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Voltandosi verso i quattro nani che erano alle sue spalle, disse: «Ricordatevi di non far del male alla donna o al generale più di quanto sia necessario per sopraffarli. Ma... lo stregone deve morire, e deve morire velocemente, poiché è lui il più pericoloso.»

Smasher sogghignò, e si rilassò sulla schiena ancora più comodamente. Lui non sarebbe andato.

Era troppo vecchio. Un tempo si sarebbe sentito insultato, ma adesso aveva un’età in cui una cosa del genere suonava come un complimento. Inoltre, le ginocchia gli scricchiolavano in maniera allarmante.

«Lasciate che si accomodino» consigliò loro il vecchio ladro. «Lasciate che si rilassino, che comincino a cenare. Poi,» si passò una mano sulla gola, dando in una risata chioccia, «duecentocinquantatré passi...»

Garic, di sentinella fuori della tenda del generale, ascoltava il silenzio che regnava all’interno. Era più inquietante e pareva echeggiare più forte del più violento litigio.

Lanciando un’occhiata all’interno attraverso la falda aperta della tenda, Garic vide i tre seduti insieme, come facevano tutte le sere, tranquilli, borbottando solo occasionalmente, ciascuno in apparenza immerso nelle proprie preoccupazioni.

Lo stregone era profondamente impegnato nei suoi studi. Correva voce che stesse progettando alcuni grandi, potenti incantesimi, che avrebbero fatto saltare le porte di Thorbardin. In quanto alla strega, chi mai poteva sapere cosa stesse pensando? Garic era grato a Caramon, che per lo meno la teneva d’occhio.

Erano corse voci bizzarre sulla strega, fra i soldati. Voci di miracoli fatti a Pax Tharkas, di morti che erano tornati in vita a un suo tocco, di gambe e braccia che erano ricresciute dai moncherini insanguinati. Garic non le aveva neanche prese in considerazione, naturalmente. Però, c’era stato qualcosa in lei, in questi ultimi giorni, che induceva il giovane a chiedersi se la sua prima impressione fosse stata corretta.

Garic si mosse inquieto al vento gelido che spazzava il deserto. Dei tre presenti nella tenda, era il generale quello che lo preoccupava maggiormente. Durante gli ultimi mesi il giovane aveva finito per riverire, e addirittura idolatrare Caramon. Osservandolo da vicino, cercando d’imitarlo il più possibile, Garic aveva notato l’ovvia depressione e infelicità del generale, che I’omone riteneva di riuscire a nascondere molto bene. Per Garic, Caramon aveva assunto il posto della famiglia che aveva perduto, e adesso il giovane cavaliere rifletteva il dolore di Caramon, proprio come avrebbe fatto per il dolore d’un fratello più vecchio.

«Sono quei dannati nani scuri,» borbottò Garic ad alta voce, battendo i piedi per evitare che s’intorpidissero. «Non mi fido di loro, questo è sicuro. Li manderei via, e sono sicuro che anche il generale lo farebbe, se non fosse per suo fra...»

Garic s’interruppe, trattenendo il fiato e aguzzando gli orecchi.

Niente. Ma avrebbe potuto giurare che...

Con la mano sull’elsa della spada il giovane cavaliere scrutò il deserto. Malgrado di giorno facesse molto caldo, di notte quello era un posto freddo e sgradevole. In lontananza vide i fuochi dei bivacchi. Qua e là poteva distinguere le ombre degli uomini che passavano.

Poi l’udì di nuovo. Un lieve rumore alle sue spalle. Sì, direttamente alle sue spalle. Come un passo di pesanti stivali dalle suole di ferro...

«Cos’è stato?» chiese Caramon, sollevando la testa. «Il vento,» mormorò Crysania, lanciando un’occhiata alla tenda e rabbrividendo, nell’osservare come il tessuto s’increspasse, quasi respirando come una cosa viva. «Soffia incessantemente in questo luogo orribile.»

Caramon si alzò a mezzo, con la mano sull’elsa della spada. «Non era il vento.»

Raistlin alzò lo sguardo su suo fratello. «Oh, siediti!» gli intimò, irritato, con un basso ringhio. «E finisci la tua cena, in modo che io possa tornarmene ai miei studi.»

L’arcimago stava ripassando nella mente un incantesimo particolarmente difficile. Vi si stava cimentando da molti giorni, cercando di scoprire la giusta inflessione e la pronuncia indispensabili a svelare i segreti delle parole. Finora avevano eluso la sua comprensione, mostrandosi prive di senso.

Spingendo da parte il piatto ancora pieno, Raistlin fece per alzarsi, quando il mondo letteralmente cedette sotto i suoi piedi.

Come se si trovasse sul ponte di una nave che stesse scivolando lungo un’onda ripida, il terreno sabbioso s’inclinò sotto il suo piede. Abbassando lo sguardo, pieno di stupore, l’arcimago vide un ampio foro spalancarsi davanti a lui. Uno dei pali che reggeva la tenda s’inclinò e vi cadde dentro, facendola afflosciare. Una lanterna appesa ai sostegni oscillò come impazzita, facendo beccheggiare e sobbalzare le ombre come tanti demoni.

Istintivamente, Raistlin si afferrò al tavolo e riuscì a salvarsi, evitando di cadere nel foro che si stava rapidamente allargando. Ma, mentre lo faceva, vide delle figure strisciare fuori dal foro: figure tozze e barbute. Per un istante la luce che danzava impazzita trasse riflessi vividi da lame d’acciaio, scintillò in occhi scuri e truci. Poi le figure sprofondarono nelle ombre.

«Caramon!» gridò Raistlin, ma capì subito dal trepestio alle sue spalle, accompagnato da una feroce imprecazione e dallo sferragliare di una lama d’acciaio estratta precipitosamente dal fodero, che Caramon era ben conscio del pericolo.

Raistlin udì anche una voce femminile che scandiva alto il nome di Paladine, e vide i vividi contorni di una luce bianca e pura, ma non ebbe il tempo di preoccuparsi di Crysania. Un enorme martello da guerra dei nani, in apparenza impugnato dall’oscurità stessa, lampeggiò alla luce della lanterna, mirando direttamente alla sua testa.

Pronunciando il primo incantesimo che gli venne in mente, Raistlin vide con soddisfazione un’invisibile forza arcana strappare il martello dalla mano del nano. Per suo ordine, la forza trasportò il martello attraverso il buio, per lasciarlo cadere con un tonfo all’angolo della tenda.

Dapprima stordita da quell’attacco inaspettato, adesso la mente di Raistlin era attiva ed operante.

Una volta superato lo shock iniziale, il mago la vedeva semplicemente come un’altra irritante interruzione dei suoi studi. Progettando di porvi rapidamente fine, l’arcimago rivolse la sua attenzione al nemico, il quale si ergeva davanti a lui fissandolo con occhi che non mostravano nessuna paura.

Non provando lui stesso nessuna paura, calmo nella consapevolezza che niente poteva ucciderlo, poiché era protetto dal tempo, Raistlin fece appello alla sua magia freddamente, senza affrettarsi.

La sentì raccogliersi in spire intorno al suo corpo, sentì l’estasi percorrere la sua persona come un piacere sensuale. Decise che quella sarebbe stata una piacevole diversione rispetto ai suoi studi. Un interessante esercizio... Tendendo le mani, cominciò a pronunciare le parole che avrebbero scagliato saette di sfrigolante luce azzurra attraverso il corpo del suo nemico in preda alle convulsioni. Ma venne inopinatamente interrotto.

Con la repentinità d’uno scroscio di tuono, due figure comparvero davanti a lui, balzando fuori dall’oscurità come se fossero cadute da una stella.

Ruzzolando ai piedi del mago, una delle figure lo fissò in preda a un’incontenibile eccitazione.

«Oh, guarda, è Raistlin! Ce l’abbiamo fatta, Gnimsh! Ce l’abbiamo fatta! Ehi, Raistlin! Scommetto che sei sorpreso di vedermi, uh? E, oh, ho da raccontarti la storia più meravigliosa che si possa immaginare! Vedi, ero morto. Be’, non lo ero per davvero, ma...»

«Tasslehoff!» rantolò Raistlin.

I pensieri sfrigolarono nella mente dell’arcimago, come il lampo avrebbe potuto sfrigolare dalle punte delle sue dita.

Il primo: un kender! Il Tempo poteva venir alterato!

Il secondo: il Tempo può venir alterato!

Il terzo: io posso morire!

Lo shock causato da quei pensieri scosse il corpo di Raistlin, dissolvendo la sua freddezza e la sua calma così indispensabili ad un fruitore di magia per lanciare i suoi complicati incantesimi.