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Il tocco del Tenebroso
Beonin si svegliò alle prime luci, com’era sua abitudine, anche se poco dell’alba filtrava nella sua tenda attraverso i lembi chiusi. Le abitudini erano buone quando erano quelle giuste. Ne aveva insegnate a sé stessa un bel po’ nel corso degli anni. L’aria all’interno della tenda tratteneva una punta del gelo notturno, ma lei lasciò il braciere spento. Non intendeva restare a lungo, incanalando brevemente, accese una lampada d’ottone, poi riscaldò l’acqua nella caraffa smaltata di bianco, quindi si lavò il viso al traballante lavabo col suo specchio pieno di bolle. Quasi tutto nella piccola tenda era instabile, dal tavolino alla sua stretta branda da campo, e l’unico pezzo robusto, una sedia dallo schienale basso, era tanto rozzo che proveniva da una delle cucine di campagna più povere. Lei era abituata ad adattarsi, poro. Non tutti i giudizi per i quali era stata interpellala avevano avuto luogo in palazzi. Anche il più misero villaggio aveva bisogno di giustizia. Aveva dormito in granai e perfino in stamberghe per provvedervi.
Muovendosi in modo ponderato, si mise il miglior vestito per cavalcare che aveva con sé, un semplice abito grigio dall’ottimo taglio e stivali comodi che le arrivavano alle ginocchia, poi iniziò a pettinarsi i capelli con una spazzola dal manico d’avorio che era appartenuta a sua madre. Il suo riflesso nello specchio era leggermente distorto. Per qualche motivo, quella mattina questo la irritava.
Qualcuno scosse il lembo della tenda e un uomo chiamò allegramente con un forte accento murandiano: «Colazione, Aes Sedai, se ti aggrada.» Beonin abbassò la spazzola e aprì sé stessa alla Fonte.
Non si era procurata una servitrice personale e spesso pareva che fosse sempre una faccia nuova a portarle i pasti, eppure si ricordava del robusto uomo brizzolato dall’incrollabile sorriso che entrò al suo ordine portando un vassoio ricoperto da un panno bianco.
«Lascialo sul tavolo, per favore, Ehvin» disse lasciando andare saidar, e venne ricompensata da un sorriso più ampio da parte dell’uomo, un profondo inchino sopra il vassoio e un altro prima di andarsene. Troppe Sorelle dimenticavano le piccole gentilezze con quelli inferiori a loro. Le piccole gentilezze erano il lubrificante della vita.
Scrutando il vassoio senza entusiasmo, riprese a spazzolarsi, un rituale che eseguiva due volte al giorno e che lei trovava rilassante. Invece di trovare conforto nella spazzola che le scivolava tra i capelli, però, dovette sforzarsi per completare le cento passate prima di appoggiare la spazzola sul lavabo accanto al pettine e allo specchietto di foggia simile. Una volta avrebbe potuto insegnare la pazienza alle colline, tuttavia era diventato sempre più difficile da Salidar. E quasi impossibile dal Murandy. Perciò si convinse a farlo, proprio come si era convinta ad andare alla Torre Bianca contro il rigido volere di sua madre e si era convinta ad accettare la disciplina della Torre assieme ai suoi insegnamenti. Come ragazza era sempre stata ostinata, aveva sempre aspirato al meglio. La Torre le aveva insegnato che si poteva ottenere molto se ci si sapeva controllare. Era orgogliosa di quella sua capacità.
Autocontrollo o meno, soffermarsi sulla sua colazione di prugne cotte e pane si rivelò difficile quanto completare il suo rituale con la spazzola. Le prugne erano state secche e forse troppo vecchie fin dall’inizio; erano state cotte fino a renderle una poltiglia ed era sicura che le fossero sfuggiti alcuni dei puntini neri che si trovavano sulla crosta del pane. Cercò di convincersi che quello che sgranocchiava fra i suoi denti fosse un chicco d’orzo o un seme di segala. Quella non era la prima volta che mangiava pane e larve, eppure non era certo una cosa che le piacesse. Anche il té aveva uno strano retrogusto, come se pure quello stesse iniziando a guastarsi.
Quando rimise infine il panno di lino sopra il vassoio di legno intagliato, per poco non sospirò. Quanto tempo sarebbe passato prima che nell’accampamento non rimanesse nulla di commestibile? Lo stesso stava accadendo dentro Tar Valon? Doveva essere così. Il tocco del Tenebroso stava contagiando il mondo, un pensiero tetro quanto un campo di rocce frastagliate. Ma la vittoria sarebbe giunta. Lei si rifiutava di contemplare qualunque altra possibilità. Il giovane al’Thor aveva molto di cui rispondere, davvero molto, eppure in qualche modo ci sarebbe riuscito... doveva riuscirci! In qualche modo. Ma il Drago Rinato andava oltre il suo campo d’influenza; tutto quello che poteva fare era guardare lo svolgimento degli eventi da lontano. Non le era mai piaciuto starsene seduta in disparte a guardare.
Tutte quelle riflessioni amare erano inutili. Era tempo di muoversi. Si alzò così rapidamente che la sedia si ribaltò, ma la lasciò stesa lì sul terreno ricoperto di tela.
Facendo capolino dal lembo della tenda, trovò Tervail su uno sgabello sulla passerella, col mantello scuro gettato all’indietro, appoggiato sulla spada inguainata puntellata fra i suoi stivali. Il sole si trovava all’orizzonte, duo terzi di una grande palla dorata, eppure nell’altra direzione delle nubi scure che si ammassavano attorno a Montedrago lasciavano presagire altra neve entro non molto tempo. O forse pioggia. Il sole pareva quasi tiepido dopo la notte. A ogni modo, presto sarebbe potuta essere di nuovo comoda all’interno.
Tervail fece un piccolo cenno col capo per farle capire di averla vista senza interrompere quello che pareva un ozioso esame di chiunque si muoveva entro la sua visuale. Al momento non c’era nessuno tranne alcuni operai, uomini in rozzi vestiti di lana che portavano canestri sulla schiena, uomini e donne dagli abiti altrettanto grezzi che guidavano carri dalle grandi ruote, cariche di fascine di legna da ardere, sacchi di carbone e barili d’acqua, che sbatacchiavano lungo i solchi della strada. Perlomeno quel suo sguardo sarebbe stato ozioso per coloro che non possedevano un legame da Custode con lui. Il suo Tervail era concentrato come una freccia pronta a essere scagliata. Erano solo gli uomini quelli che esaminava, e il suo sguardo si soffermava su quelli che non conosceva di persona. Con due Sorelle e un Custode morti per mano di un uomo in grado di incanalare — pareva improbabile che esistessero due assassini del genere — tutti erano guardinghi verso uomini estranei. Tutti quelli che lo sapevano, almeno. Quelle notizie non erano certo state sbandierate in giro.
Come Tervail pensava di poter riconoscere l’assassino andava oltre la sua comprensione, a meno che quell’uomo non portasse uno stendardo, ma lei non lo avrebbe rimproverato o sminuito solo perché cercava di eseguire il suo dovere. Snello come la corda di una frusta, con un naso pronunciato e una evidente cicatrice lungo la mascella che si era procurato al suo servizio, era poco più di un ragazzo quando lo aveva trovato, veloce come un gatto e già uno dei migliori spadaccini nella sua natia Tarabon, e per tutti gli anni in cui era stato con lei non aveva mai fatto nulla di meno. Le aveva salvato la vita almeno venti volte. A parte briganti o tagliagole troppo ignoranti per riconoscere una Aes Sedai, la legge poteva essere pericolosa quando una parte o l’altra diventava tanto disperata da non voler accettare che il giudizio le fosse avversi, e spesso Tervail aveva notato tale pericolo prima di lei.
«Sella Winterfinch per me e porta il tuo cavallo» gli disse. «Andiamo a fare una breve cavalcala.» Tervail sollevò un poco un sopracciglio, rivolgendo una mezza occhiata nella sua direzione, poi assicurò il fodero al lato destro della sua cintura e si avviò lungo la passerella di legno verso le linee dei cavalli, camminando a passo svelto. Lui non poneva mai domande non necessarie. Forse dentro di sé lei era più agitata di quanto credesse.