L’abito di Graendal divenne di un grigio più scuro, oscurando spiacevolmente la visuale. Era vero streith. Anche Aran’gar aveva trovato un paio di scatole di stasi, ma perlopiù piene di orrenda spazzatura. «E a te è venuto in mente che questa stanza deve avere orecchie? Gli zomaran erano qui quando sono arrivata.»
«Graendal» pronunciò quel nome come delle fusa. «Se Moridin sta ascoltando, supporrà che sto cercando di portarti a letto. Sa che non stipulo mai alleanze con nessuno.» In realtà lei ne aveva fatte diverse, ma i suoi alleati avevano stranamente sofferto degli incidenti fatali una volta che la loro utilità era terminata e avevano portato ogni conoscenza di quelle affiliazioni nella tomba. Quelli che venivano seppelliti, perlomeno.
Lo streith divenne nero come una notte a Lareheen e macchie di colore apparvero sulle gote vellutate di Graendal. I suoi occhi divennero ghiaccio azzurro. Ma le sue parole erano in contrasto col suo volto, e il suo vestito sbiadì fin quasi alla trasparenza mentre parlava, lentamente, in tono pensieroso. «Un’idea intrigante. Una su cui non ho mai riflettuto prima. Potrei farlo ora. Forse. Dovrai... convincermi.» Bene. L’altra donna era più sveglia che mai. Quello per lei era un monito a essere cauta. Aveva intenzione di usare Graendal e poi sbarazzarsi di lei, non rimanere invischiata in una delle sue trappole.
«Sono molto abile a convincere donne bellissime.» Protese una mano per accarezzare la guancia di Graendal. Adesso non era troppo presto per iniziare a convincere gli altri. Inoltre ne poteva derivare qualcos’altro, oltre a un’alleanza. Aveva sempre fantasticato su Graendal. Aran’gar non si ricordava davvero più di essere stata un uomo. Nei suoi ricordi, aveva lo stesso corpo di adesso, il che causava qualche stranezza, eppure l’influenza di quel corpo non aveva cambiato molto. I suoi appetiti non erano diversi, solo più ampi. Le sarebbe piaciuto davvero molto avere quell’abito di streith. E qualsiasi altra cosa utile Graendal potesse possedere, ovviamente, ma lei sognava di indossare quel vestito, a volte. L’unica ragione per cui non lo stava facendo in quel momento era che non voleva che l’altra donna pensasse che la stava imitando.
Lo streith rimaneva a malapena opaco, ma Graendal si ritrasse dalla carezza guardando oltre Aran’gar, che si voltò e vide Mesaana avvicinarsi, fiancheggiata da Demandred e Semirhage. Lui pareva ancora arrabbiato e Semirhage divertita in modo freddo. Mesaana era ancora pallida, ma non più sottomessa. No, nient’affatto sottomessa. Stava sibilando coreer, sputando veleno.
«Perché l’hai lasciata andare, Aran’gar? Avresti dovuto controllarla! Eri così occupata con i tuoi piccoli giochi onirici con lei che hai dimenticato di apprendere cosa stava pensando? La ribellione andrà in pezzi senza di lei come Amyrlin fantoccio, tutti i miei attenti piani rovinati perché non sei riuscita a mantenere la stretta su una ragazza ignorante!»
Aran’gar tenne fermamente a bada la collera. Riusciva a trattenerla quando era disposta a fare lo sforzo. Sorrise invece di ringhiare. Mesaana poteva davvero essersi stabilita all’interno della Torre Bianca? Quanto sarebbe stato meraviglioso se avesse potuto trovare un modo per separare quel terzetto. «Ho ascoltato una seduta del Consiglio delle ribelli la scorsa notte. Nel Mondo dei Sogni, così da potersi incontrare all’interno della Torre Bianca, con Egwene a capo. Non è il fantoccio che credi tu. Ho cercato di dirtelo prima, ma non mi hai mai dato ascolto.» Le uscì in tono troppo brusco. Con uno sforzo, perché fu questo che richiese, lei moderò il proprio tono. «Egwene ha detto a tutte quante della situazione all’interno della Torre, che le Ajah sono una alla gola dell’altra. Le ha convinte che è la Torre quella sul punto di andare in pezzi e che lei potrebbe essere in grado di contribuirvi da dove si trova. Se fossi in te, mi preoccuperei che la Torre riesca a restare unita il tempo necessario per continuare questo conflitto con le ribelli.»
«Sono determinate a resistere?» mormorò Mesaana, quasi sottovoce. Lei annuì. «Bene, bene. Allora tutto sta procedendo secondo i piani. Pensavo che avrei dovuto inscenare qualche tipo di ‘salvataggio’, ma forse posso aspettare finché Elaida non l’avrà spezzata. Il suo ritorno dovrebbe creare ancora più confusione, allora. Devi seminare ulteriore dissenso, Aran’gar. Prima che io abbia finito, voglio che queste cosiddette Aes Sedai si odino a morte.»
Comparve uno zomara, inchinandosi in modo aggraziato nell’offrire un vassoio con tre calici. Mesaana e i suoi compagni presero il vino senza degnare la creatura di uno sguardo, e quella si inchinò di nuovo prima di allontanarsi.
«Il dissenso è sempre stato qualcosa che lei è stata capace di causare» disse Semirhage. Demandred rise.
Aran’gar represse la propria rabbia. Sorseggiando il suo vino — era piuttosto buono, con un aroma inebriante, anche se non si avvicinava neanche alle vendemmie servite ai Giardini — appoggiò la sua mano libera sulla spalla di Graendal e giocherellò con uno di quei riccioli color del sole. L’altra donna non ebbe nemmeno un sussulto e lo streith rimase una semplice nebbia. O questo le stava piacendo, oppure aveva su di sé un maggior controllo di quanto sembrava possibile. Il sorriso di Semirhage si fece più divertito. Anche lei coglieva i propri piaceri dove li trovava, anche se i suoi non avevano mai attirato Aran’gar.
«Se avete intenzione di coccolarvi» borbottò Demandred, «fatelo in privato.»
«Geloso?» mormorò Aran’gar, e rise allegramente quando lui si accigliò. «Dov’è tenuta la ragazza, Mesaana? Lei non l’ha detto.»
I grandi occhi azzurri di Mesaana si strinsero. Erano la sua caratteristica migliore, eppure quando si accigliava erano soltanto ordinari. «Perché lo vuoi sapere? Per ‘salvarla’ tu stessa? Non te lo dirò.» Graendal sibilò e Aran’gar si accorse che la sua mano era diventata un pugno in quei capelli dorati, e piegava all’indietro la testa di Graendal. Il volto dell’altra donna rimase tranquillo, ma il suo abito era una nebbiolina rossa e si faceva rapidamente più scuro, più opaco. Aran’gar allentò la sua stretta, trattenendola leggermente. Uno dei primi passi era far abituare la preda al proprio tocco. Però quella volta non fece nulla per trattenere la rabbia dalla propria voce. I suoi denti snudati erano un ringhio manifesto. «Voglio la ragazza, Mesaana. Senza di lei ho strumenti molto più deboli con cui lavorare.»
Mesaana sorseggiò il vino con calma prima di rispondere. Con calma! «Stando a quello che dici tu stessa, non ti serve affatto, è stato il mio piano fin dall’inizio, Aran’gar. Lo adatterò a seconda delle esigenze, ma è mio. E sarò io a decidere quando e dove la ragazza verrà liberata.»
«No, Mesaana, io deciderò quando e dove, o se, lei sarà liberala» annunciò Moridin, entrando attraverso l’arco di pietra. Allora aveva davvero orecchie in quel luogo. Era vestito completamente di nero, stavolta, un nero in qualche modo più scuro di quello che indossava Semirhage. Come al solito, Moghedien e Cyndane lo seguivano, entrambe abbigliale in un identico rosso e nero che non si addiceva a nessuna delle due. Quale ascendente aveva Moridin su di loro? Moghedien, perlomeno, non aveva mai seguito nessuno spontaneamente, per quanto riguardava quella stupenda, prosperosa bambolina dai capelli chiari di Cyndane... Aran’gar l’aveva avvicinata, solo per vedere cosa poteva apprendere, e la ragazza aveva minacciato con freddezza di strapparle il cuore se l’avesse toccata di nuovo. Non erano di certo le parole di qualcuno che si sottometteva facilmente.