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Setalle aveva detto che era come un generale che pianificava una battaglia. Addestrala nell’intrigo e nella dissimulazione fin dall’infanzia, stando a Egeanin. E tutto quello era mirato dritto a lui. Ma a che scopo? Di certo non poteva essere qualche forma di corteggiamento del Sangue seanchan. Egeanin sapeva poco al riguardo, ma di sicuro no. Aveva conosciuto Tuon da poche settimane e l’aveva rapita, lei lo chiamava Giocattolo, aveva cercato di comprarlo e solo uno sciocco vanitoso li avrebbe scambiati per i segnali di una donna innamorata. Il che lasciava qualunque cosa da un elaborato piano di vendetta a... a solo la Luce sapeva cosa. Lo aveva minacciato di renderlo un coppiere. Quello significava da’covale, secondo Egeanin, anche se lei aveva schernito quell’idea. I coppieri erano scelti per la loro bellezza e, secondo il parere di Egeanin, lui ne era privo. Be’, anche secondo il suo stesso parere, a dire la verità, non che fosse disposto ad ammetterlo con qualcuno. Parecchie donne avevano ammirato il suo volto. Nulla diceva che Tuon non potesse completare la cerimonia di matrimonio solo per fargli pensare di essere libero e al sicuro e poi farlo giustiziare. Le donne non erano mai semplici, ma Tuon faceva sembrare le altre come giochi infantili.

Per un po’ di tempo non videro nemmeno una fattoria, ma forse due ore dopo che il sole superò lo zenit, giunsero a un villaggio di considerevoli dimensioni. Il tintinnio del martello di un fabbro su un’incudine risuonava debolmente. Gli edifici, alcuni a tre piani, avevano tutti una pesante struttura di legno con stucco biancastro nel mezzo e tetti di paglia a spiovente e alti comignoli di pietra. Qualcosa in essi punzecchiò la memoria di Mat, ma lui non riusciva a dire cosa. Non c’era una fattoria in vista da nessuna parte nella foresta ininterrotta. Ma i villaggi erano sempre legati alle fattorie, approvvigionandole e vivendo dei loro prodotti. Dovevano essere tutte più lontano dalla strada, fra gli alberi.

Stranamente la gente che riusciva a vedere ignorò la carovana dei carri dello spettacolo in avvicinamento. Un tizio in maniche di camicia, proprio accanto alla strada, alzò lo sguardo dall’accetta che stava affilando su una mola azionata a pedale, poi si chinò di nuovo verso il suo lavoro come se non avesse visto nulla. Un capannello di bambini giunse precipitandosi da dietro un angolo e schizzò in un’altra strada senza lanciare più di uno sguardo in direzione dello spettacolo. Molto strano. La maggior parte dei bambini dei villaggi si fermava a fissare il convoglio di un mercante di passaggio, e lo spettacolo aveva molti più carri di qualunque di essi. Un ambulante stava arrivando da nord dietro sei cavalli, l’alto telone del suo carro quasi nascosto da grappoli di pentole, padelle e bricchi. Anche quello avrebbe dovuto suscitare interesse. Perfino un grosso villaggio su una strada trafficata dipendeva dagli ambulanti per buona parte delle cose che la gente comprava. Ma nessuno indicò o urlò che n’era arrivato uno. Continuarono con le loro faccende.

A circa trecento passi dal villaggio, Luca si mise in piedi sulla cassetta del suo carro e guardò oltre il tetto. «Ci fermiamo qui» gridò, facendo un cenno verso un ampio prato dove fiori selvatici, margherite feline, saltasù e quelli che potevano essere nodi d’amante punteggiavano l’erba primaverile alta già un piede. Rimettendosi a sedere, tenne fede alle sue stesse parole e gli altri carri lo seguirono, le loro ruote che tracciavano solchi nel terreno zuppo di pioggia.

Mentre Mat faceva svoltare Pips verso il prato, udì gli zoccoli dei cavalli dell’ambulante che risuonavano sulle pietre del selciato. Quel rumore lo fece sussultare e lui si mise diritto. Quella strada non era stata pavimentata fin da... Fece girare indietro il castrone. Il carro coperto di tela stava procedendo su grigie pietre piatte del selciato che si estendevano solo per l’ampiezza del villaggio. L’ambulante stesso, un tizio rotondo con un ampio cappello, stava scrutando la strada e scuotendo la testa, guardando il villaggio e scuotendo la testa. Gli ambulanti seguivano tragitti fissi. Doveva essere passato da quelle parti un centinaio di volte. Doveva sapere. L’ambulante arrestò i suoi cavalli e legò le redini alla maniglia del freno.

Mat portò entrambe le mani a coppa attorno alla bocca. «Vai avanti, amico!» gridò con quanto fiato aveva in gola, «Più veloce che puoi! Vai avanti!»

L’ambulante lanciò un’occhiata nella sua direzione, poi balzò sulla cassetta in modo piuttosto energico per un tizio così corpulento. Facendo gesti ampollosi come quelli di Luca, iniziò a declamare. Mat non riuscì a distinguere le parole, ma sapeva quali dovevano essere. Notizie del mondo che aveva raccolto lungo la strada inframmezzate da liste dei suoi beni e attestazioni della loro vasta superiorità. Nessuno nel villaggio si fermò ad ascoltare né interruppe quello che stava facendo.

«Vai avanti!» urlò Mat. «Sono morti! Vai avanti!» Dietro di lui qualcuno annaspò, Tuon o Selucia. Forse entrambe.

All’improvviso i cavalli dell’ambulante nitrirono, gettando le teste all’indietro come impazziti. Urlavano come animali ormai sopraffatti dal terrore e non la smettevano.

Pips sussultò per la paura e Mat fu occupato a cercare di controllarlo; il castrone danzò in tondo, volendo fuggire, in qualunque direzione purché fosse lontano da lì. Ogni cavallo appartenente allo spettacolo udì quelle grida e cominciò a nitrire impaurito. I leoni e gli orsi iniziarono a ruggire e i leopardi si unirono a essi. Questo fece imbizzarrire nei loro finimenti anche alcuni dei cavalli dello spettacolo. Il tumulto crebbe su sé stesso in un attimo. Mentre Mat si voltava cercando di controllare Pips, tutti quelli che poteva vedere manovrare le redini si stavano sforzando per impedire che un gruppo di cavalli dallo sguardo infiammato scappasse via o che si facessero male tra loro. Anche la giumenta di Tuon stava saltellando, così come il bruno grigiastro di Selucia. Provò un istante di paura per Tuon, ma lei pareva controllare Akein altrettanto bene quanto durante la sua corsa nella foresta. Perfino Selucia pareva restare in sella in modo sicuro, anche se non era certa del suo destriero. Mat colse anche delle occhiate dell’ambulante, che si toglieva il cappello e scrutava in direzione dello spettacolo. Infine Mat riuscì a riportare Pips sotto controllo. Respirava in modo affannoso, come se avesse corso troppo veloce e troppo a lungo, ma non cercava più di correre via. era troppo tardi. Probabilmente era sempre stato troppo tardi. Col cappello in mano, il rotondo ambulante balzò giù per vedere cosa non andava con i suoi cavalli.

Atterrando, barcollò goffamente e abbassò lo sguardo verso i suoi piedi. Il cappello gli cadde di mano, atterrando sulla strada di terra battuta. Fu allora che iniziò a urlare. Le pietre del selciato erano scomparse e lui si trovava immerso fino alle caviglie nella strada, proprio come i suoi cavalli. Fino alle caviglie e affondando nell’argilla dura come roccia come se fosse un pantano, proprio come i suoi cavalli e il suo carro. E il villaggio, le case e le persone si stavano fondendo lentamente nel terreno. Le persone non interruppero mai quello che stavano facendo. Alcune donne camminavano portando canestri, uomini in fila trasportavano sulle spalle un grosso tronco, bambini correvano in giro, il tizio alla mola continuava ad affilare la sua accetta, tutti quanti sprofondati nel terreno fino al ginocchio.

Tuon afferrò la giacca di Mat da un lato, Selucia dall’altro. Fu il primo momento in cui lui si rese conto di aver mosso Pips. Verso l’ambulante. Luce!

«Cosa credi di poter fare?» domandò Tuon furiosa.

«Nulla» rispose lui. Il suo arco era completato, le cocche di corno montate, le corde di lino intrecciate e incerate, ma non aveva ancora fissato una punta di freccia sulla sua asta di frassino, e con tutta la pioggia che avevano avuto la colla che teneva l’impennaggio di penne d’oca era ancora appiccicaticcia. Era tutto quello a cui riusciva a pensare, la misericordia di una freccia nel cuore dell’ambulante prima che venisse tiralo sotto del tutto. L’uomo sarebbe morto oppure sarebbe stato trascinato ovunque quei morti shiotani stavano andando? Era questo che aveva attirato la sua attenzione in quegli edifici. Era il modo di costruire della gente di campagna a Shiota per quasi trecento anni.