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«Possono entrare solo imbarcazioni fluviali dal pescaggio poco profondo» disse Tarna, attraversando il tappeto per mettersi di fronte allo scrittoio. Dal suo tono era come se discutesse la possibilità che stesse per piovere. Nulla la turbava. «Ma le altre stanno facendo i turni a ormeggiarsi alla parte di catena che è cuendillar per poi trasferire il loro carico su chiatte. I capitani delle navi si lamentano e ci vuole un tempo considerevolmente maggiore, tuttavia per il momento può bastare.» La bocca di Elaida si strinse e lei tamburellò con le dita sulla scrivania. Per il momento. Non poteva dar ordine di iniziare le riparazioni al porto finché le ribelli non fossero finalmente capitolale. Finora non avevano lanciato nessun assalto, grazie alla Luce. Quello sarebbe potuto iniziare solo con dei soldati, tuttavia delle Sorelle di certo vi sarebbero state attratte, qualcosa che loro dovevano voler evitare tanto quanto lei. Ma demolire le torri del porto, come le riparazioni avrebbero richiesto, lasciandolo accessibile e indifeso, avrebbe potuto condurle ad azioni disperate. Per la Luce! I combattimenti dovevano essere evitati, se mai era possibile. Elaida intendeva far entrare il loro esercito nella Guardia della Torre una volta che le ribelli si fossero rese conto di essere finite e fossero tornate alla Torre. Parte di lei già pensava come se Gareth Bryne stesse comandando la Guardia della Torre per lei. Un uomo infinitamente migliore di Jimar Chubain come gran capitano. Il mondo avrebbe conosciuto l’influenza della Torre Bianca allora! Lei non voleva che i suoi soldati si uccidessero a vicenda, non più di quanto voleva che la Torre venisse indebolita dalle sue Aes Sedai che si uccidevano tra loro. Le ribelli erano sue allo stesso modo di quelle all’interno della Torre e lei aveva intenzione che loro lo riconoscessero.

Prendendo il foglio in cima alla pila dei rapporti, lo esaminò rapidamente. «A quanto pare, malgrado il mio esplicito ordine, le strade non sono ancora state ripulite. Perché?»

Una luce di disagio attraversò gli occhi di l’ama, la prima volta che Elaida la vedeva turbata. «La gente è spaventata, Madre. Non lascia le proprie case a meno che non sia assolutamente necessario, e perfino in tal caso con grande riluttanza. Dicono di aver visto i morti camminare per le strade.»

«Questo è stato confermato?» chiese Elaida con calma. Il suo sangue all’improvviso sembrava essersi gelato nelle vene. «Qualche Sorella li ha visti?»

«Nessuna della Rossa, che io sappia.» Le altre avrebbero parlato con lei come Custode degli Annali, tuttavia non liberamente, non per condividere confidenze. Come si poteva rimediare a quello, per la Luce? «Ma la gente in città ne è convinta. Hanno visto quello che hanno visto.»

Lentamente Elaida mise da parte la pagina. Voleva rabbrividire. Aveva letto tutto quello che era riuscita a trovare a proposito dell’Ultima Battaglia, perfino Predizioni e studi così vecchi che non erano mai stati tradotti dalla Lingua Antica e giacevano coperti di polvere negli angoli più scuri della biblioteca. Il ragazzo al’Thor era stato un segno, ma ora pareva che Tarmon Gai’don sarebbe giunto prima di quanto chiunque aveva pensato. Diverse di quelle antiche Predizioni, dai primi giorni della Torre, dicevano che l’apparizione dei morti era il primo segno, un assottigliamento della realtà mentre il Tenebroso raccoglieva le proprie forze. Entro poco tempo sarebbe stato peggio.

«Ordinate alle Guardie della Torre di trascinare uomini abili dalle loro case, se necessario» disse lei con calma. «Voglio quelle strade pulite e voglio i lavori iniziati già da oggi. Oggi! »

Le chiare sopracciglia dell’altra donna si sollevarono dalla sorpresa — aveva davvero perso il suo abituale gelido autocontrollo! —, ma tutto quello che disse fu, naturalmente, «Come tu comandi, Madre.»

Elaida trasmetteva serenità, ma quella era una finzione. Sarebbe accaduto quello che doveva accadere. E lei non aveva ancora assicurato la propria stretta sul ragazzo al’Thor. E pensare che una volta l’aveva avuto proprio davanti a sé! Se solo l’avesse saputo allora. Dannazione ad Alviarin e a quel tre volte maledetto proclama che invocava un anatema su chiunque si fosse avvicinato a lui. se non per conto della Torre. Lo avrebbe ritirato, ma quello sarebbe sembrato un segno di debolezza, e in ogni caso il danno era stato fatto e non era più possibile ripararlo. Tuttavia presto avrebbe avuto Elayne di nuovo in mano sua, e la Casata Reale di Andor era la chiave per vincere Tarmon Gai’don. Quello era ciò che lei aveva Predetto molto tempo prima. E le notizie su una ribellione contro i Seanchan per tutta Tarabon erano state una lettura davvero piacevole. Non tutto era un groviglio di rovi che la pungeva da ogni lato.

Esaminando il secondo rapporto, fece una smorfia. A nessuno piacevano le fogne, eppure costituivano un terzo del sangue vitale di una città; gli altri due terzi erano il commercio e l’acqua pulita. Senza le fogne, Tar Valon sarebbe caduta preda di una dozzina di malattie, che avrebbero sopraffatto qualunque cosa le Sorelle potessero fare, per non parlare di quanto le strade sarebbero state più maleodoranti di quanto l’immondizia che marciva doveva averle già rese. Anche se il commercio era ridotto all’osso per il momento, l’acqua giungeva ancora dall’estremità dell’isola a monte del fiume e veniva distribuita alle torri serbatoio sparse per la città, poi alle fontane, ornamentali e semplici, che tutti erano liberi di usare; ma ora pareva che gli sbocchi delle fogne all’estremità dell’isola a valle del fiume fossero quasi del tutto ostruiti. Intingendo la penna nella boccetta di inchiostro, scribacchiò ‘Voglio che questi siano sgombrati entro domani’ in cima alla pagina e appose lì sotto la sua firma. Se i funzionali avevano un po’ di buonsenso, i lavori erano già iniziati, ma non aveva mai ritenuto che fossero dotati di molto buonsenso.

Il rapporto successivo la stupì allo stesso modo. «Ratti all’interno della Torre?» Questo è ridicolo!, pensò. Sarebbe dovuto essere in cima! «Fai controllare gli Schermi, Tarna.» Quelle protezioni avevano tenuto fin da quando la Torre era stata costruita, ma forse potevano essersi indeboliti dopo tremila anni. Quanti di quei ratti erano spie del Tenebroso?

Qualcuno bussò alla porta e subito dopo entrò una grassoccia Ammessa di nome Anemara, che allargò le sue gonne a strisce in una profonda riverenza. «Madre, se lo desideri, Felaana Sedai e Negarne Sedai hanno portato da te una donna che hanno trovato a vagare per la Torre. Dice di voler presentare una richiesta all’Amyrlin Seat.»

«Riferiscile di aspettare e offrile del té, Anemara» disse Tarna in tono brusco. «La Madre è occupata...»

«No, no» la interruppe Elaida. «Falle entrare, bambina. Falle entrare.» Era passato troppo tempo da quando qualcuno era andato a presentarle una richiesta. Era dell’idea di concedere qualunque cosa fosse, sempre che non si trattasse di niente di troppo assurdo. Forse quello avrebbe fatto ricominciare il flusso, era passato troppo tempo anche da quando delle Sorelle erano venute da lei senza essere convocale. Forse le due Marroni avrebbero posto fine anche a quella penuria di visite. Ma fu solo la donna a entrare nella stanza, chiudendo attentamente la porta dietro di sé. A giudicare dal suo abito per cavalcare di seta e dal raffinato mantello, pareva essere una nobildonna o una facoltosa commerciante, una supposizione suffragata dal suo atteggiamento fiducioso. Elaida era certa di non avere mai incontrato prima quella donna, eppure c’era qualcosa di vagamente familiare in quel viso incorniciato da capelli più chiari perfino di quelli di Tarna.

Elaida si alzò e iniziò a girare attorno alla scrivania, allargando le mani e con in volto un sorriso a cui non era avvezza. Cercò di farlo sembrare accogliente. «Ho saputo che hai una richiesta per me, figlia mia. Tarna, versale del té.» La teiera d’argento posata su un vassoio anch’esso d’argento in cima al tavolino doveva essere ancora almeno tiepida.