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Guybon annuì, già emanando ordini concisi che i funzionari dagli abiti marroni si affrettavano a copiare perché lui li firmasse per poi passarli ai giovani messaggeri in bianco e rosso che partivano di corsa non appena avevano il foglio in mano. I volti dei ragazzi erano spaventati. Birgitte stessa non aveva tempo per la paura. Elayne non ne provava, ed era prigioniera. Tristezza sì, ma non paura.

«Di certo abbiamo bisogno di salvare Elayne,» disse Dyelin con calma «ma non credo che ti ringrazierà se per farlo consegnerai Caemlyn ad Arymilla. Non contando gli uomini nelle torri e a difesa dei cancelli, quasi la metà dei soldati addestrati e degli armigeri nella città sono sulle mura nord. Se porti via tutti gli altri, basterà un attacco per conquistare una porzione di mura. Balestre e archi da soli non li fermeranno. Una volta ottenuta quella porzione, le forze di Arymilla si riverseranno nella città, abbastanza da sopraffare gli uomini che proponi di lasciare. Avrai invertito del tutto le nostre posizioni, peggiorando la tua. Arymilla avrà Caemlyn ed Elayne si ritroverà all’esterno senza sufficienti armigeri per rientrare. A meno che questi Amici delle Tenebre non abbiano intrufolato in qualche modo un esercito dentro Caemlyn, poche centinaia di uomini saranno lo stesso di migliaia.»

Birgitte la guardò minacciosa. Non era mai riuscita a farsi piacere Dyelin. Non sapeva perché con esattezza, ma Dyelin l’aveva fatta irritare fin dalla prima volta che l’aveva vista. Era piuttosto certa che l’altra donna provasse lo stesso nei suoi confronti. Birgitte non poteva mai dire ‘su’ senza che Dyelin dicesse ‘giù’. «Ate interessa mettere Elayne sul trono, Dyelin. A me interessa tenerla viva per sedersi su quel trono. Oppure no, sempre che sia viva. Le devo la mia vita e non lascerò che la sua sgoccioli via nelle mani degli Amici delle Tenebre.» Dyelin tirò su col naso e tornò a studiare i dischi rossi come se potesse vedere i soldati che combattevano, il suo cipiglio che accentuava le rughe agli angoli degli occhi.

Birgitte serrò le mani dietro la schiena e si costrinse a rimanere immobile. Voleva camminare avanti e indietro dall’impazienza. Elayne stava ancora procedendo lenta verso il Cancello dell’Alba. «C’è qualcosa che devi sapere, Guybon. Affronteremo almeno due Aes Sedai, forse più, e potrebbero avere un’arma, un ter’angreal che crea il fuoco malefico. Ne hai mai sentito parlare?»

«Mai. Suona pericoloso, però.»

«Oh, lo è. Tanto pericoloso che alle Aes Sedai è proibito. Nella Guerra dell’Ombra, perfino gli Amici delle Tenebre smisero di usarlo.» Proruppe in un’amara risata. Tutto quello che lei ora sapeva del fuoco malefico era ciò che le aveva detto Elayne. era stata lei stessa a parlargliene, tuttavia quello non faceva che rendere le cose peggiori. Tutti i suoi ricordi sarebbero svaniti? Non pensava di averne perso nessuno di recente, ma se fosse successo, come l’avrebbe saputo? Riusciva a ricordarsi frammenti della fondazione della Torre Bianca, pezzi di quello che lei e Gaidal avevano fatto per contribuirvi, ma nulla prima di quello. Tutte le sue memorie precedenti erano scomparse come fumo.

«Be’, almeno anche noi avremo delle Aes Sedai dalla nostra parte» disse Guybon nel firmare un altro ordine.

«Sono tutte morte tranne Elayne» gli disse senza giri di parole. Non c’era alcun modo di dirlo con più tatto. Dyelin rimase senza fiato e il suo volto impallidì. Uno dei funzionari si portò una mano alla bocca e un altro rovesciò la sua boccetta di inchiostro. Il liquido si spanse per il tavolo in un flusso nero e iniziò a colare sul pavimento. Invece di rimproverare l’uomo, comare Anford si resse in piedi appoggiando una mano sullo scrittoio di un altro funzionario. «Spero di riuscire a compensare tutto questo,» proseguì Birgitte «ma non posso promettere nulla tranne che perderemo degli uomini oggi. Forse parecchi.»

Guybon si raddrizzò. La sua espressione era pensierosa, i suoi occhi nocciola fissi. «Questo renderà la giornata interessante» disse infine. «Ma riprenderemo l’erede al trono, a qualunque costo.» Un uomo serio, Charlz Guybon, e coraggioso. Lo aveva dimostrato già abbastanza spesso sulle mura. Troppo attraente per i suoi gusti, naturalmente.

Birgitte si rese conto che aveva iniziato a camminare avanti e indietro sul mosaico e si fermò. Lei non sapeva nulla sull’essere un generale, qualunque cosa pensasse Elayne, ma sapeva che mostrare nervosismo poteva contagiare gli altri. Elayne era viva. Questo era tutto ciò che aveva importanza. Viva e più lontana ogni minuto che passava. L’uscio di sinistra si aprì e uno degli uomini della Guardia annunciò che Julanya Fote e Keraille Surtovni erano tornate. Guybon esitò e la guardò, ma quando Birgitte non disse nulla, lui ordinò di farle entrare.

Erano donne diverse, perlomeno nell’aspetto, anche se ciascuna portava un bastone da passeggio di legno. Julanya era paffuta e graziosa, con sprazzi di bianco fra i capelli scuri, mentre Keraille era bassa e magra, con occhi verdi obliqui e riccioli rosso fuoco. Birgitte si domandò se quelli fossero i loro veri nomi. Quelle donne della Famiglia cambiavano nomi con la stessa facilità con cui altre donne si cambiavano le calze. Indossavano semplici abiti di lana adatti ad ambulanti di campagna, cosa che erano state in passalo, e ciascuna era un’acuta osservatrice, abile nel prendersi cura di sé stessa. Potevano cavarsi d’impaccio in molte situazioni, ma i loro semplici coltelli da cintura non erano le uniche lame che portavano e potevano sorprendere un uomo robusto con quello che sapevano fare con quei bastoni da passeggio. Entrambe fecero delle riverenze. Le gonne e il mantello di Julanya erano umidi e schizzati di fango sui bordi.

«Ellorien, Luan e Abelle hanno iniziato a smontare il campo stamattina presto, mia signora» disse.

«Io sono rimasta solo il tempo sufficiente ad assicurarmi della loro direzione — a nord — prima di venire a fare rapporto.»

«Lo stesso vale per Aemlyn, Arathelle e Pelivar, mia signora» aggiunse Keraille. «Sono in marcia verso Caemlyn.»

A Birgitte non serviva esaminare la grande mappa stesa sul tavolo con i suoi contrassegni. A seconda di quanto fossero fangose le strade, di quanta fosse stata la pioggia con cui avrebbero dovuto fare i conti, potevano raggiungere la città per quel pomeriggio. «Avete agito bene, entrambe. Andate a farvi un bagno caldo. Pensi che abbiano cambiato opinione?» chiese a Dyelin una volta che le due donne se ne furono andate.

«No» rispose la donna senza esitazione, poi sospirò e scosse il capo. «Temo che la cosa più probabile sia che Ellorien abbia convinto gli altri ad appoggiare lei per il trono del Leone. Potrebbero star escogitando di sconfiggere Arymilla e diventare loro gli assedianti. Hanno una volta e mezzo i suoi uomini, e il doppio dei nostri.» Lasciò sospesa quella affermazione. Non c’era bisogno di dire altro. Perfino usando le donne della Famiglia per spostare gli uomini, sarebbe stata dura tenere le mura contro così tanti soldati.

«Prima riprendiamo Elayne, poi possiamo preoccuparci di quella marmaglia» disse Birgitte. Dov’erano quelle dannate Cercavento?

Non aveva fatto in tempo a pensarlo che entrarono nella stanza dietro Chanel le, uno stremato arcobaleno di sete. Tranne per Renai le, l’ultima della fila in abiti di lino, tuttavia una blusa rossa, pantaloni verdi e una fusciacca giallo intenso la rendevano abbastanza vistosa, anche se perfino Rainyn, una giovane donna dal volto tondo con appena mezza dozzina di medaglioni che le pendevano sulla guancia, faceva sembrare spoglia la catena d’onore di Renaile. La donna aveva un’espressione di stoica sopportazione.

«Non mi piacciono le minacce!» disse Chanelle con rabbia, annusando la scatolina di sali dorata sulla sua catenella attorno al collo. Le sue guance scure erano accalorate. «Quella donna della Guardia ha detto che se non fossimo corse, ci avrebbe preso a calci...! Non importa quello che ha detto con esattezza. È stata una minaccia, e io non lascerò...!»