Ritornando dentro, avvolse con cautela lo specchietto in una sciarpa di seta intessuta con un labirinto tarenese bianco e nero e infilata in una delle due grosse tasche cucite all’interno del suo buon mantello grigio, assieme alla spazzola e al pettine. Il suo scialle accuratamente ripiegato e una scatolina di legno nero dall’intarsio intricato andarono nell’altra. La scatola conteneva alcuni gioielli, in parte lasciati da sua madre e il resto da sua nonna materna. Di rado lei indossava preziosi, eccezion fatta per l’anello del Gran Serpente; tuttavia portava sempre con sé scatola e spazzola, pettine e specchietto quando viaggiava, ricordi delle donne le cui memorie aveva amato e onorato e di quello che le avevano insegnato. Sua nonna, un famoso avvocato a Tanchico, le aveva trasmesso un amore per le tortuosità della legge, mentre sua madre le aveva dimostrato che era sempre possibile migliorare sé stessi. Gli avvocati di rado diventavano ricchi, anche se Collaris di certo aveva vissuto in condizioni più che agiate. Tuttavia, nonostante la sua disapprovazione, sua figlia Aledrine era diventata un mercante e aveva ammassato una considerevole fortuna con la compravendita di tinture. Sì, era sempre possibile migliorare sé stessi, se coglievi l’opportunità quando si presentava, come aveva fatto lei quando Elaida a’Roihan aveva deposto Siuan Sanche. Le cose da allora non erano andate affatto come lei aveva previsto, naturalmente. Di rado lo facevano. Ecco perché una donna saggia pianificava sempre dei percorsi alternativi.
Meditò se aspettare all’interno il ritorno di Tervail — poteva metterci più di qualche minuto per prendere due cavalli —, ma ora che il momento era davvero giunto, le sue ultime riserve di pazienza parevano essere svanite. Sistemandosi il mantello attorno alle spalle, spense la lampada con un senso di qualcosa di definitivo. Fuori, però, si costrinse a rimanere in un punto solo piuttosto che camminare su e giù lungo le scabre assi della passerella. Un comportamento del genere avrebbe attratto gli sguardi e forse qualche Sorella che pensava che avesse paura di stare da sola. A dire la verità un poco spaventata lo era. Quando un uomo poteva ucciderti senza essere visto né individuato, era più che ragionevole avere paura. Non voleva compagnia, però. Alzò il cappuccio, indicando il desiderio di rimanere sola, e avvolgendo il mantello attorno a sé.
Un gatto grigio, magro e con le orecchie lacere, iniziò a strofinarsi contro le sue caviglie. C’erano gatti dappertutto nel campo: apparivano ovunque le Aes Sedai si radunavano, docili come animaletti domestici per quanto prima potessero essere stati selvatici. Dopo qualche momento, quando non ricevette nessuna granatina alle orecchie, il gatto si allontanò altezzoso come un re in cerca di qualcuno che vi potesse provvedere. Aveva candidati in abbondanza.
Fino a qualche momento prima si vedevano solo operai e carrettieri vestiti in modo rozzo, ma ora l’accampamento iniziava a brulicare di gente. Capannelli di novizie in bianco, le cosiddette ‘famiglie’, si affrettavano lungo le passerelle per raggiungere le loro lezioni, tenute in tende abbastanza ampie per ospitarle o perfino all’aperto. Quelle che passavano davanti a lei interrompevano il loro infantile chiacchiericcio per offrirle perfette riverenze. Quella vista non cessava mai di stupirla. O farla arrabbiare. Un discreto numero di quelle ‘bambine’ erano di mezz’età o più vecchie — non poche avevano almeno un po’ di grigio fra i capelli, e alcune erano nonne! —, eppure si stavano piegando alle antiche abitudini così come qualunque ragazza lei aveva visto arrivare alla Torre, lì così tante. Una fiumana apparentemente senza fine che si riversava per le strade. Quanto aveva perduto la Torre concentrandosi ad accogliere ragazze nate con la scintilla o già sul punto di incanalare per tentativi, lasciando invece le altre a trovare la strada per Tar Valon come volevano o potevano? Quanto aveva perduto ostinandosi sul fatto che nessuna ragazza sopra i diciottenni potesse sottomettersi alla disciplina? Lei non aveva mai cercato il cambiamento — la legge e le usanze governavano la vita di una Aes Sedai, un basamento di stabilità e alcuni mutamenti come quelle famiglie di novizie parevano fin troppo radicali, ma quanto aveva perduto la Torre?
Anche le Sorelle procedevano lungo le passerelle, di solito a gruppi di due o anche tre, abitualmente seguite dai loro Custodi. Il flusso di novizie si separava attorno a loro in increspature di riverenze, rese irregolari dagli sguardi diretti alle Sorelle, le quali fingevano di non notarli. Pochissime Aes Sedai andavano in giro senza il bagliore di saldar attorno a sé. Beonin per poco non schioccò la lingua dall’irritazione. Le novizie sapevano che Anaiya e Kairen erano morte — nessuno si era sognato di nascondere le pire funebri — ma dire loro com’era successo le avrebbe semplicemente spaventate. Le più recenti, aggiunte nel libro delle novizie nel Murandy, portavano il bianco da un tempo sufficiente per sapere che Sorelle che se ne andavano in giro avvolte dal Potere non erano affatto insolite, però. Prima o poi quel solo fatto le avrebbe spaventate, e senza nessuno scopo. Era improbabile che l’assassino avrebbe colpito in pubblico, con dozzine di Sorelle nei paraggi.
Cinque Sorelle a cavallo che procedevano lentamente verso est, nessuna delle quali recava la luce di saidar, attirarono la sua attenzione. Dietro ciascuna c’era un piccolo seguito, in genere una segretaria, una servitrice, e forse un servitore, nel caso fosse necessario sollevare carichi pesanti, e alcuni Custodi. Tutti cavalcavano con i cappucci alzati, ma lei non ebbe difficoltà a distinguere chi era chi. Varilin, della Grigia come lei, era quella alta come un uomo, mentre Takima, la Marrone, era un donnina minuta. Il mantello di Saroiya aveva uno sgargiante ricamo bianco — di sicuro usava saidar per mantenerlo così scintillante — e un paio di Custodi che seguivano Faiselle la contraddistinguevano con la medesima chiarezza del suo mantello verde brillante. Il che voleva dire che l’ultima, avvolta in grigio scuro, era Magla della Gialla. Cos’avrebbero trovato una volta raggiunto Darein? Di certo non negoziatrici della Torre, non ora. Forse pensavano di dover agire comunque come al solito. La gente continuava ad andare avanti come prima dopo che l’intero scopo di qualcosa era andato perduto. Questo di rado durava a lungo con le Aes Sedai, però.
«Non sembrano un gruppo compatto, vero, Beonin? Si potrebbe pensare che stiano solo cavalcando per caso nella stessa direzione.»
E menomale che il cappuccio avrebbe dovuto garantirle un po’ di riservatezza. Per fortuna era abituata a reprimere dei sospiri o qualunque altra cosa che avrebbe potuto lasciar trasparire più di quello che lei desiderava. Le due Sorelle che le si erano fermate accanto erano piuttosto alte, entrambe dall’ossatura esile, con i capelli scuri e gli occhi castani, ma la somiglianza terminava lì. Il volto stretto di Ashamanaille, col suo naso a punta, di rado mostrava qualche emozione. Il suo abito di seta sferzato d’argento poteva aver lasciato le mani di una lavandaia solo pochi istanti prima, e un motivo a volute argentee decorava i bordi del suo mantello con cappuccio foderato di pelliccia. L’abito di lana scura di Phaedrine recava un discreto numero di grinze, per non parlare di diverse macchie, e indossava un mantello di lana disadorno che aveva bisogno di essere rammendato, e si accigliava fin troppo spesso, proprio come stava facendo in quel momento. Se così non fosse stato, sarebbe potuta essere graziosa. Una strana coppia di amiche, la solitamente trascurata Marrone e la Grigia che prestava attenzione tanto ai suoi vestiti quanto a tutto il resto.
Beonin lanciò un’occhiata alle Adunanti che si allontanavano. Sembravano cavalcare nella stessa direzione per caso, più che assieme. La diceva lunga sul suo turbamento il fatto che non l’avesse notato. «Forse» disse voltandosi per guardare le sue sgradite interlocutrici «stanno meditando sulle conseguenze della scorsa notte, sì, Ashamanaille?» Sgradite o no, le formalità andavano rispettate.