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«Le porte della montagna verranno aperte per te, poi torneranno a chiudersi. Che, poi, si riaprano per accoglierti vittorioso o per vomitare la potenza armata dei nani delle montagne, questo dipenderà da te, Kharas. Che la fiamma di Reorx possa risplendere sul tuo mantello.»

Dopo aver eseguito un nuovo inchino, Kharas si girò e uscì dalla sala, con passo ben più veloce e vigoroso di quando aveva fatto il suo ingresso.

«Se ne va uno che non possiamo certo permetterci di perdere,» disse uno dei thane, seguendo con lo sguardo la figura del nano alto e sbarbato che si allontanava.

«L’abbiamo perso fin dall’inizio,» sbottò Duncan, in tono aspro. Ma il suo volto era smunto e segnato dal dolore mentre borbottava queste parole. «Adesso dobbiamo mettere a punto i piani per la guerra.».

Capitolo ottavo.

«Di nuovo niente acqua,» dichiarò Caramon con calma.

Reghar aggrottò le sopracciglia. Malgrado il generale avesse mantenuto accuratamente la voce priva d’espressione, il nano sapeva di essere ritenuto responsabile. Rendersi conto che la colpa era in gran parte sua non aiutava, però, il corso degli eventi. L’unica sensazione più sciagurata e insopportabile della stessa colpevolezza era quella di sentirsi meritatamente colpevoli.

«Ci sarà un’altra pozza d’acqua a mezza giornata di marcia,» ribatté Reghar con una faccia dura come il granito. «Ai vecchi tempi si trovavano dappertutto, come le pustole del vaiolo.»

Il nano agitò un braccio. Caramon lanciò un’occhiata intorno a sé. Fin dove arrivava il suo sguardo, non c’era niente: né alberi, né uccelli, neppure il più piccolo arbusto striminzito. Niente, salvo interminabili miglia di sabbia, punteggiate qua e là da strani tumuli a cupola. Molto in distanza, le ombre scure della montagna di Thorbardin si profilavano davanti ai suoi occhi, come il ricordo tenace d’un brutto sogno.

L’esercito di Fistandantilus stava perdendo la battaglia prima ancora che cominciasse.

Dopo parecchi giorni di marce forzate, erano finalmente usciti dal passo montano che si trovava dietro Pax Tharkas, e adesso erano sui Pianori di Dergoth. Il convoglio dei rifornimenti non li aveva raggiunti e, a causa della veloce andatura con la quale si muovevano, pareva che ci sarebbe voluta più d’una settimana prima che i carri lenti e pesanti si ricongiungessero con loro.

Raistlin aveva insistito con i comandanti degli eserciti sulla necessità di fare in fretta e, malgrado Caramon si fosse opposto apertamente a suo fratello, Reghar aveva appoggiato l’arcimago ed era riuscito a portare dalla loro parte anche gli uomini delle pianure. Ancora una volta, Caramon aveva avuto poca scelta, se non quella di seguirli. E così l’esercito si alzava prima dell’alba, marciava facendo soltanto una breve sosta a mezzogiorno, e proseguiva fino al tramonto quando, con luce ancora sufficiente a vedere, si fermavano per accamparsi.

Non pareva un esercito di vincitori. Non c’erano più il cameratismo, le risate, i giochi della sera.

Non c’erano più i canti durante il giorno; perfino i nani avevano smesso il loro esaltato salmodiare, preferendo conservare il fiato per respirare mentre faticosamente marciavano un miglio dopo l’altro.

Di notte, gli uomini si accasciavano praticamente là dove si trovavano, mangiavano le loro magre razioni, e subito dopo piombavano in un sonno esausto fino a quando non arrivavano i sergenti a prenderli a calci e a pungolarli, per dare inizio a una nuova giornata.

Il morale era basso. C’erano mormorii e lamentele, specialmente man mano che il cibo diminuiva.

Quello non era stato un problema in mezzo alle montagne. La cacciagione era stata abbondante. Ma una volta arrivati sui Pianori, come Caramon aveva predetto, le uniche cose viventi visibili erano loro stessi. Vivevano di pane duro cotto senza lievito e di strisce di carne secca che venivano distribuiti due volte il giorno, la mattina e la sera. E Caramon sapeva che, se i carri dei rifornimenti non li avessero raggiunti al più presto, anche quella piccola quantità sarebbe stata ridotta della metà.

Ma il generale aveva altre preoccupazioni oltre al cibo, entrambe più cruciali. Una era la mancanza d’acqua. Malgrado Reghar gli avesse detto fiduciosamente che c’erano pozze d’acqua sui Pianori, le prime due che avevano trovato erano in secca. Allora, e soltanto allora, il vecchio nano aveva arcignamente ammesso che l’ultima volta che aveva messo gli occhi sui Pianori era avvenuto prima del Cataclisma. L’altro problema di Caramon era costituito dai rapporti fra gli alleati, che si andavano rapidamente deteriorando.

Sempre appesa a un filo nel migliore dei casi, adesso l’alleanza si stava sfaldando. Gli uomini del nord imputavano ai nani e agli uomini delle pianure i loro attuali problemi, dal momento che avevano appoggiato lo stregone.

Gli uomini delle pianure, da parte loro, non si erano mai trovati fra le montagne prima di allora.

Avevano scoperto che vivere e combattere su un terreno montuoso significava cimentarsi con il freddo e la neve e, come il capo aveva detto a Caramon, esprimendosi in modo crudo: «O è troppo su o è troppo giù!»

Adesso, vedendo le gigantesche montagne di Thorbardin profilarsi sull’orizzonte meridionale, gli uomini delle pianure cominciavano a pensare che tutto l’oro e l’acciaio scuri rivolti verso nord, e seppe che una mattina si sarebbe svegliato e avrebbe scoperto che se n’erano andati.

Da parte loro i nani consideravano gli umani codardi e deboli, gente che correva a piangere dalla mamma chiedendo d’esser riportati a casa nel momento in cui le cose si facevano un po’ difficili.

Essi giudicavano la mancanza d’acqua e di cibo niente più d’un piccolo fastidio. Il nano che osasse anche soltanto accennare al fatto che aveva sete veniva subito redarguito dai suoi compagni.

Quella sera, mentre si trovava nel bel mezzo della distesa desertica, prendendo a calci la sabbia con la punta del suo stivale, Caramon pensò a questo e agli altri suoi problemi.

Poi, alzando gli occhi, lo sguardo di Caramon si appuntò su Reghar. Convinto che Caramon non lo stesse osservando, il vecchio nano aveva perso la sua ferrea severità: aveva infossato le spalle e sospirava per la stanchezza. La sua somiglianza con Flint fece dolere il cuore a Caramon per la sua intensità. Vergognandosi per la propria collera, sapendo che era diretta più a se stesso che a chiunque altro, Caramon fece il possibile per fare ammenda.

«Non preoccuparti. Abbiamo abbastanza acqua per tutta la notte. Domani troveremo di sicuro una pozza d’acqua, non credi?» disse battendo impacciato una mano sulla schiena di Reghar. Il vecchio nano sollevò lo sguardo su Caramon, sorpreso e subito insospettito, temendo di essere il bersaglio di qualche battuta.

Ma nel vedere il volto stanco di Caramon che gli sorrideva incoraggiante, Reghar si rilassò. «Sì,» il nano annuì, con un riluttante sorriso in risposta. «Domani, certamente.»

Allontanandosi dalla pozza disseccata, i due fecero ritorno al campo.

La notte scendeva presto sui Pianori di Dergoth. Il sole calò rapidamente dietro le montagne, come se lo nauseasse la vista di quella terra vasta, desolata, di quel terreno sterile, spoglio, deserto. Pochi fuochi ardevano. Per la maggior parte i soldati erano troppo stanchi per prendersi la briga di accenderli, e comunque non c’era nessun cibo da cuocere. Raggruppati separatamente a seconda della loro provenienza o razza, i nani delle colline, i settentrionali e gli uomini delle pianure si scambiavano sguardi carichi si sospetto. Naturalmente, tutti evitavano i Dewar.

Caramon, sollevando lo sguardo, vide la propria tenda, staccata da tutte le altre, come in un estremo desiderio di cancellare tutto il resto del campo.

Un’antica leggenda di Krynn narrava di un uomo che, un giorno, aveva commesso un crimine così orrendo che gli stessi dei si erano riuniti per infliggergli la punizione. Quando annunciarono che, d’ora in avanti, l’uomo avrebbe avuto la capacità di vedere nel futuro, l’uomo rise, convinto di aver battuto in astuzia gli dei. L’uomo, però, era poi morto d’una morte atroce, qualcosa che Caramon non era mai riuscito a capire.