Ogni tanto la sua mano guantata accarezzava un ramo staccato da una quercia, più spesso del suo avambraccio e lungo più di due volte tanto, che giaceva sulla sella davanti a lui. Per metà della sua lunghezza lui aveva lisciato e appiattito due lati. Il prato, circondato da enormi querce ed ericacee, pini torreggiali ti e alberi della gomma più bassi, era largo meno di seicento passi, anche se era più lungo di così. Quel ramo sarebbe stato sufficiente. Perrin aveva pianificato ogni possibilità che riusciva a immaginare. Il ramosi adattava a più d’una.
«Mia lady Prima, dovresti ritornare all’accampamento» disse Gallenne, non per la prima volta, strofinandosi con irritazione la benda rossa sul suo occhio. Il suo elmo con piume cremisi pendeva dal pomolo della sella, lasciando scoperta la sua chioma grigia lunga fino alle spalle. A quanto aveva udito Berelain, gli avevano sentito dire che parecchi di quei capelli grigi erano un dono da parte sua. Il suo cavallo da guerra nero cercò di mordicchiare Stepper e lui tirò bruscamente le redini di quel castrone dal petto possente senza distogliere lo sguardo da Berelain. Fin dall’inizio le aveva consigliato di non andare. «Grady può portarti indietro ed essere di ritorno mentre il resto dì noi aspetta un altro po’ di vedere se i Seanchan compaiono.»
«Io rimarrò, capitano. Io rimarrò.» Il tono di Berelain era deciso e calmo, tuttavia sotto il suo abituale odore di pazienza c’era una punta di preoccupazione. Non era tanto sicura quanto voleva far sembrare. Aveva preso a indossare un lieve profumo che odorava di fiori. Perrin a volte si ritrovava a cercare di indovinare quali fiori, ma oggi era troppo concentrato su altri pensieri.
L’odore di Annoura era intriso di irritazione, anche se il suo volto senza età da Aes Sedai, incorniciato da dozzine dì trecce sottili, rimaneva placido come sempre. D’altro canto la Sorella Grigia dal naso adunco aveva avuto un odore irritato sin dalla frattura tra lei e Berelain. Era colpa sua, per aver visitato Masema alle spalle di Berelain. Annoura avvicinò pian piano la sua giumenta bruna alla Prima di Mayene e Berelain spostò la sua giumenta bianca altrettanto lontano senza nemmeno un’occhiata nella direzione della sua consigliera. L’irritazione aumentò di nuovo.
L’abito di seta rossa di Berelain, pesantemente ricamato con motivi a volute d’oro, le metteva in mostra il seno più di quanto lei avesse fatto ultimamente, anche se un’ampia collana di gocce di fuoco e opali dava una certa decenza. Una larga cintura abbinata, che sorreggeva un pugnale ingioiellalo, era assicurata alla vita. La stretta corona di Mayene appoggiala sui capelli neri, con un falco dorato in volo in cima alle sopracciglia, pareva ordinaria accanto alla cintura e alla collana. Era una donna stupenda, e a lui lo sembrava ancora di più da quando aveva smesso di dargli la caccia, anche se non era paragonabile a Faile, naturalmente.
Annoura indossava un disadorno abito grigio per cavalcare, ma la maggior parte di loro aveva il vestito migliore. Per Perrin consisteva in una giacca di seta verde scuro con ricamo argenteo che copriva spalle e maniche. Non era un tipo da abiti lussuosi — Faile lo aveva spronato a comprare quel poco che aveva; be’, lo aveva spronato gentilmente —, ma quel giorno doveva fare un’ottima impressione. Se la semplice e ampia cintura di cuoio allacciata sopra la giacca guastava un po’ quell’impressione, che così fosse.
«Lei deve venire» borbottò Arganda. Basso e robusto, il primo capitano di Alliandre non si era tolto il suo elmo argentato con le tre corte piume bianche e sedeva sulla sella, allentando la spada nel fodero, come se aspettasse una carica. Anche la sua corazza era placcata d’argento. Sarebbe stato visibile per miglia alla luce del sole. «Deve!»
«Il Profeta dice che non verranno» si inserì Aram, e non delicatamente, arrestando il suo grigio dalle zampe lunghe accanto a Stepper. Il pomolo d’ottone a testa di lupo della sua spada spuntava oltre la spalla della giubba a strisce verdi. Una volta era sembrato un uomo fin troppo attraente, ma ora il suo volto pareva ogni giorno più torvo. In lui c’era un’aria smunta, con occhi infossati e bocca tesa. «Il Profeta dice che o è così, oppure è una trappola. Dice che non dovremmo fidarci dei Seanchan.»
Perrin rimase in silenzio, ma provò un moto di irritazione, sia verso sé stesso che verso l’ex Calderaio. Balwer lo aveva informato che Aram aveva iniziato a trascorrere del tempo con Masema, tuttavia non era parso necessario dirgli di non far sapere a Masema tutto quello che Perrin stava facendo. Ora non c’era modo di rimediare, ma in futuro avrebbe saputo che non doveva farlo. Un lavoratore doveva conoscere i suoi attrezzi e non usarli fino a romperli. Lo stesso valeva per le persone. Per quanto riguardava Masema, senza dubbio temeva che loro avrebbero incontrato qualcuno che sapeva che lui stesso stava trattando con i Seanchan.
Erano una comitiva numerosa, anche se molti di loro sarebbero rimasti proprio lì tra gli alberi. Cinquanta Guardie Alate di Berelain in elmi rossi bordati e corazze rosse, con stendardi scarlatti che sventolavano dalle loro esili lance dalla punta d’acciaio, erano in sella dietro il falco dorato in campo azzurro di Mayene che garriva nella brezza. Accanto a loro cinquanta Ghealdani con pettorali bruniti e elmi conici verde scuro erano sui loro destrieri dietro le tre stelle color argento in campo rosso di Ghealdan. I vessilli sulle loro lance erano verdi. Erano uno spiegamento sgargiante, eppure tutti loro assieme erano molto meno letali di Jur Grady con la sua faccia da contadino segnata dalle intemperie, perfino se lo facevano apparire smorto nella sua semplice giubba nera con spilla d’argento a forma di spada sull’alto colletto. Lui lo sapeva, che loro ne fossero al corrente o no, e se ne stava in piedi accanto al suo castrone baio con la serenità di un uomo che si sta riposando dinanzi alle fatiche della giornata.
Di contro, ci mancava poco che Leof Torfinn e Tod al’Caar, gli unici altri due uomini dei Fiumi Gemelli presenti, ballonzolassero in sella per l’eccitazione malgrado la lunga attesa.
Forse il loro divertimento sarebbe scemato in parte se avessero saputo che erano stati scelti soprattutto perché erano quelli a cui le giacche di scura lana verde finemente intrecciata che avevano preso in prestito calzavano meglio. Leof portava lo stendardo con la testa di lupo rossa di Perrin e Tod l’aquila rossa di Manetheren, entrambi sbandieravano su aste poco più lunghe delle lance. Erano quasi venuti alle mani per chi doveva portare quale. Perrin sperava che non fosse perché nessuno voleva portare la testa di lupo bordata di rosso. Leof pareva piuttosto contento. Tod sembrava entusiasta. Ovviamente non sapeva perché Perrin aveva portato con sé quella cosa. In ogni scambio, bisognava fare in modo che l’altro tizio pensasse che stava ottenendo qualcosa in più, come il padre di Mat diceva spesso. I colori turbinarono nella testa di Perrin e per un breve istante pensò di vedere Mat che parlava con una piccola donna scura. Scacciò via l’immagine. Qui e ora, oggi, era tutto quello che importava, pensava. Faile era tutto quello che importava.
«Verranno» sbottò Arganda in risposta ad Aram, anche se gli lanciò un’occhiataccia attraverso le sbarre del suo elmo come se si aspettasse una sfida.
«E se non lo facessero?» domandò Gallenne, con l’unico occhio torvo quanto i due di Arganda. La sua corazza laccata di rosso non era molto meglio di quella argentata di Arganda. Era improbabile che si potessero lasciar convincere a dipingerle con toni più foschi. «E se fosse davvero una trappola?» Arganda ringhiò, un suono simile a quello gutturale di un lupo. L’uomo era quasi al termine della sua pazienza.