamente davanti a lui.

«Non fino a quando non mi avrai perdonato, thane,» dichiarò Kharas, mantenendo la sua posizione.

«Perdonarti cosa... l’aver martellato un po’ di buon senso nella testa di un vecchio nano rimbecillito?» Duncan esibì un sorriso sardonico. «No, non sei perdonato per questo, bensì ringraziato.» Il re si sfregò la mascella. «Il dovere è doloroso, dice il proverbio. Adesso lo capisco. Ma non parliamo più di questo.»

Quando vide che Kharas si raddrizzava, Duncan gli porse una pergamena. «Ti ho fatto venire qui per un altro motivo. Leggi questo.»

Perplesso, Kharas esaminò la pergamena. Era legata con un nastro nero, ma non era sigillata.

Lanciando un’occhiata agli altri thane che erano tutti radunati là, ognuno sul proprio seggio di pietra situato un po’ più in basso di quello del re, lo sguardo di Kharas andò in particolare a uno scranno: quello vuoto di Argat, thane dei Dewar. Corrugando la fronte, Kharas srotolò la pergamena e lesse ad alta voce, inciampando più volte nella rozza lingua dei Dewar:

Duncan, re dei nani di Thorbardin.

Saluti da coloro che adesso chiami traditori.

Questa pergamena viene spedita da noi che sappiamo che punirai i Dewar sotto la montagna per ciò che abbiamo fatto a Pax Tharkas. Se questa pergamena ti verrà consegnata, significa che siamo riusciti a tenere aperte le porte.

Hai disprezzato il nostro piano durante il Consiglio. Forse adesso ne vedi la saggezza. Il nemico adesso è guidato dallo stregone. Lo stregone è amico nostro. Farà marciare l’esercito verso i Pianori di Dergoth. Noi marciamo con loro, amici loro. Quando l’ora verrà, quelli che hai chiamato traditori colpiranno. Attaccheremo il nemico dall’interno e lo spingeremo sotto le lame delle vostre asce.

Se hai dei dubbi sulla nostra fedeltà, tieni in ostaggio la nostra gente sotto la montagna fino a quando non saremo tornati. Promettiamo grande dono da consegnare a te come prova lealtà.

Argat, dei Dewar, thane

Kharas lesse la pergamena due volte, ma le sue rughe non si spianarono. Semmai diventarono più profonde.

«Insomma,» volle sapere Duncan.

«Non intendo aver nulla a che fare con dei traditori,» dichiarò Kharas, tornando ad arrotolare la pergamena, e restituendola, disgustato.

«Ma se sono sinceri,» insisté Duncan, «ciò potrebbe darci una grande vittoria!»

Kharas alzò gli occhi per incontrare quelli del suo re che sedeva sulla predella sopra di lui. «Thane, se in questo momento potessi parlare al generale dei nostri nemici, a questo Caramon Majere che, stando a tutti i resoconti, è un uomo giusto e d’onore, gli direi esattamente quale pericolo lo minaccia, anche se ciò dovesse significare la nostra sconfitta.»

Gli altri thane sbuffarono o brontolarono.

«Avresti dovuto essere un Cavaliere di Solamnia!» borbottò uno di loro, una affermazione non certo intesa come un complimento.

Duncan lanciò a tutti un’occhiata severa, ed essi piombarono in un silenzio imbronciato.

«Kharas,» disse Duncan, in tono paziente, «noi sappiamo quali sono i tuoi sentimenti sull’onore, e per questo ti applaudiamo. Ma l’onore non darà da mangiare ai bambini di coloro che potrebbero morire in questa battaglia, né impedirà ai nostri consanguinei di ripulire le nostre ossa, se dovessimo cadere. No,» continuò Duncan e la sua voce si fece severa e profonda, «esiste un tempo dell’onore e un tempo in cui va fatto ciò che dobbiamo.» Ancora una volta si sfregò la mascella.

«Tu stesso me l’hai dimostrato.»

Il volto di Kharas s’incupì. Con fare assente, alzata una mano per accarezzarsi la barba fluente che non c’era più, la lasciò poi ricadere con un’espressione di disagio e poi, arrossendo, si fissò i piedi.

«I nostri esploratori hanno controllato questo messaggio,» continuò Duncan. «L’esercito si è messo in marcia.»

Kharas sollevò lo sguardo, accigliandosi. «Non ci credo!» esclamò. «Non ci ho creduto quando l’ho sentito dire! Hanno lasciato Pax Tharkas? Prima dell’arrivo dei carri con i loro rifornimenti? Allora dev’essere vero, lo stregone deve aver preso il comando. Nessun generale farebbe un errore del genere...»

«Saranno sui Pianori nei prossimi due giorni. Il loro obbiettivo è, secondo i nostri informatori, la fortezza di Zhaman, dove hanno intenzione d’insediare il loro quartier generale. Abbiamo una piccola guarnigione laggiù che offrirà una resistenza simbolica e poi batterà in ritirata, sperando di riuscire ad attirarli all’aperto. »

«Zhaman,» borbottò Kharas, grattandosi la mandibola, dal momento che non poteva più tirarsi la barba. D’un tratto fece un passo avanti, adesso il suo volto traboccava di zelo. «Thane, se posso presentare un piano che metterà fine a questa guerra con un minimo spargimento di sangue, sei disposto ad ascoltare e a permettermi di tentare?»

«Ascolterò,» disse Duncan dubbioso, facendosi rigido in volto.

«Dammi uno squadrone scelto di nani, thane, e m’incaricherò di uccidere questo stregone, questo Fistandantilus. Quando sarà morto, mostrerò questa pergamena al suo generale e ai nostri consanguinei. Capiranno di essere stati traditi. Vedranno la potenza del nostro esercito schierata contro di loro. Allora dovranno certamente arrendersi!»

«E cosa ne faremo, se si arrenderanno?» sbottò seccamente Duncan, irritato, anche se mentre parlava stava già esaminando il piano nella sua mente. Gli altri thane avevano già smesso di borbottare nella propria barba e si stavano guardando l’un l’altro con le folte sopracciglia che s’intrecciavano sopra i loro occhi.

«Dà loro Pax Tharkas, thane,» disse Kharas, con foga ancora maggiore. «A quelli che vorranno viverci, naturalmente. Indubbiamente, i nostri consanguinei torneranno alle loro case. Potremmo far loro qualche concessione, non molte,» si affrettò ad aggiungere, vedendo il volto di Duncan che si oscurava. «Questo si potrà concordare con i termini della resa. Ma offriremo riparo e protezione agli umani ed ai nostri consanguinei durante l’inverno... potrebbero lavorare nelle miniere...»

«Il piano ha delle possibilità,» bofonchiò Duncan pensosamente. «Una volta che vi troverete nel deserto, potreste nascondervi nei Tumuli...»

Tacque, riflettendo. Poi, lentamente, scosse la testa. «Ma è una scelta pericolosa, Kharas. E tutto potrebbe risultare, alla fine, inutile. Anche se riuscirai a uccidere l’Oscuro, e ti ricordo che lo descrivono come uno stregone molto potente, ci sono tutte le possibilità che anche tu rimanga ucciso, prima di riuscire a parlare a questo generale Majere. Corre voce che sia il gemello dello stregone!»

Kharas ebbe uno stanco sorriso, sempre con la mano sulla mascella sbarbata. «Questo è un rischio che correrò con gioia, thane, se significa che nessun altro dei miei consanguinei morirà per mia mano.»

Duncan lo fissò furioso poi, sfregandosi la mascella ancora gonfia, sospirò. «Molto bene,» disse.

«Hai il nostro permesso. Scegli i tuoi compagni con cura. Quando andrai?»

«Questa notte, thane, con il tuo permesso.»