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«Non lo farò più» piagnucolò Bethamin, quasi implorante. «Non lo farò!»

Spingendo via Mat come se fosse un appendiabiti, Joline affrontò Bethamin, alzando gli occhi per fissare la donna più alta con i pugni sulle anche. «Tu non smetterai. Non puoi, una volta iniziato. Oh, possono passare mesi fra i tentativi di incanalare, ma lo farai ancora e ancora, e ogni volta il pericolo aumenterà.» Con un sospiro abbassò le mani. «Sei troppo vecchia per il libro delle novizie, ma non c’è nulla da fare. Dovremo istruirti. Abbastanza da renderti sicura, perlomeno.»

«Istruirla?» strillò Teslyn, piantando i suoi pugni sui fianchi. «Io dico di lasciarla morire! Avete idea di come mi hanno trattalo queste sul’dam quando mi tenevano prigioniera?»

«No, dal momento che non sei mai entrata nei dettagli, a parte lamentarti di quanto sia stato orribile» replicò Joline seccamente. Poi aggiunse in toni molto decisi: «Ma non lascerò morire nessuna donna se posso impedirlo.»

Questo non pose fine alla faccenda, ovviamente. Quando una donna voleva discutere, poteva continuare a farlo anche se era solo lei, e tutte quelle volevano discutere. Edesina si schierò dalla parte di Joline, e così fece comare Anan, proprio come se avesse lo stesso diritto di parlare delle Aes Sedai. Cosa sorprendente, Bethamin e Seta presero le parti di Teslyn, negando ogni desiderio di imparare a incanalare, agitando le mani e obiettando ad alla voce come chiunque altra. Saggiamente Mat colse l’opportunità per scivolare fuori dal carro e chiudere piano la porta dietro di sé. Non era il caso di ricordare loro che si trovava lì. Le Aes Sedai, perlomeno, se ne sarebbero ricordate molto presto. Almeno poteva smettere di preoccuparsi di dove fossero i maledetti a’dam e se le sul’dam avrebbero provato a usarli di nuovo. Questo problema era bello che terminato ora.

Aveva avuto ragione su Blaeric e Fen. Stavano attendendo ai piedi dei gradini e nubi temporalesche non descrivevano i loro volti. Senza alcun dubbio sapevano con esattezza cos’era successo a Joline. Ma non chi incolpare, a quanto pareva.

«Cos’è successo lì dentro, Cauthon?» domandò Blaeric, con gli occhi azzurri che sembravano perforanti. Di poco il più alto dei due si era tagliato il suo codino shienarese, e non era affatto compiaciuto dei corti capelli che gli coprivano lo scalpo.

«Eri coinvolto?» chiese Fen in tono freddo.

«E come avrei potuto?» replicò Mat, scendendo gli scalini come se non avesse nessuna preoccupazione al mondo. «Lei è una Aes Sedai, nel caso non l’abbiate notato. Se volete sapere quello che è successo, vi suggerisco di chiederlo a lei. Non sono tanto zuccone da parlarne, sappilo. Solo non glielo chiederei ora, se fossi in voi. Lì dentro stanno ancora litigando tutte quante. Sono riuscito a defilarmi mentre avevo la pelle ancora intatta.»

Non la miglior scelta di parole. Le facce dei due Custodi si rabbuiarono ancora di più, per impossibile che sembrasse. Ma lo lasciarono andare per la sua strada senza che lui dovesse ricorrere ai suoi coltelli. E basta. Nemmeno nessuno di loro due pareva avere molta voglia di entrare nel carro. Invece si sistemarono sugli scalini ad aspettare, peggio per loro. Mat dubitava che Joline sarebbe stata molto comunicativa con loro, ma forse avrebbe slogato sui suoi Custodi parte della sua collera poiché loro sapevano. Se Mat fosse stato in loro, si sarebbe cercato dei compili da sbrigare per rimanere lontano da quel carro per... un mese o due, diciamo. Quello avrebbe potuto aiutare. Le donne avevano la memoria lunga per certe cose. Lui stesso da quel momento in avanti avrebbe dovuto guardarsi le spalle da Joline. Ma ne era valsa comunque la pena.

Con i Seanchan accampati dall’altra parte della strada, Aes Sedai e donne che incanalavano come se non avessero mai sentito parlare dei Seanchan e i dadi che ancora rotolavano nella sua testa, nemmeno vincere due partite a sassolini con Tuon quella sera riuscì a farlo sentire meno che cauto. Andò a dormire — sul pavimento, dato che era il turno di Domon di usare il secondo letto; Egeanin usava sempre l’altro — con i dadi che gli rimbalzavano dentro il cranio, ma era sicuro che domani doveva essere meglio di oggi. Be’, non aveva mai affermato di aver sempre ragione. Desiderava solo non avere torto così spesso.

8

Uova di drago

Luca ordinò alla gente dello spettacolo di smontare il campo, tirando giù le grandi pareti di tela e stipando ogni cosa nei carri, mentre il cielo era ancora buio. Furono il trambusto e il fracasso di quelle operazioni, e le grida a svegliare Mat, intontito e rigido per aver dormito sul pavimento. Per quanto ci era riuscito, con quei maledetti dadi. Quelle cose mandavano a un uomo dei sogni che massacravano il sonno. Luca stava correndo in giro in maniche di camicia con una lanterna, dando ordini e probabilmente ritardando i lavori quanto li accelerava, ma Petra, tanto largo da sembrare tozzo anche se era di poco più basso di Mat, si fermò per spiegare mentre assicurava il gruppo di quattro cavalli al carro suo e di Clarine. Con la luna calante bassa sull’orizzonte e seminascosta dagli alberi, una lanterna in cassetta emetteva tutta la luce che avevano, una traballante pozza di giallo ripetuta cento volte e più per tutto il campo. Clarine era via a far passeggiare i cani, dal momento che avrebbero passato buona parte del giorno all’interno del carro.

«Ieri...» Il forzuto scosse il capo e accarezzò l’animale più vicino, che aspettava paziente che gli venissero assicurate le ultime cinghie, come se avesse dato segni di nervosismo. Forse era lui a sentirsi ansioso. Le notte era solo fresca, non così fredda, tuttavia era intabarrato in una giacca scura aveva in testa un copricapo fatto a maglia. Sua moglie si preoccupava che si ammalasse per gli spifferi o il freddo e aveva cura che non accadesse. «Be’, siamo stranieri ovunque, vedi, e molta gente pensa di potersi approfittare degli stranieri. Ma se lasciamo che un uomo la faccia franca, altri dieci ci proveranno, se non cento. A volte il magistrato del luogo o quello che viene fatto passare come tale, fa applicare la legge anche per noi, ma solo a volte. Perché siamo stranieri e domani o dopodomani ce ne saremo andati, e comunque tutti pensano che gli stranieri di solito siano dei poco di buono. Perciò dobbiamo difenderci da soli, combattere per quello che è nostro, se necessario. Una volta che lo fai, però, è il momento di proseguire. È lo stesso oggi così com’era quando eravamo solo una dozzina con Luca, contando i custodi dei cavalli, anche se in quei giorni ce ne saremmo andati una volta che i soldati si fossero allontanati. Allora non si perdevano così tanti soldi a partire in tutta fretta» disse seccamente e scosse il capo, forse per la cupidigia di Luca o forse per quanto era cresciuto lo spettacolo, prima di andare avanti.

«Quei tre Seanchan hanno amici o almeno compagni a cui non piacerà che i loro commilitoni siano stati puniti. È stata quella portabandiera a farlo, ma puoi star certo che daranno la colpa a noi, perché pensano di poter colpire noi e non lei. Quello che è certo, però, è che quei tizi causeranno guai se rimaniamo un altro giorno. Non è il caso di restare quando significa dispute con dei soldati e forse gente ferita così da non potersi esibire, e sicuramente guai con la legge in un modo o nell’altro.» Era il discorso più lungo che Mat avesse sentito fare a l’etra, e l’uomo si schiarì la gola come imbarazzato di aver dello così tanto. «Be’,» borbottò, piegandosi di nuovo verso i finimenti «Luca vuole che siamo presto sulla strada. Vorrai provvedere ai tuoi cavalli.»

Mat non voleva nulla del genere. La cosa più bella nell’avere dei soldi non era quello che ci potevi comprare, ma il fatto che potessi pagare altri per fare il lavoro. Non appena si era rese conto che lo spettacolo si stava preparando a partire, aveva svegliato le quattro Braccia Rosse nella tenda che condividevano con Chel Vanin per attaccare i cavalli al suo carro e a quello di Tuon, fare come lui ordinava con il rasoio e sellare Pips. Il corpulento ladro di cavalli — non ne aveva rubato uno da quando Mat lo aveva conosciuto, ma era quello che era — si era svegliato quanto bastava per dire che si sarebbe alzato non appena tornati gli altri, poi si era rotolato nelle sue coperte e stava di nuovo russando prima che Harnan e gli altri si fossero messi gli stivali. Le capacità di Vanin erano tali che nessuno si lamentava a parte il solito borbottio sull’ora, e tutti tranne Harnan avrebbero mugugnato perfino se gli fosse stato permesso di dormire fino a mezzogiorno. Quando quelle capacità fossero state necessarie, lui li avrebbe ripagati dieci volte tanto e loro lo sapevano, perfino Fergin, Lo scarno membro delle Braccia Rosse non era troppo sveglio quando si trattava di fare il soldato, ma in quello lo era davvero. Be’, abbastanza.