«Pare che Sammael sia riemerso» dichiarò Moridin, attraversando la stanza per mettersi a sedere. Era un omone e faceva sembrare un trono la sedia ornata dall’alto schienale. Moghedien e Cyndane si accomodarono ai suoi lati ma, cosa interessante, non fin quando non si fu seduto lui. Degli zomaran in bianco candido furono lì all’istante con del vino, eppure fu Moridin il primo a riceverlo. Qualunque cosa stesse accadendo lì, gli zomaran la percepivano.
«Questo non pare plausibile» disse Graendal mentre andavano rutti a prendere posto. Il suo abito era grigio scuro adesso, e nascondeva tutto quanto. «Dev’essere morto.» Nessuno si mosse rapidamente, anche se Moridin era Nae’blis, tuttavia nessuno tranne Moghedien e Cyndane era disposto a mostrare alcun accenno di sottomissione. Aran’gar no di certo.
Prese posto dal lato opposto rispetto a Moridin, dove poteva osservarlo senza dare nell’occhio. E così Moghedien e Cyndane. Moghedien era così immobile che si sarebbe confusa con la sedia se non fosse stato per il suo abito sgargiante. Cyndane era una regina, il suo viso cesellato dal ghiaccio. Cercare di deporre il Nae’blis era pericoloso, eppure quelle due potevano averne la chiave. Se lei fosse riuscita a scoprire come usarla. Graendal sedette accanto a lei e la sedia fu all’improvviso più vicina. Aran’gar avrebbe potuto appoggiare la mano sul polso dell’altra donna, ma si astenne dal fare altro se non sorridere lentamente. Era meglio tenere la mente concentrata in quel momento.
«Non avrebbe mai potuto sopportare di rimanere nascosto così a lungo» si inserì Demandred, stendendosi sulla sua sedia tra Semirhage e Mesaana, con le gambe incrociate come se fosse perfettamente a suo agio. Aran’gar aveva dei dubbi. Lui era un altro di quelli non rassegnati, lei ne era certa. «Sammael aveva bisogno di ogni occhio puntato su di lui.»
«Ciononostante, Sammael o qualcuno travestito come lui ha dato ordini ai Myrddraal e quelli hanno obbedito, perciò si trattava di uno dei Prescelti.» Moridin passò in rassegna le sedie come se fosse in grado di individuare chi era stato. Saa neri colavano nei suoi occhi azzurri in un flusso continuo. Adesso Aran’gar non rimpiangeva che fosse soltanto lui a poter usare il Vero Potere. Il prezzo era troppo alto. Di sicuro Ishamael era stato almeno mezzo pazzo, e come Moridin lo era ancora. Quanto tempo sarebbe dovuto passare prima che lei potesse sbarazzarsene?
«Hai intenzione di dirci di che ordine si trattava?» Il tono di Semirhage era freddo e lei sorseggiò il suo vino con calma, osservando Moridin sopra l’orlo del calice. Sedeva molto composta, ma lo faceva sempre. Anche lei appariva del tutto a suo agio, anche se era improbabile.
La mascella di Moridin si serrò. «Non lo so» disse infine con riluttanza. Non gli piaceva mai affermarlo. «Ma hanno mandato cento Myrddraal e migliaia di Trolloc nelle Vie.»
«Questo è proprio da Sammael» disse Demandred pensieroso, facendo ruotare il suo calice ed esaminando il vino che mulinava. «Forse ero in errore.» Un’ammissione degna di nota, provenendo da lui. O un tentativo di nascondere il fatto che era stato lui a usare Sammael come travestimento. Le sarebbe piaciuto davvero molto sapere chi aveva cominciato a giocare al suo stesso gioco. O se Sammael fosse davvero vivo.
Moridin borbottò in tono amaro. «Trasmettete ordini ai vostri Amici delle Tenebre. Qualunque rapporto di Trolloc o Myrddraal fuori dalla Macchia dev’essere consegnato a me non appena lo ricevete. Il Tempo del Ritorno sta per giungere. A nessuno è più consentito correre rischi per conto proprio.» Li squadrò di nuovo, ciascuno a turno tranne Moghedien e Cyndane. Con un sorriso ancora più languido di quello di Graendal, Aran’gar incontrò il suo sguardo. Mesaana si ritrasse da esso.
«Come hai imparato a tue spese» disse lui a Mesaana e, per impossibile che sembrasse, il suo viso si fece ancora più pallido. Prese una lunga sorsata dal suo calice, con i denti che sbattevano contro il cristallo. Semirhage e Demandred evitarono di guardarla.
Aran’gar si scambiò occhiate con Graendal. Era stato fatto qualcosa per punire Mesaana per non essersi presentata a Shadar Logoth, ma cosa? Una volta una diserzione di quel genere avrebbe significato la morte. Ma ora erano troppo pochi per una punizione simile. Cyndane e Moghedien apparivano curiose quanto lei, perciò anche loro non lo sapevano.
«Possiamo vedere i segni chiaramente quanto te, Moridin» disse Demandred con irritazione. «Il Tempo è vicino. È necessario trovare il resto dei sigilli della prigione del Supremo Signore. Ho fatto cercare ovunque ai miei seguaci, ma non hanno trovato nulla.»
«Ah, sì. I sigilli. È vero, devono essere trovati.» Il sorriso di Moridin era quasi compiacente. «Ne rimangono soltanto tre, tutti in possesso di al’Thor, anche se dubito che li abbia con sé. Sono troppo predisposti a rompersi, ora. Li avrà nascosti. Indirizza i tuoi seguaci nei posti dov’è stato. Cercali tu stesso.»
«Il modo più semplice è rapire Lews Therin.» In netto contrasto con il suo aspetto da fanciulla glaciale, la voce di Cyndane era affannosa e sensuale, una voce fatta per giacere su soffici cuscini indossando molto poco. C’era un calore considerevole in quegli occhi azzurri, ora. Un calore bruciante. «Posso fargli rivelare dove sono i sigilli.»
«No!» scattò Moridin, trapassandola con uno sguardo saldo. Tu lo uccideresti ‘accidentalmente’. Quando e come morirà al’Thor saranno una mia scelta. E di nessun altro.» Stranamente mise la sua mano libera sul petto della giacca e Cyndane trasalì. Moghedien rabbrividì. «Nessun altro» ripete con voce severa.
«Nessun altro» disse Cyndane. Quando lui abbassò la mano, lei lasciò andare un lieve sospiro poi prese un sorso di vino. La sua fronte riluceva di sudore.
Aran’gar trovò illuminante quello scambio. Pareva che, una volta sbarazzatasi di Moridin, avrebbe avuto Moghedien e la ragazza al guinzaglio. Molto bene davvero.
Moridin si raddrizzò sulla sua sedia, indirizzando quello sguardo al resto di loro. «Questo vale per tutti voi. Al’Thor è mio. Voi non gli nuocerete in alcun modo!» Cyndane piegò la testa sopra il suo calice, sorseggiando, ma l’odio nei suoi occhi era evidente. Graendal aveva detto che lei non era Lanfear, che era più debole nell’Unico Potere, ma di certo aveva un’ossessione per al’Thor, e lo chiamava con lo stesso nome che aveva sempre usato Lanfear.
«Se volete uccidere qualcuno,» proseguì Moridin «uccidete questi due!» All’improvviso le sembianze di due giovani uomini in rozzi abiti da campagnoli comparvero al centro del cerchio, ruotando in modo che tutti potessero dare una bella occhiata alle loro facce. Uno era alto e grosso, con occhi gialli, addirittura, mentre l’altro era piuttosto esile ed esibiva un sorriso insolente. Creazioni del Tel’aran’rhiod, si muovevano in modo rigido e le loro espressioni non cambiavano mai. «Perrin Aybara e Mat Cauthon sono ta’veren, facili da localizzare. Trovateli e uccideteli.» Graendal rise, un suono privo di allegria. «Trovare dei ta’veren non è così semplice come dici, e ora è più complesso che mai. L’intero Disegno è in preda a un continuo mutamento, pieno di cambiamenti e picchi.»
«Perrin Aybara e Mat Cauthon» mormorò Semirhage, esaminando le due figure. «Allora è questo il loro aspetto. Chissà, Moridin. Se tu avessi condiviso questo con noi prima d’ora, potrebbero essere già morti.»
Il pugno di Moridin calò forte sul bracciolo della sua sedia. «Trovateli! Accertatevi doppiamente che i vostri seguaci conoscano le loro facce. Trovate Aybara e Cauthon e uccideteli! Il Tempo sta arrivando e loro devono essere morti!»
Aran’gar sorseggiò il proprio vino. Non aveva obiezioni a uccidere quei due se fossero capitati sulla sua strada, ma Moridin avrebbe avuto una grossa delusione riguardo Rand al’Thor.
4
Un patto
Perrin sedeva in sella a Stepper un po’ indietro rispetto al limitare degli alberi e osservava il vasto prato dove fiori selvatici rossi e blu stavano iniziando a fare capolino tra l’erba scurita dall’inverno che la neve ormai sciolta aveva appiattito come un tappeto. Quella macchia era composta perlopiù da ericacee che mantenevano il loro ampio fogliame scuro durante l’inverno, ma solo poche foglie piccole e pallide adornavano i rami degli alberi della gomma in mezzo a esse. Lo stallone bruno-grigiastro percosse il terreno con uno zoccolo con un’impazienza che Perrin condivideva, anche se non la lasciava trasparire. Il sole si trovava quasi sopra la sua testa: era rimasto in attesa lì quasi un’ora. Una brezza decisa e costante soffiava da ovest, lungo il prato nella sua direzione. Questo era un bene.