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«...stato tenuto legato e imbavagliato per buona parte del viaggio, confinato giorno e notte in una cabina che sarebbe più giusto chiamare un armadio! Per questo io esigo che il capitano di quel vascello venga punito, Elaida. Ancor di più, esigo delle scuse da te e dalla Torre Bianca. Che la buona sorte mi pungoli, l’Amyrlin Seat non ha più il diritto di rapire dei re! La Torre Bianca non ha quel diritto! Io esigo...»

Si stava ripetendo di nuovo. L’uomo si fermava a malapena per riprendere fiato. Era difficile mantenere l’attenzione su di lui. Gli occhi di Elaida vagavano sugli splendidi arazzi, sulle rose disposte in modo ordinato sui piedistalli bianchi negli angoli. Era stancante mantenere una calma apparente nel sopportare quell’invettiva. Voleva alzarsi e schiaffeggiarlo. Che impudenza! Parlare in quel modo all’Amyrlin Seat! Ma sopportare con calma era più adatto al suo scopo. Avrebbe lasciato che si stancasse da solo.

Mattin Stepaneos den Balgar era muscoloso e poteva essere stato attraente da giovane, ma gli anni sì erano rivelati inclementi. La barba bianca che gli lasciava esposto il labbro superiore era ben spuntata, ma i capelli retrocedevano da buona parte del suo scalpo, il naso era stato rotto più di una volta e il suo cipiglio accentuava rughe già profonde sul suo volto paonazzo. La giacca di seta verde, ricamata sulle maniche con le api dorate di Illian, era stata spazzolata e pulita bene — ci mancava solo che una Sorella incanalasse per renderla più linda —, ma era stata la sua unica giacca per tutto il viaggio e non tulle le macchie erano state tolte. La nave che lo portava era stata lenta, arrivando in ritardo solo il giorno prima, ma per una volta lei non era seccata per quella lentezza. Solo la Luce sapeva che confusione avrebbe fatto Alviarin di quelle faccende se lui fosse arrivato puntuale. La donna si meritava il boia per il pantano in cui aveva cacciato la Torre, un pantano da cui Elaida ora doveva tirarsi fuori, ancor più che per aver osalo ricattare l’Amyrlin Seat.

Mattin Stepaneos si interruppe all’improvviso, facendo un mezzo passo indietro sul tappeto tarabonese a motivi geometrici. Elaida scacciò il cipiglio dal proprio volto. Pensare ad Alviarin la faceva sempre accagliare a meno che non stesse attenta.

«Le tue stanze sono abbastanza confortevoli per te?» disse nel silenzio. «I servitori sono adeguati?» Lui sbatte le palpebre a quell’improvviso cambio di direzione. «Le stanze sono confortevoli e i servitori adeguati» rispose in tono molto più docile, forse ricordandosi il suo cipiglio. «Tuttavia, io...»

«Dovresti essere grato alla Torre, Martin Stepaneos, e a me. Rand al’Thor ha preso Illian solo pochi giorni dopo la tua partenza dalla città. Si è impadronito anche della Corona d’Alloro. La Corona di Spade, l’ha chiamata. Riesci a immaginarlo esitare nel tagliarti la testa per prenderla? Io sapevo che tu non ti saresti allontanato volontariamente. Ti ho salvato la vita.» Ecco, pensò. Ora avrebbe dovuto credere che era stato fatto avendo a cuore i suoi migliori interessi.

Quello sciocco ebbe la temerarietà di sbuffare e mettersi a braccia conserte. «Non sono ancora un vecchio cane sdentato, Madre. Ho affrontato la morte per difendere Illian molte volte. Credi che la tema così tanto da preferire di essere tuo ‘ospite’ per il resto della mia vita?» Tuttavia era la prima volta che si era rivolto a lei col titolo appropriato da quando era entrato nella stanza.

L’elegante orologio a cassa dorata addossalo alla parete suonò l’ora e piccole statuette d’oro, argento e smalto si mossero su tre livelli. Su quello superiore, sopra il quadrante, un re e una regina si inchinavano a una Amyrlin Seat. A differenza dell’ampia stola posata sulle spalle di Elaida, quella della statuetta aveva ancora sette strisce. Non era ancora riuscita a far venire uno smaltatore. C’era così tanto da fare di molto più importante.

Aggiustandosi la stola sulla brillante seta rossa del suo abito, si appoggiò all’indietro in modo che la Fiamma di Tar Valon, in rilievo con pietre di luna sull’alto schienale dorato, si trovasse direttamente sopra la sua testa. Intendeva fare in modo che l’uomo si rendesse conto di ogni simbolo di quello che lei era e cosa rappresentava. Se la staffa della Fiamma fosse stata a portata di mano, gliel’avrebbe tenuta sotto quel naso a becco. «Un uomo morto non può reclamare nulla, figlio mio. Da qui, col mio aiuto, potresti riuscire a reclamare la tua corona e la tua nazione.»

La bocca di Martin Stepaneos si socchiuse appena e lui inspirò profondamente, come un uomo che respirava l’odore di una casa che aveva pensato di non rivedere mai più. «E come lo organizzeresti, Madre? A quanto ho capito, la Città è in mano a questi... Asha’man» si impappinò un poco con quel nome maledetto «e Aiel che seguono il Drago Rinato.» Qualcuno gli aveva parlato, dicendogli troppo. Le sue informazioni degli eventi dovevano essere severamente razionate. A quanto pareva il suo servitore andava sostituito. Ma la speranza aveva scacciato la rabbia dalla sua voce, e quello era positivo.

«Riottenere la tua corona richiederà pianificazione e tempo» gli disse Elaida, dato che al momento non aveva idea di come si potesse ottenere. Di certo aveva intenzione di trovare un modo. Rapire il re di Illian era stato pensato per dimostrare il suo potere, ma rimetterlo su un trono rubato lo avrebbe dimostrato ancora di più. Lei avrebbe restituito la massima gloria alla Torre Bianca, come al tempo in cui i troni tremavano se l’Amyrlin Seat si accigliava.

«Sono certo che sei ancora spossato per il tuo viaggio» disse lei alzandosi. Proprio come se l’avesse intrapreso di propria volontà. Sperava che anche lui fosse abbastanza intelligente da accodarsi a quella finzione. Avrebbe giovato a entrambi mollo più della verità nei giorni a venire. «Pranzeremo assieme a mezzodì e discuteremo di ciò che può essere fatto. Cariandre, accompagna Sua Maestà alle sue stanze e provvedi a fargli mandare un sarto. Avrà bisogno di abiti nuovi. Un dono da parte mia.» La grassoccia Rossa ghealdana che era stata immobile come una roccia accanto alla porta per l’anticamera si fece avanti per toccargli il braccio. Lui esitò, riluttante ad andare, ma Elaida continuò come se si stesse già allontanando. «Dì a lama di venire da me, Cariandre. Ho molto lavoro oggi» aggiunse a beneficio dell’uomo.

Finalmente Mattin Stepaneos si lasciò condurre via ed Elaida si rimise a sedere prima che lui raggiungesse la porta. Tre scatole laccate erano disposte sulla scrivania; una era quella della sua corrispondenza, dove conservava le lettere e i rapporti arrivati di recente dalle Ajah. Le Sorelle della Rossa condividevano tutto quanto le loro spie apprendevano — lei reputava che lo facessero — ma le altre Ajah fornivano ancora solo inezie, anche se avevano riferito numerose informazioni sgradite nell’ultima settimana. Sgradite perché indicavano un contatto con le ribelli che doveva andare oltre quei ridicoli negoziati. Ma fu il grosso raccoglitore di cuoio goffrato in oro di fronte a lei quello che aprì. La Torre stessa generava così tanti rapporti che avrebbero seppellito il tavolo se lei avesse tentato di leggerli tutti da sola, e Tar Valon dieci volte tanto. Dei funzionali ne leggevano la vasta maggioranza, selezionando per lei soltanto quelli più importanti. Erano comunque una pila consistente.

«Mi volevi, Madre?» disse Tarna in tono freddo, chiudendo la porta dietro di sé. In questo non c’era mancanza di rispetto: la donna bionda era fredda di natura e i suoi occhi azzurri erano glaciali. Elaida non ci faceva caso. Quello che la irritava era che la stola rosso vivido da Custode degli Annali attorno al collo di Tarna fosse poco più di un largo nastro. Il suo vestito grigio chiaro era sferzato di abbastanza rosso da mostrare il suo orgoglio per la sua Ajah, allora perché la sua stola era così stretta? Ma Elaida nutriva una grande fiducia in quella donna, e di recente quella era una mercé rara.

«Che notizie dal porto, Tarna?» Non c’era bisogno di specificare quale. Solo il Porto Sud aveva qualche speranza di rimanere funzionante senza massicce riparazioni.