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«Mi hanno irritato, Giocattolo» disse Tuon nel mettere le mani sul collare di Teslyn. Ancora tremante, con le lacrime che le colavano lungo le guance, pareva che la Rossa non riuscisse a credere che lui avrebbe davvero rimosso quella cosa.

«Irritano anche me.» Mettendo le dita nei punti giusti, premette e il collare si aprì con uno scatto. Teslyn gli afferrò le mani e cominciò a baciarle. «Grazie» pianse senza posa. «Grazie. Grazie.»

Mat si schiarì la gola. «Prego, ma non c’è bisogno di... Vuoi smetterla? Teslyn?» Riprendersi le proprie mani richiese un certo sforzo. «Voglio che la smettano di infastidirmi, Giocattolo» disse Tuon mentre lui si voltava verso Joline. Da chiunque altro, quella frase sarebbe sembrata petulante. La piccola donna scura lo rendeva un ordine.

«Penso che loro acconsentiranno dopo questo» disse lui in tono asciutto. Ma Joline lo stava fissando con la mascella contratta. «Tu acconsentirai, vero?» La Verde non disse nulla.

«Io acconsento» si affrettò a dire Teslyn. «Acconsentiamo tutte.»

«Sì, acconsentiamo tutte» aggiunse Edesina. Joline lo fissò in silenzio, testarda, e Mat sospirò.

«Potrei lasciare che Tesoro ti tenga per qualche giorno, finché non cambi idea.» Il collare di Joline si aprì con uno schiocco tra le sue mani. «Ma non lo farò.»

Ancora fissandolo negli occhi, lei si toccò la gola come per confermare che il collare non c’era più.

«Ti piacerebbe essere uno dei miei Custodi?» chiese, poi rise piano. «Non c’è bisogno di fare quella faccia. Perfino se ti vincolassi contro la tua volontà, non potrei farlo finché hai quel ter’angreal. Acconsento, mastro Cauthon. Può costarci la nostra migliore opportunità per fermare i Seanchan, ma non infastidirò più... Tesoro.»

Tuon sibilò come un gatto bagnato e lui sospirò di nuovo. Quello che guadagnava da una parte lo perdeva dall’altra.

Trascorse parte di quella notte a tare ciò che gli piaceva meno al mondo. A lavorare. A scavare una buca profonda per seppellire i tre a’dam. Lo fece di persona poiché, sorprendentemente, Joline li voleva. Dopotutto erano dei ter’angreal e la Torre Bianca aveva bisogno di studiarli. Poteva anche essere così, ma la Torre avrebbe dovuto trovare i suoi a’dam altrove. Mat era piuttosto certo che nessuna delle Braccia Rosse li avrebbe consegnati se avesse detto loro di seppellirli, tuttavia non voleva correre rischi che ricomparissero e causassero altri guai. Cominciò a piovere prima che la buca fosse profonda fino al ginocchio, una pioggia fredda e battente, e quando ebbe finito, era zuppo fino alle ossa e con il fango fino in vita. Una gran bella conclusione per una gran bella nottata, con i dadi che gli rimbalzavano dentro il cranio.

10

Un villaggio a Shiota

Il giorno seguente portò un po’ di respiro, o così parve. Tuon, in un abito per cavalcare di seta blu e con un’ampia cintura di cuoio lavorato, non solo cavalcò accanto a lui mentre lo spettacolo procedeva lento verso nord, ma agitò le dita verso Selucia quando lei cercò di mettere il suo bruno grigiastro tra loro. In qualche modo Selucia aveva ottenuto un suo destriero, un castrone compatto che non poteva essere paragonalo a Pips o ad Akein, ma era comunque superiore al pezzato di un buon margine. La donna dagli occhi azzurri, con una sciarpa da testa verde sotto il cappuccio, si andò a mettere dall’altro lato di Tuon, e il suo volto avrebbe reso orgogliosa una Aes Sedai per quanto riguardava non far trasparire nulla. Mat non riuscì a trattenere un sogghigno. Che fosse lei a nascondere la frustrazione, per una volta. Non avendo cavalli, le vere Aes Sedai erano confinale nel loro carro; Metwyn era troppo distante, sul posto del guidatore del carro viola, per riuscire a sentire quello che diceva Tuon; in cielo rimanevano soltanto poche nuvole leggere dalla precedente notte di pioggia; e tutto nel mondo sembrava giusto. Perfino i dadi che gli rimbalzavano nella testa non potevano sottrarre nulla a tutto quello. Be’, ci furono brutti momenti, ma erano solo momenti.

Al mattino presto uno stormo di corvi volò sopra le loro teste, una dozzina o più di grossi uccelli neri. Andarono veloce, non deviando mai dalla loro rotta, ma lui li osservò comunque finché non rimpicciolirono in puntolini e scomparvero. Nulla che potesse rovinare la giornata. Non per lui, almeno. Forse per qualcuno più a nord.

«Hai visto qualche presagio in essi, Giocattolo?» chiese Tuon. Era aggraziata sulla sella quanto lo era in ogni altra cosa che faceva. Mat non riusciva a ricordarsi di averla mai vista goffa in nulla.

«Molti dei presagi che conosco sui corvi hanno a che fare nello specifico col fatto che se ne stiano appollaiati sul tetto di qualcuno o gracchino all’alba o al tramonto.»

«Possono essere spie del Tenebroso» le disse lui. «A volte. Anche le cornacchie. E i ratti. Ma non si sono soffermati a guardarci, perciò non abbiamo bisogno di preoccuparci.»

Facendosi passare una mano guantata di verde sul capo, lei sospirò. «Giocattolo, Giocattolo» mormorò, rimettendosi il cappuccio del mantello. «A quante storie da bambini credi? Credi che se dormi sulla Collina del Vecchio Hob sotto una luna piena i serpenti risponderanno la verità a tre tue domande, o che le volpi rubino la pelle delle persone e sottraggano il nutrimento al cibo per farti morire di fame anche se mangi a sufficienza?»

Sorridere gli richiese uno sforzo. «Non penso di aver mai sentito nessuna di queste due cose.» Dovette sforzarsi anche per dare alla sua voce un tono divertito. Quali erano le probabilità che lei menzionasse il fatto che i serpenti davano risposte vere, cosa che in un certo senso gli Aelfinn facevano, nella stessa frase con le volpi che rubavano la pelle? Era piuttosto sicuro che gli Eelfinn lo facessero e le trasformassero in cuoio. Ma fu il Vecchio Hob a farlo quasi trasalire. Era probabile che fosse opera dell’essere ta’veren che faceva distorcere il mondo. Di certo lei non sapeva nulla su di lui, sui serpenti o sulle volpi. A Shandalle, la terra dove era nato Artur Hawkwing, però, il Vecchio Hob, Caisen Hob, era stato un altro nome per il Tenebroso. Di sicuro Aelfinn ed Eelfinn si meritavano di essere connessi con il Tenebroso, tuttavia era qualcosa su cui Mat voleva a stento riflettere quando lui stesso aveva una connessione con quelle dannate volpi. E anche con i serpenti? Quella possibilità era sufficiente a fargli inacidire lo stomaco.

Tuttavia fu una cavalcata piacevole, con la giornata che accumulava tepore con l’innalzarsi del sole, anche se non poteva essere definita calda. Mat fece volteggiare sei palle di legno colorate e Tuon rise e batté le mani, e menomale. Quell’impresa aveva colpito perfino il giocoliere da cui aveva comprato le palle, ed era più difficile cavalcando. Raccontò diverse storielle che la fecero ridere e una che le fece alzare gli occhi al cielo e scambiare gestì con le dita con Selucia. Forse non le piacevano gli aneddoti su comuni servette. Non era stato volgare. Mat non era uno sciocco. Desiderò che avesse riso, però. Aveva una risata stupenda, piena, calda e libera. Parlarono di cavalli e discussero di metodi di addestramento per animali testardi.

In quella testolina c’erano alcune strane idee: per esempio, per calmare un cavallo irritabile bisognava mordergli l’orecchio! A lui pareva che quello potesse più farlo imbizzarrire come un covone in fiamme. E Tuon non aveva mai sentito che canticchiare sottovoce facesse calmare un animale e non credeva che il padre di Mat gli avesse insegnato qualcosa del genere a meno che non glielo dimostrasse.

«Be’, non posso certo farlo senza un cavallo che ha bisogno di essere calmato, no?» replicò lui. Tuon alzò di nuovo gli occhi al cielo. Anche Selucia lo fece.

Non c’era irruenza nella discussione, però, nessuna rabbia, solo brio. Tuon aveva così tanto brio che pareva impossibile che potesse entrare dentro una donna tanto piccola. Furono i suoi silenzi a smorzare la giornata, ancor di più di serpenti e volpi, tirano distanti e non c’era nulla da fare. Lei era proprio accanto a lui e Mat aveva molto da fare con lei. Tuon non menzionò mai quello che era accaduto con le tre Aes Sedai o le Sorelle stesse. Non menzionò il suo ter’angreal o il fatto che qualunque flusso avesse costretto Teslyn o Joline a intessere contro di lui era fallito, era come se la sera precedente rosse stata un sogno.