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Ora, invece, aveva capito, e l’anima gli faceva male. Davvero, non si sarebbe potuta infliggere punizione peggiore a un mortale: infatti, vedendo il futuro e sapendo cosa accadrà, l’uomo viene privato del suo dono più grande, la speranza.

Fino a quel momento, Caramon aveva sperato. Aveva creduto che Raistlin avrebbe tirato fuori un piano. Aveva creduto che suo fratello non avrebbe permesso che questo accadesse. Ma adesso, sapendo che a Raistlin, davvero, non importava nulla di ciò che sarebbe stato di quegli uomini e di quei nani e delle famiglie che si erano lasciati alle spalle, la speranza di Caramon si era spenta: erano condannati. E non c’era niente che lui potesse fare per impedire che quanto era accaduto prima, accadesse di nuovo.

Conoscendo questo, e conoscendo il dolore che ciò doveva inevitabilmente costargli, Caramon cominciò, senza avvedersene, a distanziarsi da coloro per i quali si era preoccupato. Cominciò a pensare alla sua casa.

La sua casa! Quasi dimenticata, perfino ricacciata di proposito nei recessi della sua mente... adesso i ricordi della sua casa Io inondavano con tale, vivida chiarezza, ogni volta che lui lo permetteva, che talvolta, durante le sue lunghe, solitarie serate, fissava un fuoco che non poteva vedere a causa delle lacrime.

Questo era l’unico pensiero che permetteva a Caramon di tirare avanti. A mano a mano che conduceva il suo esercito più vicino alla sconfitta, ogni passo lo conduceva più vicino a Tika, più vicino a casa...

«Attento!» Reghar lo afferrò, riscuotendolo dal suo sogno ad occhi aperti. Caramon ammiccò più volte e sollevò lo sguardo un attimo prima d’inciampare su uno degli strani tumuli che punteggiavano i Pianori.

«Ma cosa sono questi dannati affari?» brontolò Caramon, fissando il tumulo con furore. «Qualche tipo di tana di animali? Ho sentito parlare di scoiattoli senza coda che vivono in tane come queste sulle grandi terre piatte di Eastwilde.» Studiò corrucciato la struttura, che era alta quasi tre piedi e larga altrettanto, e scosse la testa. «Ma non mi piacerebbe affatto incontrare lo scoiattolo che ha costruito questo!»

«Ah! Macché scoiattoli!» esclamò Reghar, sprezzante. «Questi, li hanno costruiti i nani! Non lo vedi? Guarda come sono fatti, come sono rifiniti...» Passò amorevolmente la mano sulla liscia cupola. «Da quando in qua la natura fa un lavoro così perfetto?»

Caramon sbuffò. «Nani? Ma... perché? Per cosa? Neppure ai nani piace lavorare al punto da farlo per la propria salute! Perché mai perdere tempo a costruire tumuli nel deserto?»

«Posti di osservazione,» spiegò Reghar, succintamente.

«Osservazione?» sogghignò Caramon. «Per osservare cosa? I serpenti?»

«Il territorio, il cielo, gli eserciti... come il nostro.» Reghar batté il piede, sollevando una nuvola di polvere. «Hai sentito?»

«Sentito cosa?»

«Questo.» Reghar batté un’altra volta il piede. «È vuoto.»

La fronte di Caramon si spianò. «Gallerie!» I suoi occhi si spalancarono. Fissando il deserto davanti a sé e i tumuli che s’innalzavano l’uno dopo l’altro da quella terra piatta, dette in un fischio sommesso.

«Miglia e miglia di gallerie!» esclamò Reghar, annuendo. «Scavate così tanto tempo fa che erano già antiche per mio bisnonno. Naturalmente,» il nano sospirò, «la maggior parte di esse non è stata più usata durante tutto il tempo passato da allora. Stando alle leggende, un tempo c’erano delle fortezze fra qui e Pax Tharkas, che arrivavano fino ai Monti Kharolis. Un nano avrebbe potuto camminare da Pax Tharkas a Thorbardin senza mai vedere una sola volta il sole, se quelle vecchie storie sono vere.

«Adesso le fortezze non ci sono più. Ed è probabile che anche molte delle gallerie non ci siano più. Il Cataclisma ne ha distrutto la maggior parte. Però,» continuò Reghar, in tono più allegro, mentre riprendeva a camminare insieme a Caramon, «non sarei sorpreso se Duncan avesse qualche spia là sotto, che si aggira furtiva come un sorcio.»

«Che si trovino sopra o sotto, in ogni caso ci vedranno sempre arrivare da molto lontano,» borbottò Caramon, scrutando il terreno piatto e vuoto.

«Già,» disse Reghar. «E non gli servirà proprio a niente.» Caramon non rispose, e i due proseguirono, l’omone tornò da solo alla sua tenda e il nano all’accampamento della sua gente.

Dentro uno dei tumuli, non lontano dalla tenda di Caramon, degli occhi stavano davvero osservando l’esercito, seguendo ogni sua singola mossa. Ma quegli occhi non erano interessati all’esercito in sé. Erano interessati a tre persone, tre persone soltanto...

«Non manca molto, adesso,» disse Kharas. Stava scrutando fuori attraverso delle fessure intagliate con tanta abilità nella roccia da permettere a chi si trovava dentro il tumulo di guardar fuori, ma impedendo a chi guardava il tumulo dall’esterno di guardar dentro. «Quant’è la distanza, secondo i tuoi calcoli?»

La domanda era stata rivolta a un nano dall’aspetto antico e trasandato, il quale si degnò di dare un’occhiata fuori, con aria annoiata, dando poi un’altra occhiata valutatrice alla lunghezza della galleria sotto di loro. «Duecentocinquantatré passi ci porteranno dritti al centro,» annunciò senza esitazione.

Kharas guardò fuori sui Pianori, dove la grande tenda del generale si ergeva separata dai fuochi dei bivacchi dei suoi uomini. A Kharas pareva una cosa prodigiosa, che il vecchio nano potesse valutare la distanza in maniera così accurata. L’eroe avrebbe potuto esprimere dei dubbi, se si fosse trattato di qualcun altro e non di Smasher. Ma il vecchio ladro che era stato richiamato dalla pensione proprio per quel compito aveva la solida reputazione di aver compiuto imprese straordinarie, una reputazione che quasi equivaleva a quella dello stesso Kharas.

«Il sole sta tramontando,» riferì Kharas, piuttosto inutilmente poiché l’allungarsi delle ombre poteva esser visto proiettarsi obliquo sulle pareti rocciose della galleria dietro di lui. «Il generale è di ritorno. Sta entrando nella tenda.» Kharas corrugò la fronte. «Per la barba di Reorx, spero che non decida di cambiare le proprie abitudini proprio stanotte.»

«Non lo farà,» dichiarò Smasher. Comodamente rannicchiato in un angolo, parlava con la tranquilla certezza di chi (ai vecchi tempi) si era guadagnato da vivere osservando il venire, e più in particolare l’andare, dei suoi simili. «La prima cosa che impari quando svaligi una casa: tutti hanno le loro radicate abitudini, e a nessuno piace cambiarle. Il tempo è bello, non ci sono state sorprese, non c’è niente, là fuori, se non sabbia, e ancora sabbia. No, non cambierà le sue abitudini.»

Kharas corrugò la fronte. Non gli piaceva quella rievocazione del passato di fuorilegge del nano. Ben conscio dei propri limiti, Kharas aveva scelto Smasher per quella missione poiché aveva bisogno di qualcuno capace di muoversi in modo furtivo, rapido e silenzioso, capace di attaccare di notte e di fuggire nel buio.

Ma Kharas, che era stato ammirato dai Cavalieri di Solamnia per il suo senso dell’onore, provava ugualmente i morsi della coscienza. Tranquillizzò la propria anima ricordando che Smasher, molto tempo addietro, aveva pagato per le sue malefatte e aveva perfino compiuto parecchie imprese per il suo re, che avevano fatto di lui, se non un personaggio dalla reputazione immacolata, per lo meno un eroe minore.

Inoltre, si disse Kharas, pensa alle vite che salveremo.

Proprio mentre pensava questo, tirò un sospiro di sollievo. «Hai ragione, Smasher, ecco che arrivano lo stregone dalla sua tenda e la strega dalla propria.»

Stringendo con una mano il manico del martello, assicurato saldamente alla sua cintura, Kharas usò l’altra mano per spostare in una posizione più comoda una spada corta che portava infilata accanto al martello. Infine, affondò la mano in una borsa e ne tirò fuori una pergamena arrotolata, e con un’espressione pensierosa e solenne sulla faccia sbarbata, la cacciò in una tasca sicura della sua armatura di cuoio.