«Generale!» gridò. «Caramon! Sono io!»
D’un tratto un dolore lancinante e il suono familiare della voce di Garic penetrarono il cervello di Caramon. Con un gemito, si strinse la testa fra le mani e barcollò. Garic lo afferrò mentre cadeva, calandolo su una sedia dove non avrebbe più rischiato di farsi del male.
«Mio fratello?» chiese Caramon con voce impastata.
«Caramon... io...» Garic deglutì.
«Mio fratello!» esclamò Caramon, con voce rauca, stringendo il pugno.
«L’abbiamo portato nella sua tenda,» rispose Garic con voce sommessa. «La ferita è...»
«Cosa? La ferita è cosa?» digrignò Caramon con impazienza, sollevando la testa e fissando Garic con occhi iniettati di sangue e colmi di dolore.
Garic aprì la bocca, la chiuse, poi scosse la testa. «M... mio padre mi ha parlato di ferite del genere,» mormorò. «Uomini che andavano avanti giorni e giorni in preda a una terribile agonia...»
«Vuoi dire che è una ferita al ventre,» disse Caramon.
Garic annuì, poi si coprì il volto con la mano. Caramon, guardandolo con attenzione, si avvide che il giovane era pallido come la morte. Sospirando, chiudendo gli occhi, Caramon si preparò allo stordimento e alla nausea che l’avrebbero assalito quando si fosse rialzato in piedi. Poi, con un movimento risoluto, si alzò. L’oscurità turbinò e sussultò intorno a lui. Si costrinse a restare in piedi senza vacillare, e quando la vertigine fu passata, aprì gli occhi.
«Come ti senti?» chiese a Garic, fissando intensamente il giovane cavaliere.
«Sto bene,» rispose Garic, e la sua faccia arrossì per la vergogna. «Mi... mi hanno attaccato alle spalle.»
«Già.» Caramon vide il sangue incrostato sui capelli del giovane. «Capita. Non preoccuparti.» Il grosso guerriero sorrise senza allegria. «Mi hanno attaccato di fronte.»
Garic annuì di nuovo, ma era chiaro dall’espressione del suo viso che quella sconfitta gli rodeva la mente.
Gli passerà, pensò Caramon con stanchezza. Tutti dobbiamo affrontarlo, presto o tardi.
«Adesso andrò a far visita a mio fratello,» annunciò, avviandosi fuori della tenda con passo incerto.
Poi si fermò. «E Dama Crysania?»
«È addormentata. La lama di un coltello è rimbalzata sulle sue... uh... costole. Io... noi l’abbiamo medicata... meglio che potevamo. Abbiamo dovuto... lacerare le sue vesti.» Il rossore di Garic divenne ancora più intenso. «E le abbiamo dato da bere un po’ di brandy...»
«Sa di Raist... Fistandantilus?»
«Lo stregone l’ha proibito.»
Caramon rizzò le sopracciglia, poi corrugò la fronte. Guardando la tenda in rovina intorno a sé, vide la scia di sangue sul terriccio calpestato del pavimento. Tirando un profondo respiro, aprì la falda della tenda e uscì fuori con passo barcollante. Garic lo seguì.
«L’esercito?»
«Lo sanno. La voce si è diffusa.» Garic allargò le braccia in un gesto d’impotenza. «C’era così tanto da fare. Abbiamo tentato d’inseguire i nani...»
«Bah!» Caramon sbuffò, sussultando quando uno spasimo lacerante gli trafisse il cranio. «Avranno fatto crollare la galleria.»
«Sì. Abbiamo provato a scavare, ma tanto varrebbe mettersi a scavare l’intero dannato deserto,» dichiarò Garic con amarezza.
«E l’esercito?» insistè Caramon, fermandosi fuori della tenda di Raistlin. Udì un gemito sommesso provenire dall’interno.
«Gli uomini sono frastornati,» disse Garic con un sospiro. «Parlano. Sono confusi. Non so.».
Caramon afferrò la situazione. Lanciò un’occhiata nell’oscurità che regnava all’interno della tenda di suo fratello. «Entrerò da solo. Grazie per tutto quello che hai fatto, Garic,» aggiunse con gentilezza. «Adesso vai, e riposati un po’ prima di perdere i sensi per la stanchezza. Avrò bisogno di te più tardi, e non mi sarai di nessun aiuto ammalato.»
«Sì, signore,» replicò Garic. Fece per allontanarsi, barcollando, poi si fermò, voltandosi. Infilò la mano sotto il pettorale della sua armatura e tirò fuori un pezzo di pergamena intriso di sangue.
«Abbiamo... abbiamo trovato questo... nella tua mano, signore. E scritto in nanesco...»
Caramon guardò la pergamena, l’aprì, lesse quanto vi era scritto, poi tornò ad arrotolarla senza far commenti, cacciandosela nella cintura.
Adesso le tende erano circondate da sentinelle. Facendo cenno a una di queste, Caramon aspettò finché non si fu accertato che Garic veniva aiutato a raggiungere il proprio letto. Poi, facendosi forza, entrò nella tenda di Raistlin.
Una candela ardeva su un tavolo, accanto a un libro degli incantesimi che era stato lasciato aperto: era ovvio che l’arcimago si aspettava di ritornare ai suoi studi subito dopo la cena. Un nano di mezza età, segnato dalle cicatrici di molte battaglie (Caramon riconobbe in lui uno dei membri dello stato maggiore di Reghar) era rannicchiato fra le ombre accanto al letto. Una guardia accanto all’ingresso scattò sull’attenti quando Caramon entrò.
«Aspetta fuori,» ordinò Caramon alla guardia, e l’uomo uscì.
«Non permette che lo tocchiamo,» disse il vecchio nano indicando Raistlin con un cenno del capo.
«La ferita dev’essere fasciata. Non servirà a molto, naturalmente. Ma potrebbe tener dentro una parte di lui per un po’.»
«Mi occuperò io di lui,» dichiarò Caramon aspro.
Mettendo le mani sulle ginocchia, il nano si spinse in piedi.
Esitò, si schiarì la gola, come se si stesse chiedendo se doveva o no parlare. Presa la decisione, guardò Caramon in tralice con occhi scaltri e luminosi.
«Reghar mi ha detto che dovevo dirtelo. Se vuoi che lo faccia io... sai... farla finita velocemente, l’ho fatto altre volte. È una specie di dono che ho. Sono macellaio di professione, capisci...»
«Fuori.»
Il nano scrollò le spalle. «Come vuoi. Sta a te decidere. Però se fosse mio fratello...»
«Fuori!» ripetè Caramon con voce sommessa. Non seguì con lo sguardo il nano mentre se ne andava, neppure sentì il rumore dei suoi pesanti stivali. Tutti i suoi sensi erano concentrati sul suo gemello.
Raistlin giaceva sul suo letto, ancora vestito, con le mani serrate sulla sua orribile ferita. Macchiate di scuro a causa del sangue, le vesti e le carni del mago erano incollate insieme in un orrendo viluppo. Ed era in agonia. Contorcendosi involontariamente sul letto, ogni respiro che il mago esalava era un gemito basso e incoerente di dolore. Ogni inspirazione era una gorgogliante tortura.
Ma per Caramon lo spettacolo più orrendo era quello degli occhi luccicanti di suo fratello, che lo fissavano, consapevoli della sua presenza, mentre si avvicinava al letto. Raistlin era cosciente.
Inginocchiatosi accanto al letto di suo fratello, Caramon appoggiò una mano sulla testa febbricitante del suo gemello. «Perché non hai permesso che andassero a chiamare Crysania?» gli chiese con voce sommessa.
Raistlin fece una smorfia. Digrignando i denti costrinse le parole a uscirgli dalle labbra macchiate di sangue. «Paladine... non... mi... guarirà!» Quest’ultimo era un rantolo che terminò con un urlo strozzato.
Caramon lo fissò confuso. «Ma... stai morendo! Tu non puoi morire! Avevi detto...»
Raistlin roteò gli occhi, buttò indietro la testa. Il sangue gli gocciolò dalla bocca. «Il tempo... alterato... tutto... cambiato!» «Ma...»
«Vattene! Lasciami morire!» urlò Raistlin, in preda alla collera e al dolore, contorcendo il corpo.
Caramon rabbrividì. Cercò di guardare suo fratello con pietà, ma il viso, smunto e contorto per la sofferenza, non era il volto che conosceva.
La maschera di saggezza e intelligenza era stata strappata via, rivelando le linee scheggiate dell’orgoglio, dell’ambizione, dell’avarizia e della crudeltà insensibile. Era come se Caramon, pur guardando un volto che aveva sempre conosciuto, vedesse il suo gemello per la prima volta.
Forse, pensò Caramon, Dalamar ha visto questo volto nella Torre della Grande Stregoneria, mentre Raistlin gli bruciava la carne con le mani nude, praticandogli quei fori. Forse anche Fistandantilus aveva visto quel volto mentre moriva...