«Non interferirei col tuo comando.» Loune aveva motivo di temerlo. I gradi nei Sorveglianti della Morte erano di mezzo gradino più alti di tutti gli altri corpi. Lui avrebbe potuto cooptare il comando dell’uomo, se fosse stato necessario, anche se in seguito gli sarebbe stato richiesto di spiegare le sue ragioni. E sarebbero dovute essere buone perché lui evitasse di perdere la testa. «Ho saputo che ci sono state difficoltà in questa parte dell’Altara, di recente. Voglio sapere in cosa sto cavalcando.» Loune grugnì. «‘Difficoltà.’ Una parola strana per descriverle.»
Un uomo tarchiato con una semplice giacca marrone e una stretta barba che gli pendeva dalla punta del mento entrò nella tenda, portando un vassoio di legno intagliato con una caraffa d’argento e due robuste tazze bianche, del tipo che non si sarebbe rotto facilmente portandolo in giro sui carri. L’odore di kaf appena distillato iniziò a permeare l’aria.
«Il tuo kaf, generale di stendardo.» Appoggiando il vassoio sul bordo del tavolo che reggeva la mappa, riempì con cautela una tazza col liquido nero, osservando al contempo Karede con la coda dell’occhio. Circa di mezz’età, portava un paio di lunghi coltelli alla cintura e le sue mani avevano i calli di chi li sapeva usare. Karede percepì una certa familiarità con Ajimbura, di spirito se non di sangue. Quegli occhi marrone scuro non erano mai venuti dalle colline Kaensada. «Ho atteso finché gli altri non se ne sono andati dal momento che ce n’è a malapena un po’ per te. Non so proprio quando ne avrò ancora.»
«Gradisci del kaf, Karede?» La riluttanza di Loune era evidente, ma non poteva certo non offrirlo. Per un insulto del genere, Karede sarebbe stato costretto a ucciderlo. O così pensava quell’uomo.
«Con piacere» rispose Karede. Mettendo il suo elmo accanto al vassoio, si tolse i guanti d’arme dal dorso d’acciaio e li appoggiò accanto a esso. Il servitore riempì la seconda tazza, poi fece per avviarsi verso un angolo della tenda, ma Loune disse: «Sarà tutto per ora, Mantual.» L’uomo tarchiato esitò, scrutando Karede prima di rivolgere un inchino a Loune, toccarsi occhi e labbra con la punta delle dita e uscire.
«Mantual è fin troppo protettivo nei miei confronti» spiegò Loune. Chiaramente non voleva spiegare, ma voleva evitare quello che poteva essere preso per un palese insulto. «Strano tipo. Si è attaccato a me anni fa a Pujili e si è insinuato fino a diventare il mio servitore. Penso che rimarrebbe anche se smettessi di pagarlo.» Sì, molto simile ad Ajimbura.
Per un po’ di tempo si limitarono a sorseggiare kaf, tenendo le tazze in equilibrio sulla punta delle dita e gustando quel pungente sapore amaro. Pareva essere un infuso puro dei monti Ijaz e, se era così, molto costoso. La riserva di fagioli neri di Karede, di certo non dei monti Ijaz, era terminata una settimana prima e lui era rimasto sorpreso da quanto gli mancava bere kaf. Di solito non badava mai al fatto che gli potesse mancare qualcosa. Terminate le prime tazze, Loune le riempì di nuovo.
«Mi stavi dicendo delle difficoltà» lo imbeccò Karede ora che la conversazione non sarebbe stata scortese. Cercava di essere educato perfino con gli uomini che avrebbe ucciso, e qui la scortesia avrebbe tenuto a freno la lingua dell’uomo.
Loune appoggiò la sua tazza e mise i pugni sul tavolo, accigliandosi verso la mappa. Piccole punte rosse che sostenevano minuscoli stendardi di carta erano sparpagliate su di essa, indicando forze seanchan in movimento, e stelle rosse indicavano le forze fisse in una posizione. Piccoli dischi neri che contrassegnavano scontri erano disseminati per la mappa, ma stranamente nessun disco bianco a indicare il nemico. Nessuno.
«Nel corso della passata settimana» disse Loune «ci sono stati quattro scontri di notevoli dimensioni e fino a sessanta imboscate, schermaglie e scorrerie, molte delle quali piuttosto vaste, tutte sparse per trecento miglia.» Quello comprendeva quasi l’intera mappa. La sua voce era rigida, era ovvio che, se avesse avuto scelta, non avrebbe detto nulla a Karede. Quel mezzo passo non gliene forniva nessuna, però. «Devono esserci sei o otto armate diverse coinvolte dall’altra parte. La notte dopo il primo grosso scontro ha visto nove considerevoli scorrerie, ciascuna da quaranta a cinquanta miglia dal sito della battaglia. Nemmeno piccole armate, almeno non prese assieme, ma non riusciamo a trovarli, e nessuno ha una sciagurata idea della loro provenienza. Chiunque siano, hanno delle marath’damane, quelle Aes Sedai, con loro, e forse quei maledetti Asha’man. Degli uomini sono stati fatti a pezzi da esplosioni che le nostre damane hanno detto non essere state causate dal Potere.»
Karede sorseggiò il suo kaf. Quell’uomo non stava pensando. Se il nemico aveva Aes Sedai e Asha’man, avrebbero potuto usare quella cosa chiamata Viaggiare per muoversi quanto lontano volevano in un solo passo. Ma se potevano farlo, perché non lo avevano usato per portarsi direttamente in salvo con il loro trofeo? Forse non tutti gli Asha’man e le Aes Sedai erano in grado di Viaggiare, tuttavia quello faceva sorgere un’altra domanda. Perché non avevano mandato quelli che potevano? Forse le uniche Aes Sedai erano le damane rubale dal palazzo di Tarasin. A quello che sapeva, nessuna di loro aveva idea di come Viaggiare. Questo aveva senso. «Cosa dicono i prigionieri su chi li ha mandati?»
Il sorriso di Loune fu amaro. «Prima di avere degli sciagurati prigionieri, devi ottenere una sciagurata vittoria. Finora abbiamo avuto solo una serie di sciagurate sconfitte.» Raccogliendo la sua tazza, prese un sorso. La sua lingua si sciolse come se si fosse dimenticato i colori dell’armatura di Karede. Ora era solo un soldato che parlava del suo mestiere. «Gurat pensava di poterne prendere alcuni due giorni fa. Ha perso quattro compagnie di cavalieri e cinque di fanti quasi fino all’ultimo uomo. Non tutti morti, ma molti dei feriti lo sono quasi. Perforati da dardi di balestra. Perlopiù Tarabonesi e Amadiciani, ma non è certo questo che importa. Dovevano esserci ventimila balestrieri o più per scagliare tanti dardi. Trentamila, forse. Eppure riescono a nascondersi dai morat’raken. So che ne abbiamo uccisi alcuni — così affermano i rapporti, perlomeno —, ma non si lasciano nemmeno dietro i loro morti. Alcuni sciocchi hanno iniziato a sussurrare che stiamo combattendo degli spiriti.» Lui poteva considerarli sciocchi, ma le dita della sua mano sinistra si arcuarono in un segno per scacciare il male. «Ti dirò una cosa che so, Karede. I loro comandanti sono molto abili. Molto, molto abili. Ogni uomo che li ha affrontati è stato preso alla sprovvista e superato in velocità e forza.»
Karede annuì pensieroso. Aveva ipotizzato che la Torre Bianca dovesse aver incaricato uno dei suoi migliori emissari per rapire la Somma Signora Tuon, ma non aveva pensato al modo in cui la gente da questo lato dell’oceano considerava i grandi capitani. Forse il vero nome di Thom Merrilin era Agelmar Jagad o Gareth Bryne. Non vedeva l’ora di incontrare quell’uomo, soprattutto per chiedergli come aveva saputo che lei sarebbe giunta a Ebou Dar. Poteva nascondere il coinvolgimento di Suroth, d’altra parte poteva anche non essere così. Fra le alte sfere, l’alleato di oggi poteva essere la vittima sacrificale di domani. Tranne per i Giardinieri, i Sorveglianti della Morte erano da’covale della stessa imperatrice, che potesse vivere per sempre, tuttavia vivevano fra le alte sfere. «Dev’esserci qualche piano per trovarli e bloccarli. Hai tu questo incarico?»
«No, che sia lode alla Luce!» replicò Loune con fervore. Prese una lunga sorsata come se desiderasse che fosse acquavite. «Il generale Chisen sta riportando la sua intera armata attraverso le Gole di Malvide. A quanto pare il palazzo di Tarasin ha deciso che questa guerra era tanto importante da rischiare delle offensive dal Murandy o dall’Andor, anche se da quello che ho sentito nessuno dei due è in grado di colpire nessun altro, al momento. Devo solo attendere fino all’arrivo di Chisen. Allora vedremo un risultato diverso, ritengo. Più di metà degli uomini di Chisen saranno veterani dalla patria.»